proSabato: Fortini e Pasolini

fortini_attraverso pasoliniSebbene creda, sì, di aver avuto, quanto a Pasolini, ragione nell’ordine della ragione, so di avere avuto torto di fronte all’albero d’oro della vita.

F. Fortini

 

 

 

 

 

Scrive Fortini, introducendo la sua opera autobiografica Attraverso Pasolini, che è una raccolta di quello che dal 1952 fino ad allora, anno 1993, aveva scritto su Pasolini:

Su Pasolini, le pagine che seguono non sono un saggio ma una raccolta di quanto ne ho scritto in quarant’anni. E anche documenti e lettere del periodo della rivista “Officina” – [che fu anche l’esercizio di una sempre più ricca conoscenza reciproca che doveva condurre ad una sola certezza: quella dell’inconciliabilità, n.d.r.] – […] Probabilmente nella propria opera nessuno scrittore italiano del nostro secolo [’900, n.d.r.] ha accumulato, come Pasolini, giudizi sulla storia contemporanea e la società in cui visse; con altrettanta costanza nessun altro ha fatto di quei giudizi materia del proprio scrivere. Lo ha fatto però in modi che chiedono di venir decifrati.
Serve una lettura linguistica e stilistica che si apra la via attraverso le congerie degli enunciati e delle perorazioni ininterrotte e vi identifichi gli elementi radiattivi [sic] per poi, alla loro luce, reinterpretare l’insieme.[1]

Non dobbiamo far altro, a questo punto, che usare le parole di Fortini e seguirne le indicazioni, nel sospingerci nell’esplorazione di questo oscuro e preziosissimo testo della nostra letteratura contemporanea, quando ci dice che «a quelle scritture, le edite e le inedite, – [articoli, appunti, saggi, lettere ecc., n.d.r.] – accompagno informazioni e commenti, spesso intenzionalmente arbitrari. Non ho avuto in passato, voglio ripeterlo, né ho l’intenzione o capacità di tenere oggi un vero discorso critico sull’opera di Pasolini. Il lettore si avvedrà da solo dei limiti e dei propositi dei singoli contributi.»
Ed è esattamente il modus operandi che ho applicato nella scelta di questi due carteggi, gli ultimi dove si respira ancora una sorta di afflato privo di attrito fra i due.

Con il n. 2 della nuova serie, maggio-giugno 1959, finiva «Officina». Nel n.2 di «Il Menabò» Fortini pubblicava un lungo saggio sulla poesia di quegli anni, dove Pasolini aveva, se non più attenzione, più spazio che Luzi e Sereni e chiunque altro. Alla fine del 1960, il 10 dicembre, gli scrisse col pretesto di un’altra iniziativa baudelairiana. L’apocrifo cui allude era una poesia che non sapeva chi avesse spacciato per opera di Pasolini e che era stata pubblicata da «l’Unità»:

Caro Pier Paolo,

non ti vedo da un anno , vieni a Milano senza dar segno. Non so che t’abbia fatto. Qualcuno ha messo male? Per il «Menabò» non mi è arrivato nemmeno un “crepa” da parte tua. Comunque, il male e il bene che ho da dire di te, lo scrivo. Per esempio, i versi apocrifi sull’«Unità» mi avevano smosso un’ottava, che per poco non è uscita sull’«Avanti!» Non contestavo l’opinione politica (su quella sono d’accordo con te) ma il durevole equivoco del doppio piano (comunicativo-razionale e lirico-passionale) ecc.
Ti scrivo per un vecchio progetto che potrebbe andare in porto poi che Einaudi è d’accordo. Mettersi in cinque o sei o sette e tradurre per intero i Fleurs du mal, venti, trenta poesie per ciascuno, a scelta. Io avrei pensato a te, a me, a Sereni, Luzi, Risi, Leonetti, con qualche dubbio per Risi. Sereni sarebbe d’accordo, vorrebbe i Tableaux parisiens. Ora io so, da Récit, che tu sei il migliore traduttore di B. che ci sia oggi in Italia.
Ti prego di accettare. Naturalmente, se hai qualche controproposta, falla.
Dovresti però rispondermi comunque. Ti abbraccio il tuo

Gli rispose l’ultimo dell’anno 1960:

