Giorno: 24 agosto 2016

Altri dischi #8: Tool, Ænima

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Tool
Ænima
Zoo Entertainment, 1996

di Ciro Bertini

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C’è un misterioso piacere che si prova quando si ascolta un disco dei Tool, un piacere sornione che ci invade a poco a poco, come un oggetto del desiderio che non ama concedersi subito ma vuole farsi scoprire lentamente. È un piacere che nasce dal contrasto fra repulsione e attrazione, fascino e disgusto, aspirazione al sublime e irresistibile richiamo della materia, pulsione verso l’alto e inevitabile caduta. Il tutto avvolto in una coltre spessa e nera come la pece, dove improvvisi lampi di luce ci permettono appena di distinguere i contorni delle cose, quel tanto che basta per non soccombere alla follia. In un certo senso, il piccolo componimento Message to Harry Manback, pur nell’autoconsapevolezza di essere un semplice divertissement, esemplifica alla perfezione l’arte dei Tool. Su una romantica e struggente elegia pianistica tutto ci si potrebbe aspettare fuorché la voce di un individuo non identificato (ma innegabilmente italiano) che scarica sulla segreteria telefonica la propria rabbia nei confronti del destinatario del titolo, ricoprendolo con una sequenza impressionante di insulti e auspici di morte.
Uscito a tre anni di distanza dall’inquietante, claustrofobico Undertow, Ænima è il disco con cui il quartetto di Los Angeles raggiunge la piena maturità artistica, superando il post-grunge dell’album d’esordio e approdando ad uno stile personale, che non perde un grammo dell’ossessività e della rabbia iniziale ma le impreziosisce con audaci esperimenti sonori e complicate strutture melodiche e ritmiche. Se è la chitarra di Adam Jones a colpire per prima, tagliando e squarciando tutto ciò che incontra, può però sempre contare sul magistrale supporto fornito dal basso di Justin Chancellor, ora ostinato muggito di sottofondo, ora vulcanico generatore di melodie ipnotiche e luciferine. A sorreggere, o più precisamente, avvolgere il tutto, la monumentale batteria di Danny Carey, autentico virtuoso le cui infinite, imprevedibili e geometriche invenzioni si incastrano perfettamente con le sonorità sprigionate dai due compagni, creando un magma sonoro inesauribile e inarrestabile. Un trio di musicisti di eccezionale livello, il terreno fertile di cui Maynard James Keenan ha bisogno per intonare le sue liriche blasfeme e furenti, traboccanti amori malati e pervase da un’ineluttabile, insopprimibile atmosfera di morte e decadenza. Autentico sbarazzino del microfono, Keenan auspica un nuovo diluvio universale che cancelli per sempre la città di Los Angeles, racconta senza pudore di pratiche sessuali estreme fra due amanti e arriva perfino a scagliarsi contro Gesù di Nazareth, deridendo con disinvoltura il suo messaggio e chiedendogli gentilmente di scendere da quella “fucking cross” per far posto ad un altro stupido martire.

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Una frase lunga un libro #68: Annie Ernaux: L’altra figlia

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Una frase lunga un libro #68: Annie Ernaux: L’altra figlia, L’orma editore, 2016, € 8,50, ebook € 4,50, trad. di  Lorenzo Flabbi

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Ma tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero. Non ho alcun ricordo di te. Quando sono nata eri già morta da due anni e mezzo. Tu sei la figlia del cielo, la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto. Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni. Nata e morta come in un racconto, come Bonnie, la figlia di Rossella e Rhett in Via col Vento.

Mi chiedo se stia nel ritmo che imprime alle frasi il segreto di Annie Ernaux. Subito dopo mi domando se invece risieda nell’apparente semplicità con cui (e la frase qui in alto lo testimonia) la scrittrice francese mette insieme le parole, accostandole come se fossero dei colori, facendole suonare come fossero note. Passa qualche minuto e mi dico che non può essere così, o soltanto così, e già sarebbe tanto, e allora mi convinco che la forza di Ernaux vada cercata nella sua struttura mentale, nella sua grande capacità analitica, nella limpidezza con cui si guarda dentro e si racconta, e nella capacità di fondere poi quel racconto personale con il mondo che la circonda, con i tempi passati e presenti, con la storia, la politica e il costume. Lo vedete da voi, Ernaux è tutte queste cose, che non possono essere liquidate semplicemente con la parola “talento”. Posso saper scrivere ma non conoscere, posso capire tutto ma non essere in grado di metterlo su un foglio, posso essere il più grande osservatore della vita e delle cose, ma a che serve se non sono in grado di raccontarlo.

Annie Ernaux è una scrittrice straordinaria, l’abbiamo amata con Il Posto e soprattutto con Gli anni (L’orma 2013 e 2015), due libri indimenticabili, la ritroviamo ora con questo libro piccolo e prezioso, L’altra figlia, un romanzo epistolare, una lunga lettera scritta alla sorella morta prima che Annie nascesse. Un romanzo solo in apparenza più intimo dei precedenti due, perché qui troviamo forse le ragioni che hanno condotto Ernaux verso la scrittura, l’insegnamento; verso tutto ciò che ha fatto e vissuto.

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