Giorno: 20 giugno 2016

Altri dischi #6: Modest Musorgskij, Pictures at an Exhibition

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Altri dischi #6: Modest Musorgskij, Pictures at an Exhibition

Interpretazioni di:
Vladimir Horowitz, 1951. Registrazione dal vivo. BMG Music, 1990
Sviatoslav Richter, 1958. Registrazione dal vivo. Philips, 2001
Vladimir Ashkenazy. Decca, 1967

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di Ciro Bertini

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Quando si parla di musica “classica”, non si possono mai separare la composizione di un’opera dalla sua esecuzione. Quest’ultima non “traduce” semplicemente in suono quanto scritto sullo spartito o sulla partitura, ma crea automaticamente un modello, sia esso vicino o distante dallo “spirito” con cui l’opera è stata composta. Ogni interprete decide il grado di sensibilità e il carattere con cui presentare le note riportate sul pentagramma, scegliendo se sublimarsi alla volontà del musicista o se travolgerlo con la propria personalità. Se accettiamo l’idea che è il compositore l’interprete più fedele della sua musica – e quanto sarebbe meraviglioso poter ascoltare Sua Maestà Johann Sebastian al clavicembalo nelle sue Variazioni Goldberg, o il funambolico Liszt che aggredisce il pianoforte negli Studi di esecuzione trascendentale, per non parlare di Brahms, Chopin o Paganini – esistono comunque artisti le cui esecuzioni hanno istituito un precedente difficilmente trascurabile per chiunque intenda cimentarsi con quell’opera, un modello che può essere seguito quasi alla lettera o rigettato completamente, ma non ignorato.
Questa premessa, lontana anni luce dall’esaustività, serve soltanto a introdurre un argomento complesso e affascinante quanto la questione omerica e a presentare i tre straordinari interpreti che ho scelto come rappresentanti di uno dei massimi capolavori della Storia della Musica: i Quadri di una esposizione di Modest Musorgskij. Manca ovviamente lo spazio per parlare della genesi dell’opera e delle sue vicissitudini, delle sue trascrizioni e rielaborazioni, come pure per accennare alla geniale arte di questo originalissimo compositore autodidatta, orgogliosamente refrattario ad ogni accademismo e fortemente attaccato al popolo e alle radici popolari della musica russa. È affascinante comunque notare come la percezione dei Quadri, da parte degli interpreti e probabilmente anche da parte del pubblico, sia cambiata nei quasi vent’anni che separano queste tre esecuzioni.

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Roberta Ioli, Radice d’ombra

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Roberta Ioli, Radice d’ombra, Italic Pequod, 2016, € 13,00

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Prolegomena

Il patto era non interrompere l’infanzia.
Nella stagione del circo solare
un anello imbandiva
di promesse la tavola. Era il fuoco
che arde in una periferia qualunque.
Era innocenza. Come poteva
la bambina dei numeri e dei miti
imparare l’arte della gioia
balbettare la propria imprecisione?

Togliere cibo al corpo in fioritura
alle tenere giunture dei tredici anni
era forse devozione sulla via
del perdono. Per quali peccati?
Rapita l’anima, la carne resta creta
indurita agli abbracci, scintilla infine
di quella fiamma prima, di quel negato amore.

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In un istante dal cratere della luna
precipiti nelle ferite dell’insonnia
e ti chiedi se sia lo stesso cielo
e tu la stessa incauta
creatura che teme la quiete e poi
il fragore cinetico dei giorni.

Siamo tesi all’ascolto
mai interamente compiuto
stretta la feritoia dell’anima
e tutt’attorno, fuori dentro,
la gola di un tempo senza memoria.

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Sincronie

È la domenica di marzo che annuncia il disgelo
e ridesta con il sole
ogni cosa impolverata nella stanza,
tagli di porte da aprire piano –
la memoria si fa strade e case.

Quando la luce spalanca il sottoscala
ti ritrovo sul greto del mattino.
In una Roma tiepida tra le corse dei treni
mi aspettavi con Gesualdo e i madrigali,
inattuale tu con il sigaro
e la faccia da bambino,
io con la bottiglia di vino mediocre
e di lungo viaggio.
Non chiedevamo niente,
solo quel cielo di storni impazziti
quel sapore di ferro sul binario
staccato da ogni cosa attorno a noi
nell’attesa che si compie e non consuma.

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