Giorno: 11 luglio 2016

Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #2, PETER NORMAN

fonte qnm.it

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PETER NORMAN

(velocista)

*

I ribelli fanno vendere. Magliette, poster, tazze. È la cultura pop. Andy Warhol metta pure su quella sua aria imperturbabile e sdegnata, ma il punto è un altro.
Prendete da parte il primo eversivo da birretta con sul petto il Che guarnito dai riccioli della victoria e chiedetegli: se sapessi che per aver indossato quella maglietta ti portano via tutto, a partire dai soldi fino a cose più impalpabili, come il futuro, tu che faresti? Si alzerebbe una brezza disciplinata e, scommettiamo, senza neanche appoggiare la birretta il tipo si è già coperto di popeline celeste e blazer blu.
Peter Norman fece l’esatto contrario. Ai cento metri era sesto. Bianco, vestito di bianco. Al sicuro. Peter Norman era cattolico, adepto dell’Esercito della Salvezza. Il suo Dio gli diceva di stare lì, non mettersi in mezzo. Aveva fatto 20.22 in semifinale, un tempo pazzesco per un bianco australiano. Il futuro era suo. Quella finale dei 200 metri uomini delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, la prima sul tartan, la prima in altura, non la riguarda mai nessuno. All’uscita dalla curva, Peter Norman ha uno scatto dissennato. Non è solo atletica. È Aiace alle Porte Scee. Il suo destino è lì. Chiude in 20.06 (48 anni dopo è ancora il record australiano), secondo, in mezzo a due neri. Chissà che odore, dicono gli australiani estasiati davanti alla televisione. Nel ’68 in Australia l’apartheid non ha nulla da invidiare a quello sudafricano.
Con 20.06, quattro anni dopo, a Monaco, Peter Norman avrebbe fatto a spallate con Borzov. Ma non lo convocarono neppure (pur essendo sceso tredici volte sotto il tempo di qualificazione). Eppure era australiano, bianco e membro dell’Esercito della Salvezza. È come oggi avere l’erre moscia, vivere a Milano e appartenere a Comunione e Liberazione: puoi anche avere i neuroni che brancolano a mosca cieca, ma il futuro è assicurato.
Peter Norman, invece, indossò la spilla. Sulla tuta verde della nazionale mise una spilla e andò, nelle sue Adidas bianche, verso il podio. Il Dio dell’Esercito della Salvezza era intervenuto ancora per cercare di fermarlo, per farlo rientrare nei ranghi di una vita di successo.
Quando Peter Norman chiese la spilla ai due neri, quello che aveva vinto con il nuovo record del mondo, guardò l’altro e disse “che cazzo vuole questo, si prenda la sua medaglia e torni a casa”. Anche i ribelli hanno un senso elitario: la lotta è una lotta loro, non vogliono intrusi.

(altro…)

Nosferatu – di Andrea Accardi

Quando Stoker nel 1897 pubblicò il suo romanzo, nasceva un personaggio capace di lanciare una sfida impressionante a un’intera epoca: Dracula era desiderio sconfinatamente egoista, incurante dei principi sociali, e anche di quelli biologici e fisici, il contrario insomma di un ordine ritagliato secondo leggi di realtà, unica condizione per il progresso umano. Venticinque anni dopo, nel solco dell’espressionismo tedesco, Murnau avrebbe dato al vampiro di Stoker un aspetto molto più spaventoso e ripugnante, laddove nel libro manteneva ancora una qualche traccia di nobiltà, da conte. Per ragioni di diritti, il nome fu cambiato in Nosferatu (dal rumeno, “non morto”). Herzog nel 1979 riprese il film di Murnau, fedelmente ma con una profonda differenza: da un desiderio come orrenda sovversione sembrava quasi di essere passati a un desiderio percepito come condanna, incapacità di rientrare negli argini della realtà, di accettarne i limiti. Che è forse poi la piega che ha preso il mondo, se è vero che Herzog concederà a Nosferatu una vittoria per interposta persona, col ritorno di Harker, ormai contagiato, nel castello del conte. Grazie anche a Klaus Kinski, che ne fu l’interprete, Nosferatu diventò davvero e per la prima volta l’infelice protagonista della storia, commovente se pure orripilante, perso nel sempre di un incontentabile desiderio. Con queste poesie tento di prolungare proprio quella traiettoria. Dopo un testo introduttivo, comincia una sorta di dialogo a due voci: un personaggio che attende, uno che arriva; uno che chiede finalmente dei limiti, l’altro che nutre ancora l’irrazionale speranza di annullarli. Non è più l’orrore il problema, e quindi ho scelto un’immagine priva di qualunque eccesso gotico: per rappresentare questo vampiro moderno, malinconico e fiducioso, mi è sembrata adatta una bellissima foto di David Bowie.

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david bowie

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Abbiamo fili di ragno sopra la testa
iridati e sottili
il corpo scuro dell’insetto in controluce
immobile e apparentemente preso
nella sua stessa rete.

Guarda dove l’ordito è più fitto
dove si perde il conto dei fili
non basta un colpo con il dito
a separare il muro dal soffitto.

Il ragno d’altronde non sa
che aspetto ha la sua rete
dal basso.

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I.
Io che m’illudevo di tenere tutto insieme
che le mie braccia arrivassero oltre questo
fuggi fuggi e chiudessero in tempo
ogni tipo di porta
ecco che invece mi ritrovo in mezzo
alle cose che finiscono
a questo continuo perdere pezzi
e precipitare, recidere
decidere
svegliarsi in viaggio con la schiena a pezzi
vedere paesaggi sognati da altri

(Albumi d’alba, riflessi, screzi.
La trasparenza dei Carpazi)

.

