Giorno: 25 giugno 2016

proSabato: Camilla Cederna, Ovviamente fetido

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Ovviamente fetido

Tre sono gli avverbi che da qualche anno ricorrono con incredibile frequenza nelle conversazioni usuali, e l’adoperano indistintamente insegnanti, fotografi, commercialisti e madri di famiglia. Non avete notato come rimbalzano il “francamente”, spesso usato a sproposito, e l’altrettanto mal situato “ovviamente”? La terza locuzione avverbiale strausata è “in effetti”, al posto di infatti, effettivamente, in pratica. (altro…)

proSabato: Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

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Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

A sera lasciavo l’edificio sempre per ultimo, dovevo consegnare le chiavi al portiere e quando ero al portone, prima di mettermi sulla via di casa, mi restava ancora da ripensare al lavoro fatto – dovevo poter essere certo di aver messo agli atti e chiuso nei cassetti tutte le pratiche e di aver anche annotato gli impegni e gli appuntamenti nelle agende dei miei superiori. Qualche volta tornavo indietro agitato e ricontrollavo ancora tutto quello di cui mi era stata affidata la responsabilità.
Ero sempre stanco quando andavo a casa, stanco come le strade nelle quali veicoli e uomini si perdevano nella polvere; non udivo quasi gli ultimi rumori, né il vento che si alzava nel parco, e gli uccelli che con limpidi gridi sfrecciavano sopra i tetti, volando incontro al crepuscolo fino alle colline e alle vigne ai margini della città,
Il mio cammino mi portava attraverso il centro della città.
Nelle vetrine entravano le ombre e nascondevano gli oggetti che vi erano ammucchiati, ma di tanto in tanto già si accendevano luci al neon e sospingevano contro le facciate l’oscurità che stava calando. La luce colorata fluiva oltre i marciapiedi sulla strada e dai tetti più alti le réclame luminose intrecciavano un dialogo con le scritte lucenti delle stelle che dapprima affioravano pallide dal cielo e poi si avvicinavano grandi e luccicanti.
Una sera d’estate, quasi senza accorgermi che mi ero fermato, mi ritrovai davanti a una vetrina e, benché spinto a proseguire da una lieve brezza, indugiai distratto, catturato in un guardare rivolto più all’interno che all’esterno.
Avvolti in carta trasparente mi si mostravano alla vista pacchetti piccoli e pacchetti più grandi, irregolari nella forma e legati da nastri che, come mossi da un vento, tremavano dietro il vetro. Fatto più attento, arretrai fino al margine del marciapiede per cercare l’insegna, ma non riuscii a trovarla; anche il nome del proprietario mancava. Accanto alla vetrina stava appoggiato, nel vano della porta aperta, un uomo, la pipa spenta all’angolo della bocca e le braccia incrociate sul petto. Le sue maniche e i risvolti della sua giacca erano logori e consumati da troppa luce o da troppo buio. Poteva essere il venditore, un uomo che la mancanza di interesse dei passanti aveva reso privo di interesse per il suo negozio, giacché sembrava così occupato con se stesso, come se ormai da lungo tempo gliene offrissero la possibilità.
Pensai che potevo senz’altro pregarlo di farmi entrare e mostrarmi alcuni degli oggetti, per quanto mi fosse venuto in mente che avevo con me poco denaro – in ogni caso, anche se ne avessi portato con me di più, non mi sarebbe venuto in mente di comprare qualcosa; del resto non sapevo neppure che cosa si vendesse in quel negozio. Ma, oltre a tutto questo, era assolutamente impensabile per me fare acquisti non pianificati, poiché allora molto coscienziosamente mettevo da parte quasi tutto il mio stipendio, per poter andare d’inverno in montagna – a essere esatti, neppure per andare in montagna; questo era quanto dicevo a tutti i miei amici. Risparmiavo perché mi premeva risparmiare; lavoravo perché mi premeva lavorare; non mi concedevo nulla perché mi premeva non concedermi nulla, e facevo progetti perché mi sembrava giusto fare progetti.
Mi tolsi il cappello e mi avvicinai al venditore.
“La Sua vetrina è male illuminata”, dissi con aria di rimprovero. “Vorrei vedere questi oggetti con una luce migliore”.
“Cos’è che vuole vedere con una luce migliore?”, chiese lui con una voce morbida ma ironica. (altro…)