Giorno: 31 agosto 2016

Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Goffredo Parise nel trentennale della morte

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Goffredo Parise, Borghesia e altre voci escluse dai Sillabari. Con l’autorizzazione di Giosetta Fioroni e la postfazione di Silvio Perrella, Pistoia, Via del Vento edizioni, 2016, € 4,00

Un giorno, anzi una volta, c’erano in un paese due uomini che stavano sempre insieme. Non erano più giovani, anzi si avviavano verso la vecchiaia, ma erano stati amici da ragazzi, poi, dopo un lungo interregno di separazione, circa trent’anni, erano tornati amici e più inseparabili di prima. L’uno, di nome Gino, era di carattere impetuoso, generoso, un po’ prepotente, alto e ancora biondo, sposato con due figli. L’altro si chiamava Gastone ed era scapolo: alto anche lui ma curvo, con pochi capelli ormai bianchi e con occhi sottili, scuri e infidi. Il suo carattere non era chiaro, certamente l’opposto dell’amico: astuto, dall’aria tanto polemica quanto remissiva.
Gino faceva o avrebbe dovuto fare l’agricoltore perché possedeva molta terra ma non gli piaceva, col passare degli anni sempre più lo prese la sua innata voglia di affari, mediazioni, commercio, voglia che però non corrispondeva mai ai risultati, sempre deludenti: del resto era ricco.

da Obbedienza, p. 11

Un breve volume che comprende tre voci mancanti da Sillabario n. 1 e Sillabario n. 2, quello uscito di recente per le edizioni Via del Vento e con cui desideriamo ricordare Parise nel trentennale della sua morte, avvenuta il 31 agosto del 1986. Benessere Borghesia, Obbedienza e Politica, i racconti non compresi nelle due opere citate (più tardi riunite in un unico tomo mondadoriano), sono qui presentati come “non aventi il diritto di” essere annoverati tra quelli cui l’autore riconosceva le qualità degli “inclusi”, chiamati all’appello dalla “poesia” nella famosa nota introduttiva parisiana: «Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla lettera Z. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.»
È Silvio Perrella, in Borghesia, a ritracciare il quadro entro cui queste tre voci si innestano e cui rispondono, che si può riassumere in questi termini: da un lato si ha il dialogo con il «Corriere della Sera», su cui comparvero tra il 1971 e il 1978, e la continuità che Parise scrittore creerà su quelle pagine con le rubriche da lui stesso curate e con gli articoli che poi forniranno l’occasione d’essere raccolti in altri volumi; su tutti è forse L’eleganza è frigida − come sottolinea Perrella − ad essere emblematico di un tempo e di un luogo scorciati dall’alto − l’Italia −, da quella che ancora Perrella citando Raffaele Manica ha definito «una grande distanza». Il libro che raccoglie i pezzi sul Giappone − siamo nel 1982, lo ricordiamo anche qui − concede la possibilità di introdurre l’altra nota che caratterizza Borghesia, ossia il rapporto con la storia negli Anni di Piombo e nel dopo Moro, sempre omessi dalla narrazione parisiana per necessità di sguardo, per volere di una responsabilità altra e più personale, quella nei confronti della poesia appunto e della scrittura che − ancora Perrella afferma − crea similitudini con le necessità scrittorie di Pier Paolo Pasolini, che moriva durante la stesura dei Sillabari. La storia degli anni Settanta è ‘lontana’ dal quel vedere ma vicina al guardare dello scrittore veneto, che non cerca un’adesione al presente: tenta un distacco e soprattuto una demistificazione del passato, del Ventennio e della guerra, come più volte farà (ad esempio qui). (altro…)

Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano

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Una frase lunga un libro #69: Jenny Offill, Le cose che restano, NN editore, 2016, traduzione di Gioia Guerzoni, € 17,00, ebook € 7,99

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Qualche volta cercavo di indovinare quali delle sue storie fossero vere e quali no, però di solito mi sbagliavo. Avevo scoperto che perfino mio padre sapeva del mollusco esplosivo, ma diventava più vago sull’ombrello avvelenato. «Mia moglie, Mata Hari» diceva soltanto.

Chi scrive è Grace, chi narra è Grace, una vivace, intelligente, curiosa bambina. Grace figlia di due genitori particolari. Un padre capace di passare giorni e giorni per costruirle una casa di bambole con le luci che si accendono davvero, un uomo di scienza ma anche di fantasia. Una madre meravigliosa, a suo modo, che le insegna a parlare in una lingua inventata, che le fa vivere tutto come se fosse un gioco o un’avventura. Anna, questo è il nome della donna. Una madre vulcano, un padre paziente, almeno apparentemente. Anna e la sua passione per gli uccelli, Anna che inventa per Grace un calendario magico, Anna che le reinventa le pareti della stanza. Anna che la spinge all’invenzione, Anna che le spiega il mondo a modo suo, e sono tanti mondi. Grace vive la realtà col passo di una favola, perché quello è il passo di sua madre. Per Anna nulla può resistere alla fantasia, nulla è solo quel che sembra, nulla deve restare sempre come è. Anna deciderà (e imporrà questa decisione al marito) che Grace deve studiare a casa, le insegnerà a modo suo. Sembrerà tutto meraviglioso, ma non potrà esserlo del tutto. Tra la meraviglia e il dramma passa una linea molto sottile. Grace scoprirà presto la sua vulnerabilità e la paura della perdita, avrà a che fare suo malgrado con le debolezze dei suoi genitori, arriverà presto a dover fare scelte che non dovrebbero competere ai bambini.

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