Giorno: 16 giugno 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #11

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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Harold

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[Episodio dieci – L’uomo dietro al vetro]

Letters are symbols. They are building blocks of words which form our languages. Languages help us communicate. Even with complicated languages used by intelligent people, misunderstanding is a common occurrence. We write things down sometimes – letters, words – hoping they will serve us and those with whom we wish to communicate. Letters and words, calling out for understanding.

Le lettere sono simboli. Sono mattoni di parole che formano i nostri linguaggi. I linguaggi ci aiutano a comunicare. Perfino con linguaggi complicati usati da persone intelligenti, il malinteso è una consuetudine frequente. Noi annotiamo talvolta cose – lettere, parole – sperando che serviranno a noi e a quelli con cui speriamo di comunicare. Lettere e parole, appelli per capirsi. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Con tutti gli sforzi che facciamo per essere chiari, il misunderstanding è sempre dietro l’angolo, e pure sentiamo la necessità e il dovere di farci capire e di capire gli altri. Per parlare di noi e del mondo abbiamo però a disposizione soltanto le parole, che rimandano ad altro, come symbols: il linguaggio non esprime se stesso, è lì per riempire la voragine che si spalanca tra noi e il mondo, cercando di colpire e illuminare gli oggetti opachi della nostra esperienza. Tutto questo si collega ad Harold Smith, l’uomo dietro al vetro, un giovane che soffre di agorafobia e non esce mai di casa, e che era diventato amico intimo di Laura e custode del suo diario. Donna cerca dunque di entrare a sua volta in confidenza con lui, ma quando lo spinge a uscire, per spronarlo e per gioco, sottovalutando il suo disagio, Harold quasi sviene appena uscito in giardino. Si sente al sicuro solo tra le pareti di casa, e tra i vetri della serra interna, dove si dedica ai suoi fiori. La sua fragilità ci impressiona, ma Harold Smith somiglia in qualche modo a tutti noi: ognuno di noi vive infatti barricato, senza saperlo; ognuno vive dietro un vetro, anche se può uscire liberamente in giardino. La gabbia che ci imprigiona ha una sua invalicabile trasparenza, fa tutt’uno con la nostra umanità. Questa barriera invisibile che sembra proteggerci e renderci forti, ma in realtà ci separa dalla vita, sono proprio le parole.

@Andrea Accardi

Corpo a corpo #8: Salvatore Toma, Ultima lettera di un suicida modello

canzonieredellamorte

A questo punto
cercate di non rompermi i coglioni
anche da morto.
È un innato modo di fare
questo mio non accettare
di esistere.
Non state a riesumarmi dunque
con la forza delle vostre certezze
o piuttosto a giustificarvi
che chi s’ammazza è un vigliacco:
a creare progettare ed approvare
la propria morte ci vuole coraggio!
Ci vuole il tempo
che a voi fa paura.
Farsi fuori è un modo di vivere
finalmente a modo proprio
a modo vero.
Perciò non state ad inventarvi
fandonie psicologiche
sul mio conto
o crisi esistenziali
da manie di persecuzione
per motivi di comodo
e di non colpevolezza.
Ci rivedremo
ci rivedremo senz’altro
e ne riparleremo.
Addio bastardi maledetti
vermi immondi
addio noiosi assassini.

 

