Giorno: 18 giugno 2016

La “reticenza” di Damiano Sinfonico (di Samuele Fioravanti)

sinfonico storie

Damiano Sinfonico, “Storie”, L’Arcolaio, Forlì 2015

Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze. Pur leggibilissima e piana, la sua è una poesia del riserbo che, giunta al culmine, puntualmente glissa. Una poesia dello smacco. Sinfonico non ci risparmia di aprire l’intero volumetto con il pronome “mi” e di chiuderlo con la parola “vita”, per poi dirci il meno possibile non solo su di sé ma anche sulla vita. Pertanto, quando scriveremo il suo nome, d’ora in avanti, intenderemo parlare di colui che dice “mi” e che dice “vita”, non dell’autore che si firma in calce e occhieggia in copertina, poiché Damiano Sinfonico, appunto, ci scorta sull’orlo della franchezza e garbatamente si defila.
La terza sezione delle sue Storie, intitolata alle poesie “innocenti”, cioè schiette, non rinuncia a comporre un breviario minimo di impicci privatissimi e seccature, tuttavia non passa il segno. Damiano si ricrede, non reagisce ai rimproveri, finge di non essere a casa e, insomma, non si espone mai del tutto. Ci informa che è tornata “la barista russa” e ammicca: “scorbutica [e] scontrosa”, ma a dirlo sono gli altri (È tornata, mi dicono, la barista russa), lui ricorda solo “uno scontrino battuto in fretta”. Eppure le fa il verso, giacché lo scontrino battuto in fretta non è poi dissimile dalla rapidissima quartina che sta schizzando per descriverla: tre versi di sette parole e un verso di due, ma il verso di due parole è un settenario – un settenario battuto in fretta.
L’intero libro è screziato di simili, microscopici guizzi, in cui persino la prosodia si fa riserbo e scacco, poiché Damiano Sinfonico preferisce indubbiamente questa cautela ai comizi dei “poeti” che “parlano di dolore, impudicamente” (Si presentano due poeti in libreria: ma il “si” è passivante o riflessivo? Un altro wit?). La sua poesia dello smacco e del riserbo è quindi una poesia della decenza; il che non significa, ovviamente, che si tratti di una poesia della vergogna. La discrezione è nemica dei nostri vasti regimi mediatici e lo smacco ha dunque tutta l’aria dell’impercettibile Davide innanzi al gigante Golia.
Sinfonico, del quale dovremmo pur dire che è di Genova, non la menziona benché ne parli e la esibisca in copertina; e per non dire Genova, accenna a Palazzo Spinola, all’Acquario e persino alla sopraelevata e alle manifestazioni studentesche dell’Onda Anomala sotto il Governo Berlusconi IV, ma, a ben vedere, quel che dice è solo “ponte” e, una volta, gli scappa “l’onda”, però minuscola (Il ponte, oggi, è riservato al traffico automobilistico). Se parla di Venezia non nomina Venezia e, dei suoi campi e campielli, non rileva che “piazze”. Per riserbo e per decenza, il suo lessico è colto e opportuno, nient’affatto lambiccato, schifa l’hapax e mira alla lucidità dell’aggettivo consono ma usuale. Sono “piccole”, “belle” e “graziose” le sue cose, se sono cose, e sono “rosse”, “bianche” o “grigie”, se sono colorate; tuttavia, per l’incanto del garbo e del riserbo, appaiono preziose poiché ci sono puntualmente sottratte e, come dicevo, ci sono sottratte al culmine. Anche a Parigi non cita Parigi (L’ultima colazione in Place des Vosges) ma quella Venezia che affiora innominata nei suoi versi – “le prime case riflesse nell’azzurro” – non è ancora Venezia: lo sarà presto, per ora è “bellezza scocc[ata]” dai fuggiaschi veneti altomedievali (Fuggivano da Aquileia). Una bellezza scoccata come la luce nell’Anguilla montaliana o il ramarro dei Mottetti, come scoccano le sette sul campanile gozzaniano della Notte santa e come “scocca l’arco del dir” nel XXV del Purgatorio. In una sola parola si annida un altro guizzo che è uno scacco, che dice Venezia dove non la dice, che dice di più dove dice di meno.
Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze poiché non svela al presente quel che si aspetta dal futuro. Ha scritto un libro che inizia da una perdita (Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla) e approda a “un altro secolo di vita” dove “aspettare insieme il domani” (Il trasloco sta finendo). Ha scritto un libro sull’aspettativa, nel quale Venezia è bella perché non è ancora Venezia e Zlotograd è tanto più vicina quando è dietro l’orizzonte (Zlotograd, non è scomparsa dalle mappe). Nessuna meraviglia, quindi, che abbia donato a un’amica una busta chiusa chiedendole di aprirla “quando sarai molto vecchia” (Una volta ho regalato a un’amica una busta). L’amica non rompe il sigillo – e noi con lei, sospesi. Perché Sinfonico ci nega anche quel che ci spetta, portandoci in “gita all’acquario” quando “le vasche dei delfini [sono] vuote” e “i bambini delusi”; ciononostante ci invita a credere coi “pescatori” che il lamantino sia “una sirena” (Barbaglii di una gita all’acquario) e coi “coloni incolti”, in fuga, che la laguna veneta fiorirà di “merli”.

