Giorno: 13 giugno 2016

La Punta della Lingua – Poesia Festival XI ed.

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La Punta della Lingua – Poesia Festival (XI ed.)
Ancona e Portonovo, 19-26 Giugno 2016

Domenica 19 giugno

Portonovo – Chiesa di S. Maria
ore 18.00 Cerimonia di apertura del Festival
Saluti delle autorità, dell’organizzazione e degli ospiti

ore 18.45 TONY HARRISON
Traduzione: Giovanni Greco
in collaborazione con Fai Marche e Hotel Excelsior La Fonte

Portonovo – Da Giacchetti
ore 20.00 cena a buffet

Portonovo – Chiesa di S. Maria
ore 21.30 Poeti da antologia
Reading di ALESSANDRO FO e VIVIAN LAMARQUE
Interventi musicali WINSTONMCNAMARA

in collaborazione con Fai Marche e Hotel Excelsior La Fonte

Lunedì 20 giugno

Portonovo – Parco Hotel Emilia
ore 18.15 Poesia del nostro tempo
Presentazione di Argo Annuario di Poesia (Gwynplaine edizioni, 2015)
Reading di CARLO BORDINI

Interventi dei curatori dell’Annuario Giuseppe Nava, Rossella Renzi, Christian Sinicco, Francesco Terzago e del direttore della collana Argo Valerio Cuccaroni

A seguire reading di MYRA JARA TOLEDO (Perù)

Portonovo – Prato Hotel Emilia
ore 20.00 cena a buffet

Portonovo – Hotel Emilia
ore 21.30 L’Eneide di Virgilio
Tradotta da ALESSANDRO FO

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La tesa fune rossa dell’amore. Recensione

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AA.VV., La tesa fune rossa dell’amore, a c. di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porster, A. Maria Robustelli, Milano, La Vita Felice, 2015, pp. 268, € 18,00. I testi e le traduzioni sono delle singole autrici e traduttrici.

Tante autrici e tante traduttrici per costruire un’antologia che, da circa un anno, circola grazie alla pubblicazione de La Vita Felice: La tesa fune rossa dell’amore è una raccolta preziosa curata da Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, che riuniscono tante voci quanti sono i modi – pensati, scelti, detti – per raccontare, in versi, il rapporto delle donne con il materno. Della complessità e del legame con la madre ha, sempre e spesso, parlato con più frequenza la prosa, non soltanto in Italia e l’ha fatto non soltanto il romanzo ma anche il diario – e, più in generale l’hanno fatto le scritture private anche, che sono state in grado di dare molto in questi termini. Molto ha dato anche l’immagine – e non si può fare a meno, in questa sede, di citare di nuovo il documentario del 2002 di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che ricostruisce la memoria del materno sul piano filmico ma lo fa servendosi di porzioni testuali private (i taccuini materni); lo fa attraverso l’immagine muta che prende vita grazie alla voce narrante della figlia (ne abbiamo parlato qui). Quale valenza abbia un documento come questo nel nostro presente non è difficile a dirsi: mantiene vivo il legame con ciò che manca, nel caso di Marazzi una madre – Liseli Hoepli – morta suicida nel 1972, quando colei che poi sarebbe divenuta regista era troppo piccola per comprendere il significato del loro legame ma non per intuirlo.
Anche nel libro di cui si sta parlando si può dire che il fattore “mancanza” sia determinante; si parla in assenza, in esclusione, da un ‘circuito’ (quello tra «fusionalità e separazione», Mormile) e da un discorso, quello che vede al centro l’identità. Ciò che si trova importante è l’aver saputo riportare l’attenzione sulla poesia e sul valore che questo genere ha nel poter tracciare i contorni della problematicità che la relazione con la figura, con il corpo, con la lingua delle madri pone al centro della vita delle autrici scelte. Inglese e italiano, ma una diversa provenienza geografica, non strettamente di area anglosassone (ci si spinge fino all’India, al Pakistan) danno le direttrici secondo cui l’opera si sviluppa, in tre sezioni (Lasciarle andare; Nelle stanze della memoria; Retaggi, lignaggi) che permettono di collocare i testi e dar loro una scansione chiara, eppure giocano sulla metafora delle «matrioske russe» ben enunciata nella prefazione di Silvia Vegetti Finzi – e tra i punti cardine del suo pensiero sul femminile, che vede le donne essere «acqua nell’acqua». Le poesie scelte, inoltre, coprono l’ultimo quarantennio con qualche escursione fino agli anni Sessanta: rivelano cioè un racconto del materno e della figlitudine vicino nel tempo, dentro lo ieri e l’oggi. (altro…)

Il «Terzo libro» di Caproni (Einaudi, 2016)