Diciamoci la verità, non c’è nulla di più falso degli encomi e delle parole post mortem, degli insopportabili coccodrilli, soprattutto se questi riguardano un suicida. La poesia Ultima lettera di un suicida modello di Salvatore Toma − raccolta nel volume postumo Canzoniere della morte, Einaudi, 1999 – nasce proprio dall’indignazione e dall’insofferenza profonda nei confronti di questa forma di chiacchiericcio inautentico e compiaciuto. La forma lettera poetica permette all’autore di segnare una profonda distanza tra sé, lo scrivente, e gli altri destinatari che sono accomunati in un voi generico e indistinto. Il testo inizia con un’espressione A questo punto, in cui emerge uno strappo rispetto a un prima di cui la poesia mostra le estreme e ineluttabili conseguenze.  Qui ogni tentativo di riconciliazione, di dialogo tra il poeta e gli altri è dichiarato impossibile. Il testo quindi si apre con un verso che scava un solco invalicabile con il mondo, un solco emotivo e temporale, rimarcato anche da uno studiato turpiloquio, posizionato significativamente ad inizio e a fine poesia. È come se la lettera in forma di poesia fosse scritta già post mortem e che il poeta si prenda il privilegio di una posizione inattaccabile da parte di chi è rimasto e anzi, in maniera del tutto spiazzante, ribalta la logica, non è più chi rimane ad aver diritto di parola ma chi è morto. La differenza sostanziale, tra chi fa i conti con il gesto estremo e chi resta, è nell’accettazione dell’esistenza come mero dato di fatto, i più, quelli che non prendono in considerazione la possibilità radicale del suicidio, accettano la vita nella sua piatta ripetizione, colui che entra in relazione con il morire, il suicida modello del titolo. L’aggettivo modello è inteso nel senso di figura archetipica, che mostra l’essenza del tipo umano del suicida e ne mostra le estreme conseguenze, perché quelle rare volte in cui la verità della vita emerge è sempre nelle situazioni estreme e questo il suicida modello lo sa bene. Il voler ridurre l’estremo gesto a sole motivazioni meramente cliniche o psicologiche è sintomatico di un’incomprensione profonda, un fuggire da una decisione ultima che volente o nolente ci interpella. In questo punto nodale si presenta prepotentemente il tema del tempo, il suicida è chi fa i conti con la temporalità del suo esistere, con la sua finitezza, e non subisce la vita come vuota ripetizione di momenti sempre uguali e insignificanti, l’anticipa progettandola, perché a differenza degli altri sa cosa significa finire, cosa significa “il finire”, non lo fugge ma lo affronta con coraggio, parola messa in rilievo a fine verso con un’esclamazione. La parola coraggio ribalta, quindi, il luogo comune che chi si suicida è un codardo, anzi è il contrario, farsi fuori è l’unico modo per relazionarsi con la verità della vita, col suo essere per la fine, esserlo senza paura, o almeno superarla attraversandola, anticipandola in una decisione, in questa decisione si scopre se stessi, si scopre chi si è e cosa si vuole veramente, se ciò è mai possibile. Toma, nei versi di questo inquietante testo, coglie un aspetto fondamentale dell’estremo gesto, che, per dirla con Morselli nel suo Breve trattato sul suicidio, il suicidio o è un gesto gratuito o non è. La struttura drammatica del testo, che si è tentato di evidenziare, è rafforzata dalla vis polemica che attraversa come una scarica elettrica l’intera poesia, il tono generale dei versi è polemico e aggressivo, senza nessun cedimento, di chi non lascia possibilità d’intesa con i suoi interlocutori, anzi li aggredisce prima che questi lo possano a loro volta aggredire o invischiarlo nelle loro pseudospeculazioni. Questa presa di posizione è rafforzata dall’uso parco ma significativo delle figure retoriche, come le allitterazioni e le anafore. Come quel ci rivedremo ripetuto due volte nel sestultimo e nel quintultimo verso, che dà un senso di minaccia indeterminata e incombente nella sua apparente impossibilità per poi aprirsi a un finale da noi in cui l’io lirico, con un gesto accusatorio e risolutivo, mostra chi sono i veri assassini. Gli assassini sono quelli che vogliono rimanere in vita a tutti i costi, quelli che con il loro voler perdurare al di là di tutto, vanificano il senso finito, tragico e irripetibile della vita, la uccidono essi stessi, attraversandola come mera estensione temporale, per consunzione e noia. In ultimo, a ben vedere tra i versi, nella loro evoluzione drammatica, Toma lascia un quesito al lettore, una scelta, un aut aut che lo incalza: aderire emotivamente alla condizione del poeta suicida o essere risucchiato nel vortice anonimo, questo sì veramente mortifero, degli altri? È questa la vera vendetta che il suicida modello si prende sul mondo, costringerlo a prendere posizione, a decidersi per una volta sul senso dell’esistenza senza barare, senza fingere, senza voltar pagina.

© Francesco Filia