© Samuele Fioravanti

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Una selezione di testi da Storie può essere letta qui.

proSabato: Giancarlo De Cataldo, Zabriskie Point

descrizione di un luogo

Zabriskie Point

Questo è un luogo di cinema e musica. Di memoria e di futuro. Per Zabriskie Point si parte dopo una notte in uno di quei motel che, quando ti ci ritrovi, non sai se esista davvero o se non se capitato dentro uno di quei film che ti hanno fatto diventare adulto. Film più importanti della vita stessa, e comunque, per un adolescente, molto più belli e seducenti della vita. L’autostrada con il suo traffico incessante di pick-up e Tir. Due sedie spaiate accanto alla piscina immobile. L’americana grassa che scivola via furtiva dalla cameretta del blocco monopiano e si accende con aria colpevole una sigaretta, e si rilassa, infine, quando si accorge che anche lo straniero fuma. Che perfetto senso di perdizione! Per Zabriskie Point si parte all’alba. Prima che il sole ti frigga il cervello come il crepitante calcare salino dei vicini Campi da Golf del Diavolo. Il Point è un’altana spianata sull’ocra rocciosa dell’infuocata Death Valley. Il Point è uno spazio aperto e contemporaneamente claustrofobico. Dominato da un pannello con scritte in inglese e caratteri braille e l’effige crinita di un vecchio ingegnere polacco. Qui Michelangelo Antonioni ambientò l’indimenticabile scena degli amanti che rotolano nudi fra le dune mentre Jerry Garcia dei Grateful Dead strappa al suo magico strumento i distorti lamenti del piacere e dell’utopia. Il film a Taranto lo portarono i gesuiti del Cineclub Casalini. Correva l’A.D. 1972. Se non riuscite a immaginare la tempesta emotiva di quel pomeriggio non siete mai stati ragazzi. Non l’ho mai più rivisto, quel film. Paura di uccidere l’emozione sotto i colpi del senso critico. Paura di confessare a se stessi la perdita dell’innocenza. Trentatré anni dopo, però, a Zabriskie Point. Circondato da italiani sui cinquanta. Tutti un po’ vergognosi. Alcuni con figli. Inutile cercare di evocare per quei ragazzini con l’iPod il fantasma di quel passato. La roccia è muta. Se proprio un dialogo è necessario, tocca a noi avviarlo. Si torna ai fuoristrada, ingobbiti. Un vecchio indiano accende la pipa e si stringe nelle spalle. Se non fosse per i turisti italiani, ‘sto buco nel deserto l’avrebbero chiuso da un pezzo. Sento una ragazzina sbuffare al suo papà delusa: tutto qui? L’uomo non sa che rispondere, si tuffa in macchina. Il motore e un acuto di American Idiot partono in contemporanea. Loro, i ragazzi, non lo sanno. Non sanno che fra Jerry G. e Greenday c’è più di una familiarità. C’è una continuità. Loro non lo sanno, ed è bene che sia così. Che se lo cerchino da soli, il loro personale Zabriskie Point. Se hanno cuore e fortuna, prima o poi lo troveranno.

© Giancarlo De Cataldo, Zabriskie Point, in Descrizione di un luogo. Dieci anni di Einaudi Stilelibero, Torino, Einaudi, 2006.