Giorno: 4 settembre 2016

I poeti della domenica #96: Joni Mitchell, Bad Dreams Are Good

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I cattivi sogni vanno bene

I gatti sono nei loro giacigli di fiori
Un falco rosso cavalca il cielo
Suppongo che dovrei essere felice
Già solo di essere viva
Ma
Abbiamo avvelenato ogni cosa
E ignaro di tutto questo
Il cellulare emette ciance come zombie
Attraverso centri commerciali
Mentre condor cadono dai cieli indiani
Balene spiaggiano e muoiono sulla sabbia
I cattivi sogni vanno bene
Nel Grande Piano
E non puoi essere creduto
Almeno sai che stai mentendo?
È pericoloso prendersi in giro
Si diventa sordi, muti e ciechi
Ci si arroga un diritto del genere
Si da mostra di un atteggiamento negativo
Non si ha grazia
Né empatia
Né gratitudine
Non si ha percezione della concatenazione
Oh, ho la testa fra le mani
I cattivi sogni sono adatti
Al Grande Piano
Prima di quella mela che altera
Eravamo una cosa sola con il tutto
Nessun senso del sé o dell’altro
Nessuna autoconsapevolezza
Ma adesso dobbiamo vedercela con
Questo mondo fatto dall’uomo che ci si ritorce contro
Tendendo l’occhio al fatale egoismo di nostro fratello
Ognuno è vittima qui
Le mani di nessuno sono pulite
È rimasto così poco del selvaggio Eden terrestre
Così vicine le ganasce dei nostri macchinari
Viviamo in queste rogne elettriche
Queste lesioni un tempo erano laghi
Non sappiamo come assumerci la colpa
O imparare dagli errori passati
Perciò chi giungerà a sistemare le cose
Supertopo…? Superman…?
I cattivi sogni sono adatti
Al Grande Piano
Nel buio
Un raggio luminoso
Ho udito un bimbo di tre anni dire
I cattivi sogni vanno bene
Nel Grande Piano

*

Bad Dreams Are Good 

The cats are in the flower beds
A red hawk rides the sky
I guess I should be happy
Just to be alive
But
We have poisoned everything
And oblivious to it all
The cell-phone zombies babble
Through the shopping malls
While condors fall from Indian skies
Whales beach and die in sand
Bad Dreams are good
In the Great Plan
And you cannot be trusted
Do you even know you are lying?
It’s dangerous to kid yourself
You go deaf, dumb, and blind
You take with such entitlement
You give bad attitude
You have No grace
No empathy
No gratitude
You have no sense of consequence
Oh, my head is in my hands
Bad Dreams are good
In the Great Plan
Before that altering apple
We were one with everything
No sense of self and other
No self-consciousness
But now we have to grapple
With this man-made world backfiring
Keeping one eye on our brother’s deadly selfishness
Everyone’s a victim here
Nobody’s hands are clean
There’s so very little left of wild Eden Earth
So near the jaws of our machines
We live in these electric scabs
These lesions once were lakes
We don’t know how to shoulder blame
Or learn from past mistakes
So who will come to save the day?
Mighty Mouse. . . ? Superman. . . ?
Bad Dreams are good
In the Great Plan
In the dark
A shining ray
I heard a three-year-old boy say
Bad Dreams are good
In the Great Plan

*

© Joni Mitchell e The New Yorker. Traduzione inedita a cura di © Anna Maria Curci e Alessandra Trevisan. Questa poesia è apparsa originariamente nel 2007 qui.

 

I poeti della domenica #95. Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo

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Non possiamo saperlo

Non possiamo saperlo. Nessuno l’ha detto.
Forse là non c’è altro che una rete sfondata,
Quattro sedie spagliate e una vecchia ciabatta
Rosicchiata dai topi. C’è caso che Dio sia un topo
E che scappi a nascondersi appena arriviamo.
E c’è caso che invece sia la vecchia ciabatta
Rosicchiata e consunta. Non possiamo sapere.

Forse Dio ha paura di noi e scapperà, e a lungo
Noi dovremo chiamarlo e chiamarlo coi nomi più dolci
Per indurlo a tornare. Da un punto lontano
Della stanza lui ci fisserà immobile.

Forse Dio è piccolo come un granello di polvere,
E potremo vederlo soltanto col microscopio,
Minuscola ombra azzurra sul vetrino, minuscola
Ala nera perduta nella notte del microscopio,
E noi là in piedi, muti, sospesi a guardare.
Forse Dio è grande come il mare, e spumeggia e tuona.

Forse Dio è freddo come il vento d’inverno,
Forse ulula e romba come un rumore assordante,
E dovremo portare le mani alle orecchie,
Agghiacciati e tremanti, rimpiattendoci al suolo.
Non possiamo sapere com’è Dio. E di tutte le cose
Che vorremmo sapere, è la sola veramente essenziale.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia,
E quel suo paradiso è una noia mortale.

Forse Dio ha gli occhiali neri, una sciarpa di seta,
Due volpini al guinzaglio. Forse ha le ghette,
Sta seduto in un angolo e non dice parola.
Forse ha i capelli tinti, ha una radio a transistor,
E si abbronza le gambe sul tetto d’un grattacielo.
Non possiamo sapere. Nessuno sa niente.
Forse appena arrivati ci manda allo spaccio
A comprargli del pane e salame ed un fiasco di vino.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia
E quel suo paradiso è la solita musica,
Svolazzare di veli, di piume, di nuvole,
Un odore di gigli recisi, una noia di morte,
E ogni tanto una mezza parola per passare il tempo.
Forse Dio sono due, una coppia di sposi
Abbandonati al sonno ad un tavolo d’osteria.

Forse Dio non ha tempo. Ci dirà di andarcene
E tornare più tardi. Noi andremo a passeggio;
Siederemo su di una panchina a contare i treni che passano,
Le formiche, gli uccelli, le navi. A quell’alta finestra,
Dio s’affaccerà a guardare la notte e la strada.

Non possiamo sapere. Nessuno lo sa.
C’è anche caso che Dio abbia fame e ci tocchi sfamarlo,
Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre,
Sotto una coperta sudicia, piena di cimici,
E dovremo correre in cerca di latte e di legna,
E telefonare a un medico, e chissà se subito
Troveremo un telefono, e il gettone, e il numero,
Nella notte affollata, chissà se avremo abbastanza denaro.

© Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo, in «Paragone», giugno 1965.