Caro Franco,

sì, hai ragione, sono stato un po’ evasivo e inadempiente con te. Ma del resto i miei passaggi per Milano sono stati così rapidi e impegnati che non ho mai avuto il tempo fisico per vederti. Ma, non c’è bisogno che te lo dica, tu mi sei sempre presente, e magari anche un pochino incombente, lo sai…
Di Baudelaire ho tradotto – mi sembra pessimamente – alcune poesie da Le vin e dalla sezione che dà il titolo al libro, Fleurs du mal. Adesso vado in India, ci sto un mese e mezzo: al ritorno ne riparleremo.
Ti abbraccio con grande affetto, tuo
Pier Paolo

Un’ulteriore lettera di Fortini del 16 di giugno 1961 nella quale s’impegnò a omaggiare il poeta di Casarsa per alcuni gridi straordinari contenuti ne La religione del mio tempo, e a ringraziarlo della dedica di Frammento di morte, aggiornandolo sul suo personale stato di salute e sul mettere insieme, in un nuovo lavoro, un libro di saggi e uno di versi, non ebbe risposta.
Il 3 dicembre tornò a scrivergli:

Caro Pierpaolo,

ho visto solo jersera Accattone. Me ne avevano parlato male o con indifferenza; io stesso sospettavo, molto, ero infastidito dalla montatura pro e contro e dalle chiacchiere della critica. E invece hai fatto un film stupendo, dove certi difetti, inerenti al modo di affrontar la materia dei tuoi racconti, spariscono o diventano virtù. Ormai ti avranno detto tutto, da mesi, di questo film (ti hanno ricordato Buñuel: realmente è quello che mi pare più vicino. Dico Los olvidados, che vidi a Londra nel 1952) e quindi questa mia lettera ti riuscirà perfino fastidiosa; ma ci tengo a dirti la mia opinione perché, tutto sommato, spero ci tenga tu.
“Accattone”, lui, è una figura straordinaria. Ma tutto il film è bellissimo e di rado ho visto certi paesaggi laconici passare senza filo di retorica. Anche il sogno (ne temevo, ad esser sincero) è di una pulizia morale assoluta. Quello che non riesco a comprendere (perché non riesco a comprendere che si possa essere tanto idioti) è tutto il fragore di ipotesi, interpretazioni e disquisizioni della critica, anche quella più favorevole; quando è difficile vedere un film più diretto, preciso e moralmente schietto (ma non nel senso di Carnelutti). Devo dire che di fronte al film cadono molte delle riserve che ho e continuo ad avere, ad esempio, di fronte a Una vita violenta. Pensavo, jersera: io non conosco di persona quel mondo, dovessi frequentarlo proverei qualche ripugnanza o paura; eppure il film me lo interpreta come un mondo comprensibile, umano, fraterno, un mondo che è o è stato anche nella mia esperienza biografica e col quale è possibile una comunicazione. Non so che cosa avresti potuto chiedere di più. Per aver fatto “Accattone”, ti perdono molte cose e soprattutto il coro, per me repellente, delle solidarietà artistico-letterarie; alle quali non vorrei unirmi, ed ecco perché ti scrivo solo ora, dopo aver visto il film, da buon milanese, il sabato sera e con il mio bravo biglietto da lire mille.

Pasolini rispose il 31 dicembre 1961, un anno esatto dopo la sua precedente:

Caro Fortini

ti sono debitore già di due lettere: ti scrivo solo un magro biglietto, per ricordarti che esisto e che soprattutto tu esisti in me; esisti tanto da essere l’ideale destinatario di quasi tutto quello che scrivo. Spero di esserlo un poco anche io per te, anche se non possiedo la tua formidabile ed esplicita, sempre, reattività.
Ti abbraccio con molto affetto, tuo
Pier Paolo Pasolini

Entrambe le risposte di Pasolini vengono date in due messaggi sempre nell’ultimo giorno dell’anno. In questo, senza alcun dubbio, Fortini non vi vede alcuna coincidenza ma un intento, un senso ben precisi. Anche data la loro somiglianza, che non consiste nella brevità, che era un po’ nello “stile” lapidario e intenso (o lapidariamente intenso) di Pasolini nelle corrispondenze. La sua risposta del 31 dicembre 1961 Fortini la considera come l’ultima loro lettera. Perché quelle del quinquennio successivo recano tutte il segno di un allontanamento crescente, che corrisponde, anche, a un mutamento di ‘vento’.

© Pierluigi Boccanfuso

.

[1] Franco Fortini, Attraverso Pasolini, Einaudi, Torino, 1993; in part. pp. 118-121.

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