Giorno: 23 giugno 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #12

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio undici – Il diario segreto di Laura]
Miscommunication sometimes leads to arguments and arguments sometimes lead to fights. Anger is usually present in arguments and fights. Anger is an emotion, usually classified as a negative emotion. Negative emotions can cause severe problems in our environment and to the health of our body. Happiness, usually classified as a positive emotion, can bring good health to our body and spread positive vibrations into our environment. Sometimes when we are ill we are not on our best behavior. By ill, I mean any of the following: physically ill, emotionally ill, mentally ill, and/or spiritually ill.

Le incomprensioni a volte portano a discussioni e le discussioni a volte portano a scontri. La rabbia è solitamente presente nelle discussioni e negli scontri. La rabbia è un’emozione, solitamente classificata come emozione negativa. Le emozioni negative possono causare gravi problemi nel nostro ambiente e alla salute del nostro corpo. La felicità, solitamente classificata come emozione positiva, può portare buona salute al nostro corpo e diffondere vibrazioni positive nel nostro ambiente. A volte quando siamo malati non ci comportiamo al meglio. Per malattia intendo ognuna delle seguenti: malattia fisica, malattia emotiva, malattia mentale, e/o spirituale. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Il tono clinico e professionale del monologo serve a esprimere l’ovvio: la rabbia è a negative emotion, la felicità a positive emotion. Le emozioni negative fanno male alla salute, le emozioni positive diffondono positive vibrations nel nostro corpo e tutto intorno. Il diario di Laura Palmer, custodito da Harold Smith, è una riserva dolorosa di emozioni negative. Ma quando la maggioranza di noi prova a raccontarsi non privilegia forse i disagi piccoli e grandi alle gioie? Sì, anche se le nostre vite per lo più scorrono placidamente. Lo facciamo per autoterapia? Perché il male è più potente da raccontare? Di fatto anche la casistica finale che Margaret ci fornisce – physically ill, emotionally ill, mentally ill, and/or spiritually ill – sembra significare che una parte del nostro essere sarà sempre sofferente, o che forse il bene assoluto sarebbe comunque inenarrabile, e per questo in qualche modo ci spaventa e subito si guasta. L’ovvietà esibita serve a provocare, ci spinge a cercare nel rovescio di quello che si dice: questo strano monologo asettico, in apparenza rassicurante nella sua ottusa precisione, ci parla invece di quell’infezione permanente che è la vita. Ci dice che per andare avanti abbiamo sempre bisogno di un qualche bastone per camminare, di un ceppo ad accompagnare.

@Andrea Accardi

Giocatrici more uxorio

cover-fiorletta2Ho provato a seguire i consigli di Francesca Fiorletta (Dieci buoni motivi per NON leggere More Uxorio) e mi sono così azzardato a (non) leggere More Uxorio portandolo alle labbra come un bicchiere (rigorosamente blu e Ikea)  mantenuto rigorosamente sempre pieno e berne lentamente con discrezione e curiosità.
A Francesca Fiorletta la linearità della prosa non piace; è palese il bisogno della deviazione e della distrazione delle parole, libere di accoppiarsi o inseguirsi senza alcuna preoccupazione o scrupolo per il miscelarsi dei riferimenti verbali e delle parti, garantendo la continua e pacifica reversibilità del rapporto soggetto/oggetto. È importante sapere chi parla a chi, quando l’unico riferimento sono una sedia mezza rotta, bicchieri blu e un nome? Assolutamente no, e il dialogo allora può procedere imperterrito per ascolti e per suggestioni; le parole si susseguono per assonanza, immagini, ricordi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni muoiono e rinascono rinnovate. Il matrimonio è anche questo: rinnovarsi nell’incontro e nella fusione. Sorseggiando il libro, su cui si è già scritto tanto e bene, non è stato facile sedersi ai bordi della stanza e con non poca discrezione assistere ammutolito e imbelle a questa solenne intimità, nella paura che le parole, libere, mi si rivolgessero contro; io, maschio così estraneo ad un legame intimamente e archetipicamente femminile. Ho chiuso gli occhi allora e immediato è riaffiorato alla memoria un quadro, così archetipicamente maschile: I giocatori di Paul Cézanne. Non è stato poi difficile recuperare il filo, partendo da quelle carte rivelate nel silenzio, protette da mani e cappelli (Silenzio. C’è un blu di pioggia, dentro…), fino alla bottiglia, lì precisa nel mezzo, fonte comune e reciproca del dissetarsi.

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Non comprare niente che sia d’oro, per la nuova casa, perché è lì che andrai a vivere presto, non è vero? Non appena avrete cacciato via tutti gli invitati, non appena avrà smesso di piovere, quando sarà finito lo champagne.

Appare come la descrizione di un “gioco” il libro di Francesca Fiorletta. Gioco inteso nella stessa accezione di Roger Caillois, attività libera nel suo essere spontanea e immediata, separata nel suo contesto spaziale e temporale, incerta nella sua indefinizione temporale, improduttiva perché non aggiunge nulla ma si arricchisce di se stessa e allo stesso tempo regolata e fittizia nel suo essere. Un gioco a cui non è chiesto di partecipare, ma di goderne la “visione” come  rappresentazione dell’umano. Uomo o donna, giocatori o giocatrici, come li ha colti Cézanne nel loro essere separati nella postura (spazio) e nell’alternanza (tempo), ma profondamente intimi nell’intento.

La narrazione è un gioco d’intese, col muso duro, il cuore moscio, le mani flosce, i manicotti raffazzonati, la paccottiglia dell’apparato critico da digerire.

© Jacopo Ninni

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Francesca Fiorletta, More Uxorio, ed. Zona 2015