Giorno: 14 giugno 2016

Ljudmila Petruševskaja, C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina

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Ljudmila Petruševskaja, C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, Einaudi, 2016, trad. di M. Caramitti; € 16,50, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

 

I personaggi che animano i racconti di C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina appartengono a quella categoria di individui dai contorni ben definiti, marcati e netti sullo sfondo di una desolazione di massa e cemento. La Russia di Ljudmila Petruševskaja è un paesaggio dell’anima, di un’anima straziata, di un paese sospeso sul crinale della storia: sullo sfondo e tra le pieghe della fabula vi è la Russia post-sovietica dall’identità mastodontica e incombente. Ma vi è pure tutta la tradizione letteraria e folcloristica dei narratori russi: dietro i muri dell’urbanizzazione razionalista si celano donne e uomini sconfitti da un orrore strisciante e pervasivo.

Una donna odiava una ragazza madre, sua coinquilina in un appartamento in coabitazione. Intanto che la piccola cresceva e imparava a gattonare, la donna cominciò a lasciare in giro come per distrazione ora un tegame d’acqua bollente, ora un barattolo con una soluzione di soda caustica, oppure in corridoio si faceva scivolare di mano una scatoletta piena d’aghi. La povera madre non sospettava nulla, perché la bambina camminava ancora pochissimo e, siccome era inverno, non la lasciava mai uscire a quattro zampe. Ma stava per arrivare il momento in cui la bambina avrebbe iniziato a sgusciare dalla camera materna per esplorare i grandi spazi comuni.

L’umanità archetipica raccontata nelle favole metropolitane della Petruševskaja è la rappresentazione di un popolo orfano e parricida, ritratto nel grigiume oppressivo del quotidiano: tutti i personaggi sono figli dello sgretolamento del potere forte, anch’esso protagonista latente della narrazione. Il potere statuale diviene allora generatore di fantasmi, incubi e mostri: tra i fumi della vodka Baba Jaga subisce la trasformazione, e amplifica la sua influenza incarnandosi nel meccanismo che tutto sovrasta, in colei che divora i suoi figli. È il contesto a incombere sulle vite deragliate dei protagonisti: ogni racconto è pervaso da un cupo realismo che non teme di conciliarsi con un senso del fantastico scevro da fronzoli immaginifici. Gli elementi favolosi sottolineano nell’intreccio l’ineluttabilità di un destino miserabile; essi vengono giustapposti come punti di fuga che donano profondità, ma non speranza, all’abiezione di una quotidianità travagliata. Il fantastico diviene allora la dimensione necessaria in cui far procedere le peregrinazioni di esistenze poste al di sopra delle antinomie.

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Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini. Nota di Paolo Steffan

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Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini
di © Paolo Steffan

Comincia a svilupparsi qua e là, in questi anni, una certa predisposizione allo studio dei rapporti che vigono tra ambiente naturale e testo letterario. I tempi per una crescente sensibilità ecologica sono infatti maturi, anche solo al fine egoistico di trovare modalità di sopravvivenza necessariamente nuove per la nostra specie, dentro un orizzonte di mutazioni del clima.
Penso che, nel quotidiano approfondimento di questo approccio, non sia possibile prescindere dal lavoro di chi va oltre il rapporto utilitaristico che tutti abbiamo con la questione ecologica, ovvero dal lavoro dei poeti: vi è spesso, nel loro orecchio, un’acutezza più affinata, per esempio, nel porsi in ascolto dei boschi. Vi è anche una necessità disinteressata di inerenza alla selva in generale e agli alberi in particolare.
Così avviene anche nel tessuto dell’esile e ricchissimo volumetto che inaugura la collana di poesia di Arcipelago Itaca edizioni diretta da Danilo Mandolini, che ne è anche il prefatore: Dire casa di Francesca Perlini.
Nelle prime pagine, sentiamo membra lignee di alberi aderire a quelle femminili, vediamo gonne sventolate agghindare i versi come fogliame tremulo le piante, siamo portati progressivamente a una completa identificazione con la flora che ci preannuncia l’impianto figurativo portante della raccolta: «cammineremo dentro gonne ampie / con gambe di foglie». È un’ambiguità di sensi che non si pone come occasionale, bensì come fondativa.
Essa acquisterà intensità a tratti, sfrangiando per gradi in discontinuo crescendo l’insistito motivo della gonna, che domina ‒ ossessiva e lieve ‒ la prima metà del libro:

sotto la gonna c’è una spina
nasconde lungo il suo flusso dorsale
la natività che spunta dalla coda,
chiude le gambe la donna -un coltello un coltello-
taglia la-taglia la-taglia!
dall’ultimo anello invece – nascerà luce.

Violenza (il coltello, il taglio) e rinascita (natività e luce che nasce) fattesi voce attraverso un dire che tiene indistintamente in grembo donna e albero: ci sono “gonna” e “gambe” ma c’è anche “spina”, che se subito dopo è completata dall’aggettivo “dorsale”, trova dopo il taglio un “ultimo anello”, che ci riporta agli alberi ‒ stavolta martoriati ‒ da cui possono però ancora spuntare polloni di luce…

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