Il “non solito dialetto” di Mario dell’Arco

mario dell'arco ottave 1948Mario dell’Arco (1905-1996) e il dialetto che non è il solito dialetto. Uno dei massimi esponenti di quella poesia in vernacolo troppo a lungo screditata dai puristi e il più delle volte attaccata e affrontata in modo contraddittorio e svilente nella fatidica Questione della lingua. Diciamocelo, il dialetto non attira a sé troppe simpatie (già dai tempi del Cesari, primi Ottocento), ma, quella del nostro, è opera più unica che rara, raffinata, surreale, che non può non catturare e conquistare. Un’opera in romanesco che sembra non aver conosciuto nel corso degli anni “una vera evoluzione”. Ma, appunto, sembra.
In realtà questo dialetto (“addirittura più leggero dell’italiano” come lo ha definito Gibellini) cesellato, ben si attaglia a quelli che furono i contenuti della poesia dellarchiana a partire dalla prima raccolta: Taja, ch’è rosso! (1946), apparsa nello stesso decennio che vide l’esordio di mostri sacri come Tonino Guerra e del Pasolini casarsese: una vena prevalentemente lirica, incline a deformazioni fantastiche e surreali, tese a rendere poetici gli aspetti di partenza del reale.
Così può capitare che, nella poesia di dell’Arco, il treno diventi un coso buffo/ cor cappello a cilindro e lo stantuffo; il cielo una lavagna sulla quale la luna disegna le costellazioni; la far-falla un verme che ha messo per ali due petali di rosa. Una sorta di magismo insomma, che nulla ha a che fare con quello crudo del Malaparte de La pelle o con il migliore assurdo letterario, e che serva per tacere dei monumenti e dei luoghi di Roma investiti da questa modalità poetica, disponibile al meraviglioso: è il caso di Roma – 18 poesie (1956), ad esempio, o di Arciroma (1978). Qui i monumenti si animano davvero, e può accadere che il cavallo di Castore in Campidoglio scenda dal proprio piedistallo e attraversi le vie del centro storico; o che la Barcaccia di Piazza di Spagna levi l’àncora e imbocchi er Babbuino.
Un’altra novità preponderante e, oserei dire, prepotente della poesia dellarchiana è la rottura con la tradizione romanesca sul piano della metrica: nessun sonetto presente nel volume complessivo; al contrario la predilezione per un sermo brevis per lo più di endecasillabi e settenari (questi sì i più classici della tradizione poetica italiana!) mentre più rari sono i quinari, variamente ritmati, anche con accortissime rime interne al verso.
Uno schema libero che, nel suo epigrammismo, si è sposato perfettamente anche con la compiutezza classica che il poeta ha inteso riprodurre nel suo personale adattamento di Catullo, Marziale e Orazio, da lui arromanescati a più riprese e che, contemporaneamente, lo fanno inserire perfettamente nella corrente del suo tempo, riuscendo in questo suo strutturare il componimento non simmetrizzandolo, in un divertissement letterario.
Dal ’48 in poi entra in scena Pasolini che col nostro inizia delle vere e proprie collaborazioni, in seguito al sentito apprezzamento dell’opera dell’autore romano.
Con dell’Arco cura l’antologia Poesia dialettale del Novecento (1952). Anche e in special modo delle ottave de La peste a Roma (1952), una peste tutta letteraria, come pare suggerire ogni esergo posto all’inizio di ciascun componimento e tratto ora dalla Bibbia e ora da Lucrezio, ora da Boccaccio e ora da Manzoni.
Pasolini inoltre introduce le Ottave, notando come nella nuova raccolta il lessico si fosse fatto più ricco, quando invece agli esordi il romanesco dellarchiano fosse ancora quello facile “di chi usi pensare in lingua”. Quasi che la distensione poetica apportata dal nuovo metro avesse reso necessario anche un ampliamento del vocabolario utilizzato, nonché la capacità di allungare il verso, che quasi si fa narrativo più che lirico.
Degne di menzione anche le poesie per la morte del figlio: un dell’Arco intimista, con tratti anche crepuscolareggianti, azzarderei ungarettiani (nelle poesie trattanti il medesimo tema) quello ad esempio di Una striscia de sole (1951) e Via dell’Orso (1959), componimenti attraversati da un dolore tutto contenuto, maturo. Non a caso Maffia scrisse: “È stato il primo poeta dialettale romano che si è aperto all’ermetismo, alle nuove esigenze della poesia contemporanea senza disdegnare la poesia vernacolare. Un poeta con una profonda vita interiore ed una forte sensibilità, egli espresse vigorosamente le modulazioni del suo spirito alquanto crepuscolare, da cui nacquero le sue opere migliori”.
Infine il tema religioso in dell’Arco, così sentitamente trattato come motivo della lontananza, più che dell’assenza, di Dio. Nel Vangelo secondo Mario dell’Arco, tra gli esiti in assoluto più riusciti dell’autore, ognuno degli epigrammi religiosi prende spunto da un citato passo evangelico, ma più che altro per rapportarlo all’oggi e rileggerlo: la camminata di Cristo sul-le acque sembra quasi vista come inutile dal poeta, se oggi un arveare di uomini si trova in un mar de spini ed Egli non risponde alle loro richieste d’aiuto; allo stesso modo, la moltiplicazione dei pani e dei pesci che sfamò migliaia di persone pare inattuabile oggi: la fame è raddoppiata, ma Cristo non si affaccia più dal cielo.
Giungiamo così a quel risvolto pessimista della poesia dellarchiana: a questo punto, davvero, soltanto la fantasia che il poeta ha altrove usato, che interviene sulla realtà ammorbidendola, alleggerendola, modificandola in bene, in meglio, sembra porsi come unica via di fuga nella dolorosa vita di ogni giorno. Morirà nella sua amata Roma che lo aveva visto nascere.