Resto immerso nel rumore del sangue
caldo crepitio di globuli, sibilo
che unisce, difendo la casa
con barricate d’ossa, mi aggrappo
a ogni cosa con i denti
ma lascio solo un’orma ridicola
due fori ciechi.
Da piccolo guardavo la luce cambiare
tra le persiane, era uno strappo
di tempo che nessuno ricuce.
Nel buio ora sento i topi brulicare
sobbalzare, divorare tutto.
Bisogna dare ali
a questi topi.

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II.
Mi tormentano immagini, fanno
male dietro gli occhi i ricordi
come questo che si accanisce adesso
strisce di sole sul bucato steso
un balcone sopra l’altro, il solito
latrato lontano, ovunque lo stesso
le stanze dell’infanzia degli altri
la dolcezza di un garage, poi la salita
una mano che saluta, l’altra che parte
lo sventolio feroce di alberi e case
fino a quando un’intera città
scompare dalle carte.
.

Rivedo l’immagine del mio corpo
nei diversi punti della rete
-in cima a scalinate, dietro porte
a vetri, sul fondo di paesi che
diventano spiagge- ma sempre come
in movimento e in controluce
la vedo che fugge, scivola, affonda
nella sua stessa presenza, incavo
pulsante, vuota intermittenza
macchia tremolante sullo sfondo.
E invece la cornice che da sempre
mi circonda prende ora il sopravvento
e ogni esistenza che ho solo accennato
ritorna insopportabile e vivida
fulminata da odori estivi
fissata in colori di ceramica
in una bugia di smalto.
Il tempo che prosegue senza di me
è tempo reciso in cui non invecchio:
per questo sparisco allo specchio.

.

III.
Costeggiavamo campetti accesi
-il lampo del vedere un tiro fuori-
poi la strada si alzava all’improvviso
sulla distesa di paesi avvolti
dal fumo. Le carte non ci parlano
dei posti che lasciamo, non dicono
che le cose si vendicano
del nostro oltrepassarle, che tutto
esiste e avviene anche senza
farne parte. Ci sono sale
d’aspetto senza riviste, luci
dietro finestre, mani che spostano
sedie e non possiamo farci niente
nelle città immense la gente vive
senza perdersi, guarda la pioggia
sui palazzi di fronte, apre negozi
di oggettistica, si affaccia lo stesso
fiduciosa dai balconi sui fiumi
di sapone che scorrono in basso.
Nei centri piccoli vicino
alle stazioni saluti, gesti
abituali, sapere cosa fare
il caffè da prendere.
Ma di queste abitudini non so
dire nulla, anzi è lì che sprofondo
ogni volta, nelle vite degli altri
trasandate e inspiegabili
nel loro mattutino ripetere il caso
sbattere in alto come un sogno appeso.

.

La notte porta draghi di fosfeni
e un buio senza fondo dietro
presagi di cime, potessi uscire
da questo buio, giocare al gioco
del tempo, scegliere e rinunciare
come fai tu vivendo. Ma queste
infinite voglie, nascoste teste
d’aglio, avvelenano la stanza
e tutto il resto, il mio amore non sceglie
manca il bersaglio, nulla gli sembra
abbastanza.

.
IV.
Dopo pranzo la città ci respinge
abbassa le serrande, si mostra
fatta di spigoli e anche, spaventosa
e bianca. Poi tutto affonda in un’acqua
un po’ mossa, le luci si accendono
prima del buio come candele
in una chiesa a mezzogiorno, cani
vigilano dietro i cancelli
e i padroni restano in casa
a guardare programmi di cucina
o il meteo della settimana.
Ma quando un cane abbaia
c’è sempre qualcuno che si allontana.
.

In una casa si rimane anche dopo
i crolli dal soffitto, in mezzo alle ombre
appese dei coperchi, o a guardare
fuori uno scempio di oleandri
e il modo in cui la luce di sera
sviene come un paziente
anemico sul letto. Niente
perdona la vecchiaia delle case
nessun esorcismo, nessuna croce
nemmeno una mano di vernice
ma ovunque fantasmi di finestre
ferite, e scosse di anchilosauro
uscito dal solco. È tutta finta
infantile permanenza
questa geologia del rimorso
desiderio andato fuori asse
che vuole tornare in ogni stanza
come se niente fosse.

L’eterno è un fondo di giacenza.
Senza morte non c’è speranza.

.

V.
Capitava di lasciare posti e persone
e guardare indietro fino a vederli
svanire, di pensare l’impossibile
di una casa in assenza di me
che l’abitavo, di vedere gli altri
già dissolti
nell’ultima parte di ogni cosa.
Anche adesso che avanzo verso di te
per ogni metro di spazio sperperato
registro il punto esatto della perdita
del mio non essere più lì
mentre l’aria si riempie di una musica
d’archi, suonata per cosa, da chi

(Sto arrivando.
Ecco il castello, il sortilegio.
La pietà del tuo contagio)

.

Qui nulla finisce e nulla comincia
davvero, e allora mi porti una pietra
da metterci sopra, un coperchio
di nuvole addensate nel nero
il pensiero che tutto va perso
ma illeso, in qualche stanza lontana
in un condominio straniero

(Ti aspetto come si aspetta
l’inatteso, con cieca speranza
e un dolore sospeso)

.