Giorno: 28 giugno 2016

Un ricordo bello che ho – di Joele Lemme

Un anno fa, alla fine dell’anno scolastico, avevo messo insieme gli errori più divertenti degli alunni, e ne era venuta fuori una specie di sgangherata antologia degli inciampi, ma non priva di bellezza e a volte di acume involontario (per chi vuole, qui). Era stato anche un modo per rintracciare le origini del linguaggio poetico proprio in quelle zone fuori controllo della nostra mente, in attesa di imparare ad abitarle consapevolmente, come una risorsa di creatività e non come dubbio continuo. Vale per me quello che scrivevo lo scorso giugno, e che ho ripetuto tante volte anche agli alunni di quest’anno: alcuni di noi per certi aspetti scrivevano meglio da piccoli, prima di appiattirsi su linguaggi stereotipati e imposti dall’esterno. Per il testo di oggi bisogna fare invece un discorso un po’ diverso. L’autore è uno solo, si chiama Joele Lemme, ha appena compiuto sedici anni e quest’anno ha frequentato la seconda superiore all’istituto tecnico Cerebotani di Lonato del Garda. La traccia del tema, molto banale (“Un ricordo bello -o brutto- che ho”), voleva essere più un modo per conoscere la classe, dal momento che ero arrivato da un solo mese. Joele racconta com’è nata la sua passione per la pesca, e lo fa con una personalità e un controllo straordinari, facendo vibrare una corda interna che suona. C’erano naturalmente delle sviste, ma ho deciso di lasciarle tali e quali, risparmiando ai lettori il singhiozzo editoriale del “sic”, che qui sarebbe stato fuori posto e ridicolo: ecco dunque il testo esattamente come si è presentato nella sua forma originale. Joele ha usato anche delle metafore, forse inizialmente per farmi contento, ma centrando perfettamente il bersaglio: il verme simile a “un condannato diretto al boia”, e che da verme della terra rifiutato da tutti diventa subito il desiderio di numerosi pesci, mi sembra una costruzione che nella sua vivacità metaforica mantiene una perfetta logica. Il finale è splendido. Se lanci davvero la lenza, le parole abboccano: bravo Joele. (A.A.)

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Ricordo ancora quel giorno in cui dentro di me si accese una passione enorme, la passione per la pesca. Quel giorno avevo 6 anni e stavo passeggiando con la mia famiglia lungo la passeggiata in riva al lago situata a rivoltella. Arrivai al porto vecchio di rivoltella, vidi un signore anziano, rimaneva seduto su una piccola sedia da campeggio.

Rimaneva lì, sotto la pioggia, con un’esile canna ed una semplice lenza, mi sorse una domanda, cosa lo spingeva a stare lì, fermo e pazientoso ad aspettare un pesce di qualche centimetro? Così decidetti che avrei provato pure io. Andai in un negozio molto grande, dove vendevano un po’ di tutto, ma per la maggior parte mobili e oggetti per la casa. Nella corsia per gli hobby trovai delle canne da pesca, decidetti così di comprarne una. Il giorno dopo, spendendo 2 euro per la canna da pesca e altri 2 euro per un piccolo secchiello pieno di larve di mosca carnaria ero pronto per andare a pescare. Prima di quella volta non avevo mai pescato, non sapevo che fare, attaccai in qualche modo il piccolo verme all’amo e lo gettai in acqua dopo averlo attaccato alla lenza con un semplicissimo nodo.

Pareva un condannato diretto al boia, vincolato alle guardie, dimenandosi inutilmente, e da apparentemente rifiutato dal mondo, appena sfiorò il pelo dell’acqua richiamò una grande attenzione da parte di numerosi pesci, che lo volevano per sé. Così venne mangiato immediatamente da un piccolo pesciolino, e nel medesimo modo anche i suoi “compagni” di secchiello.

La cosa che mi piacque di più di quell’esperienza era poter guardare da vicino il pesce, notando tutte le piccole sfumature sulle squame, ma tutto in poche occhiate per poi vederlo tornare a nuotare liberamente. Pesco ancora oggi, pesci più grossi e con tecnica e attrezzatura complicata, ma il tutto grazie a quel signore che non cedette alla pioggia.

“La signora dei pavoni”, Giovanna Amato

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Sette racconti. Tre fiabe.
Un estratto qui sotto.
Per altre info, qui.

