Giorno: 6 luglio 2016

Yasmin Incretolli, Mescolo tutto

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Yasmin Incretolli, Mescolo tutto, Tunué, 2016, € 9,99

di Martino Baldi

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«Sono carini questi orecchini», dice Chus.
«L’ho scovati in fondo a un cassetto…»
S’avvicina lascivo titillando con punta di lingua il bijoux a forma di cono gelato gusto brillantini incastonati nell’acciaio.
Ho detto, scostandomi dall’avorio dei canini: «Mi dai un pugno?»
«Eh?»
«Ho curiosità nel seguire la direzione del sangue se mi fracassi il setto».
Ride: «Che ti piglia?»
«Valuto che l’atto potrebbe saziarmi brevemente l’animo in travaglio».
«Ma come cazzo parli?»
«Come cazzo mi pare».

La storia narrata in Mescolo tutto non è particolarmente originale.  Maria e Chus sono due adolescenti borderline: lei una diciannovenne autolesionista, lui un teppista di periferia. Si incontrano tra i banchi di scuola e instaurano una relazione fatta soprattutto di violenza, verbale e fisica. L’infatuazione si trasforma in breve per Maria in una vera e propria dipendenza amorosa  e quando Chus la interrompe, ritirandosi da scuola e negandosi alla ragazza, Maria fugge in un vagabondaggio che la porta a conoscere un gruppo di ragazzi benestanti e viziati che la attraggono in un vortice di party, droghe e sesso estremo.

Ha fatto discutere molto questo libro di esordio, uscito da una delle più apprezzate fucine della nuova narrativa italiana quale la collana di narrativa dell’editore Tunué diretta da Vanni Santoni. La “colpa” di Yasmin Incretolli sarebbe quella di non apparire a prima vista con le stigmate dello scrittore che qualcuno si aspetterebbe: di giovanissima età (è del 1994), donna, bella, accento romanesco, nessuna frequentazione di riviste, festival e salotti letterari…
Invece, alla luce di Mescolo tutto, c’è da dire che sono stati lungimiranti i giurati del XXXVIII Premio Calvino a segnalare quel dattiloscritto dall’improbabile titolo Ultrantropo(rno)morfismo inviato al concorso dalla Incretolli, e bravissimo Santoni a riconoscere nella giovane romana le qualità di una scrittrice vera, ribadite nell’operazione di trasformazione che ha portato il testo in concorso a diventare il romanzo pubblicato.
È infatti  cosa da scrittrice vera quella che ha fatto Yasmin Incretolli: prendere una storia che poteva apparire banale e più che obliterata di disagio e deriva giovanile ai margini di una metropoli e trasformarla in qualcosa che meriti di esser messo su carta attraverso l’unico strumento che uno scrittore ha: la lingua. Mescolo tutto rivela infatti un lavoro ammirabile proprio nel modo in cui la vicenda è impastata con una giusta cifra di letteratura (a rendere l’operazione non spontaneistica) e la minima concentrazione di letterarietà (a non renderla un freddo esercizio di sperimentalismo). Lungi dall’essere super sperimentale, come qualcuno l’ha definito, il lavoro sulla lingua che fa la Incretolli è un lavoro prettamente narrativo, mimetico, da scrittore tout court.

Strizzacervelli signora sotuttoio m’interroga su sensazioni provate negli imputati momenti. Sollazzata dall’ampollosità monopodalica militare ho curvato lo sparo, proferendo risposte in completo rigurgito nonsense. […] Ho reso voce deliberatamente flautata sotto contrazione laringea: «Può darsi una simile caccia alla beatitudine tramite autoinflizioni possa trovare fraintendimento presso territori dogmatici di sua competenza. Eppure, si fidi: seppur  dall’esterno possa apparire delirante, nel permesso alla cute d’aprirsi, sono in estasi».
«Ma come parli?»
«Come cazzo mi pare?»

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Una frase lunga un libro #65: Juan Carlos Onetti, Per una tomba senza nome

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Una frase lunga un libro #65: Juan Carlos Onetti, Per una tomba senza nome, SUR, 2016. Traduzione di Dario Puccini. Revisione di Giulia Zavagna; € 14,00, ebook € 9,99

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«Non voglio costringerla a fissarsi su una cosa o su un’altra; glielo suggerisco, semplicemente. Quando le chiedo di fissare l’attenzione su qualcosa, non l’aiuto affatto a comprendere la storia; ma forse questi miei suggerimenti possono essere utili per avvicinarsi al modo in cui io comprendo la storia, la mia storia».

C’è un regno che esiste solo nelle pagine di alcuni scrittori sudamericani, di quelli più bravi, è il regno in cui la fantasia e la realtà si fondono e si confondono fino a diventare una cosa sola; un posto in cui si vive sognando, si dorme vivendo, si digiuna mangiando, si baciano i morti, si passeggia con i morti, si muore finché si è vivi, si raccontano storie che non esistono e quindi più che mai credibili, si incrociano personaggi straordinari o miseri, tutti favolosi, perché di favole parliamo, perché tutto accade come in un miraggio, ma in quella Fata Morgana accadono le cose della vita, e accadono i racconti. Uno di questi scrittori è Juan Carlos Onetti, uno straordinario creatore di mondi e di storie. Onetti ha diviso la sua esistenza tra Montevideo (dove nacque) e Buenos Aires (dove visse a lungo), e per la maggior parte delle sue storie più note, ha creato un terzo luogo – il regno, appunto – Santa Mária, città, che come nota ottimamente Antonio Pascale nell’introduzione a questa nuova edizione di Per una tomba senza nome, rappresenta per Onetti una sintesi immaginaria tra le due capitali sudamericane.

Tutti  noi, i notabili, noi che ci fregiamo del diritto di giocare a poker al Club Progresso e di tracciare le nostre sigle con pigra vanità in calce ai conti di bevande e pranzi al Plaza. Tutti noi sappiamo com’è un funerale a Santa Mária. Alcuni di noi, al momento opportuno, sono stati i migliori amici della famiglia; e ci è stato offerto il privilegio di vedere la faccenda fin dal principio e, per di più, il privilegio di iniziarla.

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