Giorno: 12 luglio 2016

Walter Cremonte, Con amore e squallore. Nota di Ombretta Ciurnelli

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Walter Cremonte, Con amore e squallore. Nota di Ombretta Ciurnelli
Nel primo fascicolo della nuova serie di “Passaggio”, il trimestrale di Poesia e arte curato dall’Associazione Culturale “La Luna”, che vanta la direzione letteraria di Eugenio De Signoribus, compaiono la raccolta Con amore e squallore di Walter Cremonte e la grafica Laceramenti 3 dell’artista urbinate Vitaliano Angelini. La breve silloge Con amore e squallore che contiene poesie inedite, insieme ad altre apparse nel 2014 in Come qualcosa che dura, dimostra ancora una volta la propensione di Cremonte a costruire percorsi brevi in cui si condensa un’intensa riflessione lirica. Il lavoro si apre con una prosa (Una nota sul titolo) in cui si dà conto del titolo scelto, tratto da Per Esmé: con amore e squallore, un racconto di J. D. Salinger. Al di là del contesto storico in cui si colloca la vicenda narrata (ne è protagonista un soldato americano, che è anche scrittore, dapprima nell’attesa dello sbarco in Normandia e poi al termine del secondo conflitto), l’amore è sentito dall’Autore come “motore” della poesia (perché, se no, si scrive?) mentre lo squallore è riferito all’uso di un linguaggio […] sempre più degradato, sempre più povero di grazia e di energia in una dimensione in cui le parole (e le cose) sono interscambiabili, non avendo più il loro luogo di appartenenza, il loro riferimento certo nella realtà. Ciò è da collegare anche all’ansia del dire poetico, in una visione della poesia in bilico tra limite e necessità: Come posso dire / come devo dire / tutte le cose / e del disastro […] cosa devo dire / (e come) recita altrove la lirica Come posso dire (in Come qualcosa che dura, 2014). Su questo sfondo va posto il tono colloquiale della poesia di Walter Cremonte, a volte densa di interrogativi, altrove risolta in brandelli di chiacchiere, ora nella condivisione ora nello smarrimento, sempre lontano da tentazioni retoriche, da facili suggestioni foniche, spesso in un borbottio che chiude le liriche a fissare l’essenza del vivere, in una semplicità basica del lessico, con toni pacati, solo in apparenza dimessi, sciolti in una tessitura di sottili rimandi letterari.

Ma lo ‘squallore’ va oltre la dimensione linguistica ed espressiva cui l’Autore si riferisce nella prosa Una nota sul titolo
Già nelle prime liriche della raccolta colpisce l’uso del condizionale: Potrei dire: fumo una sigaretta oppure Avremmo detto che era proprio quella la strada (da Una sigaretta e La strada), così l’insistere del verbo vorrei in L’erba voglio a sottolineare attese che sfumano o la condizione di impotenza che segna il nostro vivere, perché non c’è altro da dire quando sono assenze incolmabili a segnare lo scorrere della quotidianità, quando, secondo l’adagio di Gino Bartali citato nella lirica La strada, si scopre che è tutto sbagliato, tutto da rifare o quando si considera che la storia si risolve in un susseguirsi di generazioni prese in una spirale di colpe e rancori.
I versi conclusivi della poesia L’erba voglio (Vorrei questo, vorrei quello / non se ne esce) rimandano a un gioco, senza soluzione, di desideri e attese disattese, in un afflato che include tutti (e pure degli altri vorrei lo stesso / come se il tempo si fermasse / per tutti quanti) e che, tuttavia, si smorza nella sospensione pensosa di un interrogativo: allora / anche per chi sta molto male // e non vorrebbe che tutto si bloccasse / anzi, vorrebbe che il tempo passasse più in fretta?
Nella raccolta torna insistito il tema del tempo e alcune liriche riportano alla mente Virgilio: sed fugit interea, fugit inreparabile tempus, / singula dum capti circumuectamur amore; così, nell’ultimo verso della lirica Prove del teatro,  tutto scivola via come sull’onda, mentre nella poesia in forma di lettera indirizzata al tempo, nella compostezza e nell’equilibrio della scrittura, trapela profonda amarezza nel constatare che i giorni scappano / come ladri colti sul fatto e che, se il tempo non raccoglie il nostro invito a rallentare, non c’è nulla da fare, perché a decidere è solo lui. Il tempo. Saranno solo i sogni a confortarci, non quelli della notte, che son solo imbrogli / vadano al diavolo, ma quelli che facciamo da svegli che son come i pollini / che profumano l’aria, / l’acqua fresca che cogli / nel cavo della mano.
Può la bellezza dare senso e conforto al nostro vivere? In quella di un tramonto, di un paesaggio, di un libro Cremonte intravede già la malinconia velata dal rimpianto / così triste come chi ha già perduto / ormai tutto questo / come se tutto fosse andato via, fino a credere che solo le cose brutte / ci mettono allegria (da Le cose belle, le cose brutte) e nella lirica d’amore Un papavero, che chiude la raccolta, nel contemplare l’effimera bellezza di umili fiori, destinati ad appassire in un vaso, può esprimersi solo il desiderio, pur sempre insopprimibile, di credere a qualcosa che dura.
© Ombretta Ciurnelli
Vitaliano Angelini, Laceramenti 3