 

Il ramo ha preso l’osso

Anita sfiorò il battente della porta e il tocco del ferro le corse, sapido e freddo, alla bocca. Le era successo qualcosa di simile, ricordava, da bambina, quando la scarlattina l’aveva tenuta in casa per giorni e rinchiusa per mesi in una bolla senza olfatto e sapore. Si era ripresa lentamente, rimettendosi in piedi ogni giorno più salda, finché all’improvviso il mondo era tornato a comunicare con lei; ma sempre, da allora, le era rimasto lo spavento velenoso di non saper riordinare nella giusta direzione tutto il fuori che premeva sul suo corpo.
Bussò, e intanto osservò i campi intorno. Né l’armistizio né l’occupazione e nemmeno i bombardamenti di cui aveva saputo da così lontano erano riusciti a cambiare la masseria e i suoi terreni. Sembrava che ogni notizia che l’avesse raggiunta oltre l’Oceano fosse stata una catastrofica bugia. Non c’era una sola zolla sollevata o un solo sasso fuori posto di quelli che era abituata a scansare, da bambina, anche al buio. Bussò, e Gianni aprì.
Anita avrebbe voluto sorridere per i suoi pantaloni, vecchi senza essere stati usati e così troppo alti sulla pancia, e per la camicia bianca ben infilata nella cintura come in attesa di un panciotto. Avrebbe voluto ma non sorrise, perché sentì una stoccata sorda attraversarle l’addome. Lui aveva i capelli arruffati e un velo di barba sottile come sabbia, un fianco più alto dell’altro come i Sebastiani delle chiese, come chi si ferma sotto il sole mentre miete. Anita sentì gli occhi farsi di velluto come quando lo fissava da ragazzina, quando rallentava i battiti per fermarlo sotto le palpebre. Li chiuse.
«Voi siete?», disse lui.
Anita non voleva farsi riconoscere. O meglio, voleva che a riconoscerla fosse lui, nonostante il biondo quasi cenere di chi non si asciuga più i capelli al sole, il corpo più stretto di adulta, la voce calma. Così parlò senza rispondere.
«Non il voi, per favore. Eravamo amici, da ragazzi.»
«Non me lo ricordo.»
«Allora il cognome su questa porta è sbagliato?»
Anita inclinò la testa e gli sorrise. Conosco i tuoi occhi di rovere scuro, pensa, e quanto hai lunghe le ciglia; da ragazzo non potevi soffrire il tuo mento appuntito e rotondo, e mi schivavi le dita quando ne accarezzavo la curva; devono averti rotto il naso, in questi anni, ed è dolce il modo in cui la linea si piega; saprei dove alzarti la camicia per sfiorare il segno bianco di quando, da piccolo, sei caduto dall’albero di fico e il ramo ha preso l’osso; ho portato la trottola.
«No, è giusto, ma non siamo stati amici.»
«Perché ne siete sicuro?»
«Perché non ho avuto amiche donne.»
Lei si spazientì e strinse le mani.
«Ascolta, per favore. So che sei sposato, e non hai bisogno di essere gentile, o di cacciarmi. Torno solo per restituirti una cosa. Mi è stata cara mentre ero via, non so cos’avrei fatto con te da questa parte dell’oceano, dentro la guerra, sotto le bombe, senza tendere la corda e lasciarla girare – è finita, adesso, e credevo fosse giusto restituirtela.»
Armeggiò con le dita nella borsa, si chiese per quale motivo non aveva sistemato la trottola in una tasca isolata, perché adesso avrebbe dovuto frugare con la testa china mentre un’ombra di donna già attraversava, in lontananza, la sagoma della porta, e l’uomo si ostinava a stare zitto con una mano ferma sul fianco.
Anita sentì la punta della trottola sotto le dita e la cavò fuori dalla borsa. Gliela porse con entrambe le mani, e l’uomo la guardò.
«Non è mia.»
“Oh, questo segno bianco,non è nulla, il ramo ha preso l’osso”, dicevi, “e ha squarciato la pelle, ma se mi avesse preso appena un po’ più in alto…”, e lanciavi la testa all’indietro, sistemavi i capelli senza usare le mani. “Una signora ricca che parlava con mio padre mi ha visto piangere e mi ha dato una trottola.” Me l’avresti regalata sotto il fico, poco prima di partire per la guerra, poco prima che io attraversassi l’oceano.
«Perché fai così?»
«Sentite, che state cercando? Volete un bicchiere di latte? Dico a mia moglie…»
«Non ti permetto di umiliarmi, non ho bisogno di nessun latte. Tu non hai idea di cosa ho fatto durante questa guerra…»
«Io non so di quale guerra…»
Si sentì un urlo, e i due si voltarono verso l’angolo della casa. Dal campo appena dietro spuntò, mentre la madre usciva di corsa dalla cucina, un bimbo dai capelli lunghi e spiegazzati, una camicia bianca infilata nei pantaloni su cui si allargava una macchia di sangue e terra. Trottava incespicando, tenendosi la mano sul fianco, e singhiozzava tutto agitato.
La madre lanciò uno strillo e gli tolse la camicia, mentre il padre si inginocchiò a guardare il taglio che dal bacino si slabbrava, dolcemente, risalendo verso le costole.
A braccia larghe, il bambino fissò la donna, esposto come un crocifisso e sempre più calmo e concentrato nella comprensione del suo dolore. Anita strinse le labbra e gli porse il giocattolo.
«Tranquillo, ha preso l’osso. Non ti sei fatto niente, sei solo spaventato. Tieni, guarda, una trottola. È per te.»

© Giovanna Amato

Oggi presso la casa editrice Empirìa, via Baccina 79 Roma, ore 18:30

INCONTRO CON L’AUTRICE

Presentazione di Anna Maria Curci – Letture di Enoch Marrella