Giorno: 9 giugno 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #10

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

.Pierre

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[Episodio nove – Coma]
As above, so below. The human being finds himself, or herself, in the middle. There is as much space outside the human, proportionately, as inside. Stars, moons and planets remind us of protons, neutrons and electrons. Is there a bigger being walking with all the stars within? Does our thinking affect what goes on outside us and what goes on inside us? I think it does. Where does creamed corn figure into the workings of the universe? What really is creamed corn? Is it a symbol for something else?

Come sopra, così sotto. L’essere umano trova se stesso, o se stessa, nel mezzo. C’è in proporzione tanto spazio fuori dell’umano quanto dentro. Le stelle, le lune e i pianeti ci ricordano protoni, neutroni ed elettroni. C’è un essere più grande che cammina con tutte le stelle dentro? Il nostro pensiero influenza quello che succede fuori di noi e dentro di noi? Io penso di sì. Dove figura la crema di mais nei disegni dell’universo? Cos’è realmente la crema di mais? È un simbolo per qualcos’altro? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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Ronette Pulasky, testimone dell’ultima notte di Laura Palmer, esce dal coma e riconosce da un ritratto il misterioso uomo sognato da Cooper e dalla madre di Laura. Mentre la storia continua a girare la vite della paura, la Signora Ceppo sembra provare a distrarci, verso l’infinitamente grande di starsmoons planets, e verso l’infinitamente piccolo di protonsneutrons ed electrons. Fa un grande miscuglio, teologico (“a bigger being“) e scientifico, tutto per dire che ogni cosa è collegata, che il basso e l’alto si rispondono, che perfino il nostro pensiero può agire sull’esterno. È un’idea magica, ma sappiamo già che lo stesso Cooper la condivide. Come sempre avviene in Lynch, l’immagine altisonante è però subito rovesciata, accostata al dettaglio incongruente che la mette apparentemente in crisi. Creamed corn, quale posto occupa la crema di mais nei meccanismi dell’universo? La crema di mais rimanda simbolicamente al di fuori di sé? In realtà l’allusione è diretta all’episodio, Donna ha sostituito la sua amica Laura nelle consegne di pasti a domicilio, per indagare senza destare sospetti, e fa la conoscenza dell’anziana signora Tremond e del suo inquietante nipotino Pierre. La signora Tremond si lamenta proprio del fatto che nel suo vassoio ci sia della crema di mais che lei non ha mai ordinato, e Pierre la fa scomparire (“my grandson is studying magic!“): ecco la magia, fosse pure un trucco da prestigiatore, portato però fuori da ogni contesto di intrattenimento e perciò divenuto sinistro. E allora il presentimento che cresce è che non esista più pace domestica, che perfino una crema di mais, per giunta non richiesta, riassuma un destino che la oltrepassa, che i disegni dell’universo possano entrare nelle nostre stanze e sconvolgerle. Stars, moons planets ci spiano dall’alto, nemmeno chiudendo le finestre si può mangiare in pace una crema di mais, per quanto non richiesta.
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@Andrea Accardi
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Aldo Nove, Anteprima mondiale

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Aldo Nove, Anteprima mondiale, La nave di Teseo, 2016, € 18,00, ebook € 9,99

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di Mario De Santis

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La generazione di Woobinda ha compiuto o sta per compiere cinquant’anni. Quel nugolo di (quasi) trentenni  esausti e in scadenza anagrafica del baby boom, che nel 1996, quando il libro prima versione usciva per Castelvecchi, viveva in piena gioventù la lunga scia di edonismo e riflussi e si aggirava nel più grande supermercato delle emozioni a pagamento a metà degli anni ’90, oggi vive un disperato spiazzamento e se ne sta esodato dalla sua stessa anima morta. È una generazione di non-io, fatti di tanti corpi stellari e isolati, intrappolato nella servitù della gleba terziaria, nella stralunata e verbosissima virtualità social, sorta di invisibile waste land del mondo occidentale. Si ostentano le ultime riserve merceologiche e si copre un vuoto che la biologia sta preparando come una trappola che aspetta: altri venti anni davanti, in media e poi più che una trappola, una fossa.
Per la generazione Woobinda il tempo degli eventi storici e sociali del nostro presente ha una facies ribaltata rispetto alla  previsione di Marx: per la Generazione Woobinda la Storia si è presentata la prima volta in forma di farsa, con le risate registrate in sottofondo di Drive In e Striscia, e ora si presenta in forma tragica. Innanzitutto perché ora scavallando il mezzo del cammin della (nostra, si questa è una recensione che mi riguarda) vita, quello che si vede è appunto l’ombra della morte. Questo è il vero dato ineliminabile. La generazione di Forever young è quella che più di tutte non vorrebbe morire. Farebbe carte false. E le fa.

Anteprima mondiale, che esce per “La nave di Teseo” nel 2016, dà voce a questo disagio di una civiltà senza più civiltà e forse esso stesso come libro e come operazione editoriale ne è un sintomo. Dispositivo narrativo in forma di rituale, per celebrare un tempo passato che non passa e sognare – degradandola con ironia e satira − un’immobilità salvifica. Scrivere di nuovo Woobinda, vent’anni dopo. Il tempo di una completa generazione di figli che quella di Nove (1967) come la mia o quella di Mauro Covacich (che sul tema ha scritto un libro interessante, La sposa, Bompiani, 2014), una generazione per ironia della sorte nata  negli anni di babyboom, che non ha generato, se non al minimo livello demografico (il 1995, uno prima dell’uscita di Woobinda, fu l’anno nero della natalità less than zero italiana).
E così questa generazione in cui prevalgono nel ritratto di Nove non a caso tutti maschi, (fratelli minori di una già complessa e più complessata generazione precedente, raccontata oggi da Edoardo Albinati ne La scuola cattolica, Rizzoli, 2016) cresciuti dopo tante rivoluzioni, soprattutto femminili, scontano involontariamente la rigidità di una società italiana vecchia, immobile e maschilista, nonostante la modernità degli anni ’80 e ’90.
Sono personaggi tutti appartenenti a questa generazioni di ciinquantenni, quelli di Anteprima mondiale postumi alla loro stessa tarda adolescenza con rughe, in cui abbonda l’immaturità sentimentale, la deriva sessuale, lo spaesamento, la solitudine, la mancanza di lavoro, la  mancanza materiale – paradosso per una generazione bambina ai tempi dell’abbondanza − l’arroccamento e a colmare tutto ciò, a farne degli zombie, ultimo elemento il rimanere figli e la mancanza di figli propri, – perché  non generati soprattutto (o magari,  non stanno insieme a loro, che sono ex padri e ex mariti, stanno con madri a volte fin troppo fierce in cerca di orgoglio, nel loro complesso multitasking esistenziale di donne rifiorite e vitali).
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