Giorno: 5 luglio 2016

Antonella Sbuelz, La prima volta delle cose

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Antonella Sbuelz, La prima volta delle cose, Edizioni Cultura Globale, 2016

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Alba negli occhi

La prima volta del ricordo

Il tuo primo ricordo, verde e nero,
sa di terra e di erba bagnata:
lo sguardo che si impiglia in fondo al vuoto,
l’ondeggiare del tuo corpo di tre anni,
il piede che manca la presa sul ciglio
delle fondamenta scure, pronte a inghiottirsi il corpo
e le paure. Il cielo si squaderna, rovesciato,
in una voragine remota.
L’aria sfugge dalle dita, dai polmoni.
La memoria sa rammendare i vuoti,
sa innescare una trama di dettagli
dove il ricordo vacilla: un groppo di radici
ad attutire, il verso di un uccello, un ciuffo d’erba.
L’urlo che incrina l’aria di cristallo.
E il mistero di un atterraggio illeso, che toglie peso
al tempo, alla caduta.
La risalita no, non la ricordi. In braccio a chi non sai,
il ricordo tace.
Ma ci vorrebbe il buono delle cose
– la loro prima volta intatta, pura –
a ridare l’equilibrio su quel ciglio.
A fare alba negli occhi, come allora.

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Respirare il limite. Note su ‘Futuro semplice’ di Gianni Montieri

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[In occasione della ristampa – LietoColle, 2016 – ripropongo una mia nota di lettura su Futuro semplice, il primo libro di Gianni Monieri, pubblicata su Nellocchiodelpavone qualche anno fa. (F.F.)]

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Imparassimo almeno dalle foglie/ cadere nella stagione giusta/ mantenendo un tono di decoro/ la scelta del colore.  Leggere la poesia di Gianni Montieri significa entrare in una dimensione di limpidezza cristallina, in un esercizio di pulizia e purezza. Di Montieri è propria l’attenzione, mai manieristica, per il dettaglio del dettato; ogni parola in questi versi vive di una propria necessità insostituibile, che scaturisce dalla percezione precisa, chirurgica, del flusso di vita che scorre dinanzi allo sguardo del poeta. Un’attenzione che sintetizza la vertiginosità del dettato poetico con la profonda capacità descrittiva del vero narratore. Non è un caso che una delle poesie del libro sia dedicata a Raymond Carver, quasi alter ego del poeta.

Il tratto comune di molti testi di Futuro semplice (LietoColle, 2010) sta nella capacità di dire un sentimento, di mostrarlo nella sua originaria verità, senza nominarlo, ma attraverso la condensazione nei gesti, negli oggetti; e più che a un uso, che pure è presente, del correlativo oggettivo, questo procedere mi dà la sensazione di un approccio fenomenologico: mostrare gli eventi nel loro originario manifestarsi. Il mondo viene colto nel suo darsi prima di qualsiasi  distinzione tra soggetto e oggetto, tra interiorità ed esteriorità e quindi, stilisticamente, tra lirica e realismo. In questi versi le cose ci accadono nella loro evidenza primigenia – e quindi nella loro semplice apertura alla vita, al futuro – nella loro immensa gratuità e sono colte prima che si possano interpretare, giudicare, prima che il vivere ci costringa a scegliere a perpetuare quell’errore che l’esistere è. Tutto ci accedeva insieme ripete Montieri in più testi mostrando un’attenzione che, al tempo stesso, è un ricordo mitico e un percepire originario (l’occhio non distingueva/ l’inevitabile dallo straordinario/ conteneva nella stessa iride/ il contrabbando e San Martino/ il parcheggio abusivo e via Orazio) e che diventa un vero e proprio atto d’amore per la vita, nelle sue contraddizioni irrisolte (si veda il bellissimo frammento XXVI dell’inedito (Sud) in caso di morte). (altro…)