Giorno: 30 giugno 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #13

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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harold smith

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[Episodio dodici – La maledizione dell’orchidea]
Sometimes nature plays tricks on us and we imagine we are something other than what we truly are. Is this a key to life in general? Or the case of the two-headed schizophrenic? Both heads thought the other was following itself. Finally, when one head wasn’t looking, the other shot the other right between the eyes, and, of course, killed himself.

 
Qualche volta la natura ci gioca brutti scherzi e noi immaginiamo di essere qualcos’altro rispetto a quello che siamo veramente. Questa è una chiave per la vita in generale? O il caso dello schizofrenico a due teste? Ogni testa pensava che l’altra la stesse seguendo. Alla fine, mentre una testa non guardava, l’altra colpì l’altra proprio in mezzo agli occhi, e ovviamente uccise se stessa. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Si ritorna al tema dell’ambiguità, della doppiezza, ma stavolta ricorrendo addirittura all’etichetta clinica della schizofrenia (peraltro usata in modo impreciso, qui come nel senso comune). Viviamo come se fossimo two-headed, ma sono due parti della mente in conflitto tra loro, si guardano con sospetto e possono arrivare a sfidarsi. Naturalmente lo scontro avrà soltanto perdenti, nel collasso le due parti si ritrovano riunite. Cosa c’entra questo con Harold Smith? Il ragazzo agorafobico e coltivatore di orchidee, mite all’apparenza, è in realtà carico di un’aggressività pronta a esplodere se tradito. Era solo il confidente o anche l’amante di Laura? E si sta innamorando di Donna? L’orchidea ha una bellezza inquietante, sessualizzata fin dal nome, ma per amare davvero bisogna uscire dalla serra: una testa di Harold guarda fuori, l’altra non perde di vista i fiori. In questo episodio altri personaggi affrontano le conseguenze del conflitto tra le loro due teste, e finiranno presto per colpirsi da soli quando meno se lo aspettano. Pur nel nostro equilibrio che prevalentemente funziona, anche noi siamo seguiti da una parte che spia l’altra, e talvolta la parte che spiava prende il comando e l’altra le va dietro astiosa. Quest’alternanza è a key to life in general? Forse, ma una testa nasconde la chiave, l’altra sa dov’è la porta.
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@Andrea Accardi
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Laura Pugno, Bianco

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Laura Pugno, Bianco, Nottetempo, 2016; € 7,00

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di Mario De Santis

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Laura Pugno poeta ha, nel corso degli anni, costruito un suo mondo preciso, scolpito, seppure nell’astrazione di una dimensione allegorica. Un mondo, un paesaggio di atmosfere arcaiche, mitiche e mentali, come facile dire per un suo recente titolo, La mente paesaggio (Perrone, 2010), come anche per un suo testo quale Gilgames (Transeuropa, 2009), con una poesia che si colloca sempre sul passo di un tempo originario, respirando atmosfere di boschi e artici, di cacce, e in questo ultimo, Bianco, di spazi nevosi infiniti che finiscono per dare connotazione estensiva di un tono (per fare un paragone, quel bianco ossessivo e infinito che c’è anche nel film  Revenant di Iñárritu).
In Bianco – che è un colore di lutto, tanto quanto il nero anzi forse evoca una dimensione non ctonia, ma nemmeno terrena – ci sono presenze su presenze che si sommano: il viaggio poetico inizia rivolgendosi alla “neve”- siamo all’inizio di un inverno  ma di un tempo in cui “non ci sono stagioni”, c’è solo un immenso bianco. Il bianco è la dominanza della luce, è l’ovattato, il silenzioso.
E sarà sempre questo richiamo a labilità percettive e oniriche il basso continuo del libro. Fatto di morti che tornano, presenze di un lutto in cui il colore della neve definisce lo spazio intermedio dell’Hereafter (parola doppia, di luogo e tempo). La poesia di Laura Pugno non è una poesia che appartiene alla tradizione di ricerca: non ne ha la retorica e l’ideologia del significante, semmai ha un culto materico e enigmatico della parola, che la fa apparire, ma solo apparire, ermetica, laddove tarda a sciogliere certi nodi di immagini per il lettore,  a cui chiede un po’ di attenzione; di sicuro però si può dire che è una poesia che si interroga su forme inedite del conoscere, è un poesia “in cerca”.
Una voce che tiene, pagina dopo pagina, pure se frammentata, in poesie fatte di 5, 6, 8 versi, una voce che non mette l’io al centro, ma fa di tutti unica presenza/assenza in un paesaggio che da subito sembra voler creare e insieme sottrarre al simbolismo metafisico: “neve tu sei venuta qui/ sei venuta come neve”. Quel che si sta cercando è qui. È nelle cose. Un animismo del senso, quasi. Come neve: la comparazione elimina la neve “come neve”, vorrebbe azzerare la duplicità, ma ovviamente la ricrea con un’ambivalenza produttiva di echi, di significato. Ed è la tessitura fonetica a riverberare, come il bianco, a risuonare: pochi elementi, continuamente reiterati, misura di sillabe e inseguimenti fonetici, intrecci, che amplificano il bagaglio ridotto del viaggio.

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