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Giorgio Caproni, Il «Terzo libro» e altre cose, Einaudi, Torino, 2016; € 11,00

Le parole-chiave del Terzo libro di Caproni, per meglio dire e approfondire, credo, quanto evidenziato da Enrico Testa nella prefazione di quest’ultima edizione Einaudi, sono i portoni e i colpi. Si tratta di “parole-elemento”, azzardando ulteriormente nel dire, che nei versi del grande livornese si accompagnano a un motivo continuo: l’aprirechiudere. Motivo esaltato mediante due verbi se possibile ancor più essenziali, e ricorrenti: premere, da una parte e, dall’altra, spingere, in particolare l’essere spinti a. Tutto questo cresce nel libro alla luce di un impeto e soprattutto di un costante gemito. Gemere, in effetti, è il verbo che forse alla fine più colpisce, insieme al premere. Perché torna, torna con insistenza e forza in tutte le prime poesie, risalenti all’arco temporale 1944-47 e racchiuse nelle brevi sezioni intitolate Due sonetti (il primo dei quali, Alba, è semplicemente meraviglioso) e Gli anni tedeschi (nella suddivisione che li distingue: I lamenti e Le biciclette).
Il Terzo libro, è noto, è la ricostruzione riproposta dall’autore stesso nel 1968 di una raccolta non pubblicata e confluita poi nel Passaggio d’Enea del 1956: una sorta di auto-antologia che vide a suo tempo l’aggiunta di poesie tratte dal Seme del piangere del 1959 e dell’allora recente Congedo di un viaggiatore cerimonioso (1965), oltre ad alcuni inediti.
E se nel quadro complessivo dell’opera, a lettura compiuta, spiccano ancor oggi le celebri Stanze della funicolare (che terminano non a caso con «un portone»), sorprende e anzi quasi schianta il cuore (oggi come ieri, o forse più di ieri) avvertire con quale nettezza negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale (1944-45) le poesie di Caproni fossero in grado di spazzare via di colpo ogni possibile “facile” retorica civile, ogni canto o meglio “lamento” universale, costruito potremmo dire a tese larghe, nell’orizzonte di una coralità troppo “scontata”.
È nel suo, vorrei dire, specialissimo io che invece Caproni condensa «tutta una generazione d’uomini che, nata nella guerra e quasi interamente coperta – per la guerra – dai muraglioni ciechi della dittatura, nello sfacelo dell’ultimo conflitto mondiale, già in anticipo presentito e patito senza la possibilità o la capacità, se non extremis, d’una ribellione attiva, doveva veder conclusa la propria (ironia d’un Inno che voleva essere di vita) “giovinezza”». Sono parole sue. Parole che racchiudono in una tutte le voci di un’Italia perduta. Tramite la voce, nello spartito e nel canto di Caproni, classe 1912, prende corpo un intero dramma, sottile e profondo.
Sappiamo, Giorgio Caproni porta ai ferri corti, con l’io e con Dio. Per forza, e per fortuna. Mira e bersaglio presi benissimo. È una dimensione, questa, che verrà acuminandosi più tardi nella sua vita e nella sua opera, senz’altro, ma già qui si sente. E svetta dal profondo. Preme, appunto, geme, spinge e scalpita. D’altronde, volendo gettare altra luce sul tema, mi piace riprendere e citare una dichiarazione di Wallace Stevens: «La più grande idea poetica del mondo è ed è sempre stata l’idea di Dio».
Tutta questa idea, attraversando il libro, sembra concentrarsi qui, in «quel tempo ormai diviso» della giovinezza perduta, come recita un lembo di verso de Le biciclette. L’io diviso di tanto, tutto Caproni.
E il saggio finale di Luigi Surdich in questa nuova edizione Einaudi, nello sciogliere questo e altri nodi, è davvero prezioso e importante.

Cristiano Poletti

In conclusione, due poesie: il secondo dei due sonetti d’apertura, Strascico, e l’Arpeggio finale:

 

Strascico

Dov’hai lasciato le ariose collane,
e i brividi, ed il sangue? Nel lamento
vasto che un pianoforte da lontane
stanze nel novilunio gronda, io sento
la tua voce distrutta – odo le trame
in rovina, e l’amore morto. Il vento
preme profondo un portone – d’un cane
entro la notte, il gemitìo un accento
pone di gelo nel petto. E tu i fini
denti, perché non riaccendi, amore,
qui dove alzava di brace i suoi vini
sul selciato ogni giovane? Un madore
di brina, ora il giornale dove i primi
crimini urlano copre, e il tuo cuore.

1945.

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Arpeggio

Cristo ogni tanto torna,
se ne va, chi l’ascolta…
Il cuore della città
è morto, la folla passa
e schiaccia – è buia massa
compatta, è cecità…

196…