Giorno: 21 luglio 2016

Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016), Edizioni La Vita Felice

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Esce in questi giorni il saggio di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) per le Edizioni La Vita Felice di Milano.

Il volume è disponibile a questo link.

Dalla quarta di copertina

Questa nuova monografia su Goliarda Sapienza muove da un’esigenza nata in cinque anni di studio e approfondimento: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica sull’autrice con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi edite, talora veri e propri sconfinamenti, considerando in maggior misura le opere postume commisurate alle opere pubblicate in vita. La cronologia odierna svela, infatti, un’intertestualità inedita, che deve essere letta – soprattutto, ma non solo – alla luce della raccolta poetica Ancestrale, dei racconti di Destino coatto, e dei testi di Tre pièces e soggetti cinematografici.
Ripercorrendo la biografia di Sapienza – prima – tracciata grazie a documenti inediti, ed entrando nei testi – in seguito – si ritesse la trama di un’esistenza plurima, vitale e libera, presentata seguendo un itinerario artistico che trova fondamento nella “voce” come “strumento primo” di scrittura, e perciò imprescindibile nell’approccio all’opera tutta.
Chiude il volume un’ampia bibliografia, a oggi la più completa esistente sull’autrice.

Le parole dell’autrice

«Un saggio che ritraccia la vicenda umana e letteraria di una tra le più importanti scrittrici del secondo Novecento italiano; una monografia in cui la vita e la scrittura di Sapienza si rileggono sotto una luce nuova. Il percorso da me seguito tiene conto di aspetti salienti e del tutto “nuovi” nell’indagine sull’opera: nel testo, infatti, si pongono come cruciali i volumi postumi e soprattutto (ma non solo) la poesia e il teatro, nel tentativo di dare rilievo all’approccio peculiare di Sapienza nei confronti dello strumento-voce. Inoltre si è tentato di sciogliere un nodo critico che ha sino ad ora imbrigliato l’autrice agli Studi di Genere; pur considerandoli significativi (e in alcuni casi determinanti) si è desiderato in più occasioni spostare lo sguardo − o per meglio dire l’orecchio − per ristabilire un equilibrio di lettura guardando in maggiore misura al testo, al genere letterario, all’intertestualità e all’extratestualità. Si segnalano così alcune novità critiche che aprono a futuri studi già in corso. Un’analisi «appassionata», che non si conclude ma da qui ricomincia».

Dal volume

Goliarda Sapienza è stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, fiabe e testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto i ruoli di «cinematografara» e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una “vita di vite” piena, costante e «appassionata», declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. Goliarda possedeva una personalità poliedrica da «intellettuale off», definita oggi «eccentrica» ed «eretica» per il suo tempo; il suo spirito indipendente e anticipatorio, insieme alla sua intelligenza e alla sua indomabilità, ne fanno una donna con caratteristiche multiformi, da esplorare e da difendere.

© Alessandra Trevisan edizioni La Vita Felice

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #16

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Quindici – Guida con ragazza morta]
Food is interesting. For instance, why do we need to eat? Why are we never satisfied with just the right amount of food to maintain good health and proper energy? We always seem to want more and more. When eating too much, the proper balance is disturbed and ill health follows. Of course, eating too little food throws the balance off in the opposite direction and there is the ill health coming at us again. Balance is the key. Balance is the key to many things. Do we understand balance? The word balance has seven letters. Seven is difficult to balance, but not impossible if we are able to divide. There are, of course, the pros and cons of division.

Il cibo è interessante. Per esempio, perché abbiamo bisogno di mangiare? Perché non siamo mai soddisfatti con l’esatta quantità di cibo necessaria a mantenere buona salute e corretta energia? Sembriamo sempre volere di più e di più. Quando mangiamo troppo, il corretto equilibrio è turbato e la malattia sopraggiunge. Certo, mangiare troppo poco cibo sposta l’ago della bilancia nella direzione opposta e c’è la malattia che nuovamente ci colpisce. L’equilibrio è la chiave. L’equilibrio è la chiave per molte cose. Capiamo l’equilibrio? La parola “balance” ha sette lettere. Sette è difficile da bilanciare, ma non impossibile se siamo in grado di dividere. Ci sono, certo, i pro e i contro della divisione. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Perché la Signora Ceppo ci parla di cibo? Un aggancio con l’episodio potrebbe essere la visita imminente e in incognito di un critico culinario, la cui attesa inquieta Norma, proprietaria dell’RR Diner. Ma in Twin Peaks il quotidiano assume sempre proporzioni vertiginose, si carica di altri significati insondabili e oscuri, e anche in questo caso un monologo sulle abitudini alimentari e sul corretto equilibrio tra quantità e salute pare alludere ad altro. L’equilibrio non dipende soltanto dal cibo, ci sono altre inclinazioni che possono arrivare a turbarlo. Queste inclinazioni squilibrate si chiamano anche vizi? Quelli fondamentali sono davvero i vizi capitali, sette come le lettere che compongono la parola balance? In questa storia molti vizi sono in gioco, scatenati, portati alla dismisura. La capacità di bilanciarsi tra i vizi senza sprofondare in nessuno di loro è l’unica innocenza che possiamo raggiungere? Non è impossibile, if we are able to divide, ma dividere cosa? Colui che divise il cibo nella cena più famosa di ogni tempo finì male (the pros and cons della divisione e dell’innocenza). Ci sono davvero degli innocenti tra i personaggi? Senz’altro ci sono vittime, ma basta diventare vittime per essere innocenti? Basta avere delle colpe per essere colpevoli? In fondo si tratta comunque di uno squilibrio momentaneo.
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@Andrea Accardi
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Eleanor Wilner, Tutto ricomincia. Recensione

tutto ricomincia wilner poetarum

Eleanor Wilner, Tutto ricomincia, a c. di Fiorenza Mormile. Testo originale a fronte, traduzioni di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson, Roma, ©Gattomerlino/Superstripes, 2016, € 12,00

