Giorno: 9 luglio 2016

proSabato: Raffaele La Capria, da “America 1957”

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In autobus da New York a Boston

L’autobus era partito da più di due ore da New York, ma ancora non riuscivo a capire quando avremmo abbandonato le ultime case delle città. Si aveva sempre l’impressione di una periferia che non finiva mai, si aspettava sempre all’ultima curva la campagna.
A destra e a sinistra della strada le case erano tutte uguali, a uno o due piani. Di tanto in tanto, ogni venti o trenta chilometri, tutto pinnacoli, tetto spiovente, tegole rosa fragola, interrompeva la monotonia delle case uno di quei restaurant che dal nome del proprietario sono chiamati Howard Johnson.
Non mi sono meravigliato quando ho saputo che in America l’incidente automobilistico più frequente è quello causato dal sonno del guidatore. Le grandi distanze e la monotonia determinata dallo spazio si ritrova dappertutto. Anche quando finirono le case entrammo nello Stato del Massachusetts così diverso dal Connecticut, verde e ordinato come una Svizzera, o come il parco di una villa, l’elemento predominante era sempre la monotonia. Le case adesso apparivano molto più rade. A volte passava un quarto d’ora, mezz’ora, senza che se ne vedesse una. Poi d’improvviso, una fabbrica o uno shopping center; così, isolati in mezzo alla campagna. E pareva che il puro caso avesse voluto far sorgere quella fabbrica in quel posto, che lo shopping center avrebbe potuto essere benissimo cinquanta chilometri più in là. E sempre, implacabili, come stazioni di servizio, gli Howard Johnson.
Ora però da questi segni piuttosto confusi si cominciava a “sentire” la vastità dell’America. È una sensazione strana che prende d’improvviso e in un primo tempo mette addosso un certo sgomento. Ma gli americani non se ne erano preoccupati granché: in fondo il mito degli spazi liberi, il mito della frontiera, è stato sempre una delle caratteristiche fondamentali di questo popolo. E anche se oggi la frontiera non c’è più, anche se non si può più dire a un giovane di belle speranze: “Giovanotto vattene nel West”, perché il West non è più la terra vergine da conquistare, la grande valvola aperta allo spirito d’iniziativa dei giovanotti di belle speranze, nonostante tutto questo gli americani continuano a trattare lo spazio con molta disinvoltura. Me ne accorgevo anche io, appena arrivato dall’Europa, mentre viaggiavo nell’autobus che da New York portava a Boston.

© Raffaele La Capria, in America 1957, a sentimental journey, Roma, nottetempo, 2009

proSabato: Cesare Pavese, L’avventura. Racconto

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L’avventura

Sandra passò la mattinata senza allontanarsi dalla stazione. S’era messa per un viale di piante che parevano mazzi di fiori e andava guardando le vetrine, soffermandosi, girandosi a volte. Poi s’accorse che le case del viale digradavano sempre più basse, che il cielo là in fondo era vuoto, che il viale finiva in una specie di svolta, come un salto nell’aria. Allora si fermò, e girò gli occhi, irresoluta, da una vetrina di frutta alle piante, alle finestre alte.
..Là c’era il mare. Sandra aspirò l’aria e senti solamente l’odore acuto dolcissimo dei fiori. Allora tornò indietro cercando quel caffè che aveva già veduto. Le parve di non riconoscerlo, ne ebbe quasi dispetto, ma poi rivide i tavolini di vimini nascosti dalla colonna del portico e sparpagliati nell’ombra. Qualcuno era già seduto a quei tavolini con la faccia distratta e le mani intrecciate; non c’erano donne. Sandra entrò senza guardarli. Mentre beveva il latte al banco, e il garzone non faceva di lei nessun caso, pensò che vita doveva essere quella, a pochi passi dalla spiaggia per anni e anni.
..Col garzone parlò non appena gli colse l’occhio. Si fece spiegare dov’era la piazzetta, ma accadde che quello non capiva e balbettò un poco, come tutti i giovanotti di questo mondo. Allora Sandra si decise e gli mostrò l’indirizzo in fondo alla lettera e dovette spiegargli ch’era un alloggio per la stagione e dirgli il nome dei padroni. Il garzone l’accompagnò fino alla soglia, fra i tavolini, e si spiegò con molti gesti: adesso scherzava. Sandra se ne andò indispettita.
..La piazzetta era a due passi dalla stazione e ci si arrivava per una viuzza scalini di pietra. Sandra cominciava a sperare che le stanze sarebbero almeno tanto in alto da spaziare sulle case frapposte e scoprire il mare. Solamente a questo patto rinunciava allo strapiombo sugli scogli. Si guardò intorno nella piazzetta deserta: c’era un quadrato di cielo tenero, sparso di nuvole bianche che venivano dal mare. Una delle case era fiancheggiata da un muricciolo, e Sandra si ricordò che la lettera diceva a pianterreno con giardino: niente vista sul mare, niente stanze aperte al sole, quindi. Sandra si fermò davanti alle finestre inferriate del pianterreno, troppo delusa e invelenita per aver voglia di accasciarsi, troppo lontana da casa. Aveva levato gli occhi al balconcino del primo piano, dove uscì una donna grassa col fazzoletto in capo, a stendere biancheria. Valeva la pena vivere al mare, per essere così sordide e grasse.
..Allora finse di passeggiare attraverso la piazzetta. Era acciottolata in modo ineguale e vi sbucava un vicolo più stretto. Quando vi giunse Sandra sollevò il capo perché dall’alto udì una voce rauca e si mosse qualcosa e, davanti, le piombò uno scroscio d’acqua. Non ebbe il tempo d’imprecare che le apparve in fondo al vicolo, luminoso e lontano, lo spicchio celeste del mare.
..Altre voci vennero dalla piazzetta, violente, e di nuovo quella rauca si fece udire: Sandra entrava nel vicolo e capiva che gridavano a lei, ma non si volse.  (altro…)