Vitaliano Angelini, Laceramenti 3

 

 

 

 

 

 

 

 

Il viaggio di Ghirri

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Il cantautore che Luigi Ghirri ha amato di più è Bob Dylan, al quale spesso si è riferito, per una straordinaria coincidenza di pensiero e di visione. La musica per la fotografia di Ghirri è stata un ambito di ricerca vissuto con intelligenza emotiva precisissima, dalla quale sono discese altrettanto precise scelte operative, sia nelle immagini sia negli scritti.
A raccontarci di questo amore è stato Lucio Dalla: «Ah… se l’anima avesse gli occhi!…  – si diceva ridendo con Luigi, quando ascoltavamo musica sul vinile o a un concerto… – fino  a un: Anche se muoio adesso sono felice, al concerto di Bob Dylan a Napoli».
Ghirri, quando nacque nel ‘43 (lo stesso anno del cantautore bolognese), nasceva con la musica fin nelle ossa. Anche solo un campanello o il latrare di un cane nella notte – così continua il racconto di Dalla – e già gli scattava l’idea di una foto.
Visione, pensiero, anima: siamo nel territorio della mente. La “mente-atlante” di Ghirri è quella tipica di un grande viaggiatore senza viaggio. Viaggio in Italia, libro del 1984 che lo lega al nome di Gianni Celati,[1] è un titolo-chiave in questo senso, con una splendida copertina che esalta appunto la dignità dei non-viaggiatori, grandi scrutatori (paradossalmente) di mappe, cartine, atlanti.
Uomo della pianura, della vastità, Ghirri infatti non sembra tanto viaggiare quanto essenzialmente desiderare: desidera lo spazio, l’ampiezza, e più che altro accarezza soltanto l’idea della fuga. E mentre l’accarezza si ferma, contempla, mette in carica la visione.
Dicevamo del suo grande amore, Dylan. Ecco un testo che approfondisce quanto vado dicendo:

Non è ancora buio[2]

Cadono le ombre e sono stato qui tutto il giorno.
Troppo caldo per dormire mentre il tempo corre.
Sento la mia anima diventare acciaio.
Ho ancora le cicatrici che il sole non ha rimarginato
e non c’è un posto per essere in un posto qualunque.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Il mio senso di umanità ormai è scorso via, nella fogna.
Dietro ogni lato della bellezza c’è stato qualche tipo di dolore.
Lei mi scrisse una lettera così gentile…
nelle parole aveva calcato tutto quanto la sua anima poteva ospitare
ma non vedo la ragione per cui mi dovrebbe interessare.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono stato a Londra, e nel divertimento di Parigi.
Ho seguito il fiume e ho trovato il mare.
Sono stato sul fondo di un mondo pieno di bugie
e non cerco più niente negli occhi degli altri
perché a volte il peso mi sembra insopportabile.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono nato qui e qui morirò, contro la mia volontà.
Mi sembra di correre, ma sono sempre stato fermo.
Assente ogni nervo del mio corpo, evanescente.
Non riesco a ricordare da cosa fuggivo quando sono caduto qui
dove neppure il mormorio di una preghiera sento.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Ghirri avrebbe amato molto questa canzone, Not Dark Yet, tratta dall’album che Dylan pubblicò nel 1997, Time Out of Mind. Avrebbe amato il buio, la notte, la parola “anima” e la parola “preghiera” dipinte dal maestro di Duluth. Di questa canzone avrebbe senz’altro assaporato ogni secondo e ne avrebbe restituito il respiro in immagini. Perché questo notturno assomiglia molto ai suoi, sono della stessa essenza, feriti e allo stesso tempo guidati da punti-luce, o meglio da appoggi di luce. (altro…)