Giorno: 15 luglio 2016

Poesia civile e familiare nei «Sesti/Gesti» di Fabio Franzin.

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Poesia civile e familiare nei «Sesti / Gesti» di Fabio Franzin
di Paolo Steffan

L’ultima raccolta di Franzin, a quindici anni dal suo esordio poetico, ospita temi e stili che riassumono, in un grande coerente quadro, qualità e versatilità del suo lungo percorso.
«Sii fina e popolare», dice Franzin alla poesia, dichiarandolo con versi altrui, ancor prima che con i propri: con un esergo tratto da Giorgio Caproni. Oltre che per la varietà particolare ― quella opitergino-mottense ― del suo dialetto, la poesia di Franzin si riconosce alla prima lettura per questi due caratteri: “finezza” delle immagini, che sanno suonare acute nelle corde del lettore, e “popolarità” del linguaggio, con un uso eclettico del dialetto, volto a restituire mille aspetti di una micro-quotidianità semplice, ma con punte sapienziali che sta a noi riconoscere e raccogliere. Sono già questi, i sesti, gestualità minime che illuminano la complessità dell’umano vivere.

Parole e atti vissuti e visti da un poeta-operaio che, senza mai abbandonare la tuta da artigiano-marangón, dà dignità con la poesia al lavoro e con il lavoro («sudhór e segadhùra») alla poesia. Ma quello di cui ci parla Franzin è un lavoro che spesso muta in disoccupazione, in perdita di senso; e ce lo dice con una famigliarità senza filtri cui la scelta del dialetto ben si adatta, come avveniva, nella stessa area linguistica, con poeti apparentemente semplici come Giacomo Noventa.

Delle sei sezioni di Sesti / Gesti, incorniciate da un testo introduttivo e da un congedo, la terza in particolare ci consente una riflessione specifica sui sesti, essendo ― credo ― quella che ha causato la scelta del titolo complessivo. Sotto il titolo I sesti roti / I gesti spezzati, sono riunite 11 poesie. Affilato come una lama va a segno il primo testo: siamo tra l’«erba alta» del «luogo passato», dentro i ruderi di un modello economico che al poeta viene istintivo bollare come archeologia industriale. Tra quell’erba egli vede spuntare i segni perduti di chi ha dato la vita sul lavoro, come Denis Silvestrin, trentaquattrenne precario schiacciato da una pressa a Orsago (in provincia di Treviso) nel 2013, cui poche pagine dopo dedica un testo nel quale si figura i suoi ultimi minuti (e che sono qui lieto di ricordare, e con lui tutte le morti bianche che tendiamo, muti, a dimenticare): «O forse stavi pensando alla tua vita | da precario, un mese qua, due là, | quando va bene, quando il telefono squilla, a come | sia possibile costruirsi un futuro, | così… […] | Poi le piastre li hanno schiacciati, quei | pensieri, insieme a tutte le cazzate | dette da ministri, padroni, sindacalisti».

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da “A questa vertigine” (Italic) di Pietro Russo

di Pietro Russo

Russo Cover

Ultimo testamento

It’s not time to make a change
Just relax, take it easy
You’re still young, that’s your fault
There’s so much you have to know
(Cat Stevens)

“Quindi vi lasciamo questo conto alla rovescia
di anno in anno, gli auguri, il brindisi a capodanno,
un pugno di speranze contraddette dagli oroscopi
e che altro? Rimanete imbronciati
se volete, ve lo concediamo, siete e sempre sarete
i nostri bambini. Noi i padri, voi ciò che resta.”

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***

Dice che sono io ieri, mi augura ogni bene
questo di sbieco uscito proprio adesso
in sordina. Quasi non lo riconoscevo.
Gli perdono il sudario del letto
e i muri, con il primo sole,
un collo uterino raschiato di fresco.
Avrò scordato anche questo. Con precisione,
come sempre. Come inseguire
la fuga delle mattonelle fino allo stipite
saltandone una a ogni passo. Facendo attenzione
a non pestare i bordi se possibile.

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