«now everything is starting/ up again»: da questo verso tradotto il titolo del volume di poesia che presentiamo oggi, una raccolta della poetessa statunitense Eleanor Wilner (classe 1937) a cura di Fiorenza Mormile e con traduzioni di diverse studiose. La «visione culturale e collettiva della memoria» dell’autrice è impressa in quella che il regista teatrale Cesare Ronconi definirebbe come una «lingua verticale misteriosa»; scegliendo di attraversare il tempo, di penetrarlo e osservarlo con una continuità che travalica i secoli, i momenti, le opere citate nel testo, Wilner crea una poesia coerente, in cui la connessione rivelata fra l’uomo e la natura ma ancora di più fra l’autore, il lettore, e i tanti riferimenti bibliografici che nei testi si rintracciano, dichiarano una solida conoscenza della tradizione (più volte rimaneggiata e valicata) − della poesia anglosassone, ma non solo − e una necessità di guardare oltre, per costruire un linguaggio poetico stratificato. È nelle parole degli altri − soprattutto nelle immagini altre − che questa poesia cerca il proprio senso; non al proprio interno, dunque, ma nella visione delle cose. Non si tratta di una poesia che parla del sé (dell’io) e, se lo fa, non smette di tessere la tela che la congiunge al mondo, alla natura, e alla letteratura e all’arte che l’hanno preceduta: da Dante a Vermeer, considerando molti altri artisti. Proprio Fiorenza Mormile segnala, nel suo saggio introduttivo al libro, il superamento della tradizione affermando come Wilner sia in grado di «salvare il futuro riscrivendo il presente»: il titolo della raccolta di traduzioni è legato al testo di Everything is starting, che inizia così:

The snow is filthy now; it has been
drinking oil and soot and car exhaust
for days, and dogs have marked it
with their special brand of brilliant
yellow piss;
……………….for a week after it fell,
the snow stood in frozen horror
at the icy chill, and hardened
on the top, and then, today, the thaw:
now everything is starting
up again −

La neve è sporca ora; da giorni beve
petrolio e fuliggine e gas
di scarico, e i cani l’hanno marchiata
col loro piscio speciale
giallo oro;
…………….per una settimana dopo essere caduta,
la neve rimase in un orrore raggelato
per il freddo glaciale, e indurì
in superficie, e poi, oggi, il disgelo:
ora tutto
ricomincia −

Lo scarto definitivo con la Waste land eliotiana − secondo Mormile − è dato da una neve che porta all’occhio − poi − il disgelo, nuovo “momento” poetico che apre a una prosecuzione del testo.
C’è molta Italia nei luoghi di Wilner; c’è Firenze, e ci sono Pompei e Roma, ma ogni città o spazio è scorciato nel suo presente-passato, come in To Think What We Might Have (Pensare cosa avremmo potuto…): «Today − Pompei,/ on view: the ultimate interruption,/permission to blame nature for the failure/ to finish anything − to bake the bread, to put/ the kids to bed on time, sew the tattered toga, ice/ the wine, draw up your will, take the swill out back/ to feed the pigs, do some small kindness to the poor,/ write you senator (you hear that Rome’s gone/ rotten, and your taxes will be used for yet/ another war)…» (Oggi − Pompei/ in mostra: l’interruzione definitiva,/ il permesso di biasimare la natura per il mancato/ compimento di ogni cosa − cuocere il pane, mettere/ a letto i bambini in orario, cucire la toga strappata, mettere/ in fresco il vino, fare testamento, portare il pastone/ ai maiali, fare un po’ di bene ai poveri,/ scrivere al tuo senatore (senti che Roma si è/ corrotta e le tue tasse saranno usate per/ l’ennesima guerra). Il luogo fa da sfondo a un dire che conduce verso un altro dire: come se diventasse universale − e non solo particolare − il luogo che si sceglie.
Scrive ancora Mormile che il “confessional” è estraneo a Wilner, come si è già detto: una sottrazione rispetto a molte altre voci della sua generazione, dichiarata, ad esempio, nell’incipit di The interview:

Q. Who are your influences?
A. The poet who dressed in white and stayed in her room,
The one who wore a turban, rings, and famously took to her bed,
The one who killed herself, again and again, till she got it right:
These are the ones who showed me what I should not do.

D. Da chi è stata influenzata?
R. La poetessa vestita di bianco che se ne stava nella sua stanza,
quella con un turbante e gli anelli che non si alzò più dal letto,
quella che si uccise, più e più volte, finché non ci riuscì:
sono state loro a mostrarmi cosa non fare.

Le distanze di Wilner si moltiplicano qui così, assumono misure diverse, anche definitive, in rapporto al tempo e all’altrove, al dove ritrovare e ritrovarsi per osservare il mondo che ingloba il sé, fotografarlo e restituirlo ai versi; perciò il sé non è l’io poetico proprio ma la sua immagine, la sua proiezione in terza persona, che denuncia appunto una non appartenenza nei confronti di chi ha preceduto l’autrice e la poesia che l’autrice scrive. Un distacco nei confronti del proprio sesso anche, che Mormile ravvisa come un prendere le distanze dal “genere”, e che introduce un problema di “voce narrante” in quest’autrice. Eppure la voce narrante nella poesia di Wilner risuona limpida e comprensibile, verticale, coerente, perentoria ma in grado di accogliere, anche quando il punto di vista è sfocato o si fatica a cogliere. Ed è forse quest’ultima una le qualità più interessanti di questi testi che, in traduzione, non risultano mai tradire l’intenzione dell’autrice.

© Alessandra Trevisan