© Pierluigi Boccanfuso

 

 

Er treno

Er treno è un coso buffo
cor cappello a cilindro e lo stantuffo:
pe’ mija e mija e mija
se porta appresso tutta la famija.
Tocca er mare, e spalanca li pormoni;
s’arampica sur monte, e s’arza er bavero;
e fa sboccià un papavero
a tutte le stazzioni.

 

 

La farfalla

Er vermine ha trovato
dù petali de rosa in un’aiola:
strisciava in mezzo ar prato, adesso vola.

 

 

Epigramma del 1972 ispirato a Marziale

Un ormo appresso a un ormo
e via Livia un bocchè
de petali.
Una sbronza de trebbiano,
una d’endecasilabbi e m’addormo
in braccio a te, Genzano.

 

La peste a Roma

Dove è ito er facocchio? Spacca, sbozza,
liscia: s’è rotto er filo de la schina
e nun è che uno schertro la barrozza.
Tavole d’ormo, ciocchi de robbina
e manco un riccio in bocca a la pianozza
e la cennere è fredda a la fucina;
senza er ferro che sfrigge, l’acqua zozza
pare più zozza a fonno a la tinozza…

 

 

Una striscia de sole

Er pupo è ritornato
su una striscia de sole. Sento er fiato
e la pelle ch’è un raso:
aspetto le parole.
E me trovo che faccio a naso a naso
co una striscia de sole.

 

Mio figlio

I.

Morto a un anno. Hai sbajato
a scrive er nome suo
sur marmo. Qui è seporto er core tuo.

 

II.

Ogni passo sull’erba a un anno era una carezza all’erba.
Erba che l’aricopri, èssi leggera!

 

III.

A ora a ora a ora
er tempo passa: appanna
la voce, imbianca li capelli – e ancora
canto una ninnananna:
senza voce, finché
chiudo l’occhi e m’addormo accanto a te.
e in sogno vede li Re Maggi – ma
Gasparo e Bardassarre e Marchionne tutt’e tre a mano vote.

 

 

Vangelo secondo Mario dell’Arco

I.

Quanto hai detto, Gesù,
stampata addosso l’ombra d’una croce, è scritto ner Vangelo.
Io nun so lègge: io nun vojo lègge.
Più fermo d’uno scojo, l’occhi ancorati ar celo,
aspetto er lampo de la voce tua.

 

IV.

L’inferno in petto, schiavo der diavolo, m’allarmo.
Lassù, dietro a un cristallo
turchino, tu
su un piedistallo d’angeli: una statua de marmo.

 

IX.

Slungo la mano a un celo
troppo lontano
e nun se scioje er gelo da le dita.
Una rama stecchita
e aspetta er fiato de le prime foje.

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