Giorno: 8 giugno 2016

Simone di Biasio, PARTITA Penelope. Recensione

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Simone Di Biasio, PARTITA. Penelope, Fusibilialibri, 2016, pp. 64. Prefazione di Alessia Pizzi, traduzione in greco di Evangelia Polymou, immagini di © Stefania Romagna. Edizione numerata.

το ταξίδι μου ’δειχνες ακοντίζοντας κάθε μέρα
μια κραυγή ένα νήμα η φωνή σαν πανί
εγώ το ανδρείκελό σου άνοιγα κόλπους όπως τους μηρούς σου
προσθαλασσωνόμουν στους ορμίσκους του στήθους σου

με του ξόανου την κοιλιά πάτησα τα σπίτια
γκρέμισα πύλες που τις είχα για δικές σου
έμπαινα σε μέρη κι ευθύς τα νερά άνοιγαν στο πέρασμά μου
δεν ήξερα τι γιους έφερνες στον κόσμο

il viaggio indicasti a me lanciando ogni giorno
un grido un filo la voce come tela
io tuo burattino aprivo golfi come le tue cosce
ammaravo nelle insenature del tuo petto
col ventre a favore approdavo dentro le case

ho sfondato porte che credevo tue
entravo sempre in parti annunciate da acque rotte
non sapevo quali figli stessi mettendo al mondo

Una storia di storie o trama fatta di tante trame quella del monologo in versi PARTITA. Penelope di Simone Di Biasio, edito in questi giorni da Fusibilialibri. Si è già parlato in parte della poetica dell’autore qui, e in quel caso si riportavano anche alcuni versi in costruzione dell’opera “per voce sola”. Non è improprio recuperare e ri-citare ancora uno degli aspetti pregnanti della poesia dell’autore: quelle “parole da abitare” che valgono anche per il testo odierno, in cui si traccia la vicenda di Odisseo e Penelope ricordata ed esposta al lettore nelle parole introduttive a questo volume con una prefazione a cura della grecista Alessia Pizzi: non lo è perché il monologismo estende il rapporto che la sola-voce parlante intesse con l’interlocutore lontano, ma anche con chi legge. Una doppia relazione con il vocale, ma un vocale significante prima. In questo testo si avvera la relazione che lo strumento voce − nella forma alta della poesia − attiva con l’altro: una relazione che non può non portare in sé un richiamo all’oralità fondativa della civiltà occidentale. Quello che Di Biasio fa è costruire verso per verso questo rapporto, parola per parola:

Πηνελόπη!
τα θαρρετά τα μάτια που μηχανεύτηκαν
δε νογάνε ποτέ να σφαλίσουν
δε νογάνε ποτέ να ρωτήσουν
τι χάνει η όραση κι ο χρόνος ύστερα ανακτά,
ποια γόνατα ακόμα θα λυθούν:
ποια γόνατα ακόμα θα επιλεχθούν;

θα θυμηθείς τις παρατεταμένες αγκαλιές
μεταξύ Ιθάκης και Τροίας, μεταξύ γης κι ωκεανού
θα θυμηθείς την μακρόσυρτη νυχτιά του έρωτα
που μας ξανάκανε σάρκα εκ της σαρκός μας
και νιώσαμε κείνη την σκληρυμένη ελιά
μεγαλοπρεπής τώρα, θεριεμένη, σαν παιδί
θα θυμηθείς και τις τηλεπάθειες τις νοσηρότητες τις σιωπές

Penelope!
gli occhi potenti che hanno inventato
non sanno mai chiudersi
non sanno mai chiedersi
cosa la vista perde e il tempo recupera poi,
quali ginocchia si scioglieranno ancora:
quali ginocchia si sceglieranno ancora?

ricorderai i lunghi abbracci
tra Itaca e Troia, tra terra e oceano
ricorderai la notte d’amore più lunga
che ci rifece carne nelle carni
e sentimmo quell’ulivo così indurito
ora maestoso, cresciuto, come un figlio
ricorderai pure le telepatie le morbosità i silenzi

Un’operazione di questo genere può permettersi almeno due motivazioni: innanzitutto un interesse reale e filologico per questa “storia”, che è ben chiarito da Pizzi e ribadito nel testo; ogni tassello, infatti, non è lasciato al caso e lo dice ancora di più il bilinguismo italiano-greco (qui nella traduzione di Evangelia Polymou) che raccoglie in sé la potenza dell’argomento e la rievocazione del tema così detto, dunque a doppia-voce (e non a due voci!). Questo è soprattutto vero nello sguardo di Penelope, nei versi sopraccitati, che «non sanno mai chiudersi/ non sanno mai chiedersi» quasi in un continuum tra il vedere e l’appellarsi al fuori, alla parola; anche qui l’occhio “parla”, con un tempo uguale a quello del “dire” ma anche a quello dell’ascolto. In secondo luogo vi è la deviazione verso un recupero che torni ad avverare il senso della contemporaneità nella restituzione al lettore di un epos parlante (di nuovo) grazie al suo «ero(t)ismo» (Pizzi). Si insiste qui a determinare le andate − e i ritorni −, il viaggio − come luogo −, il senso − come casa − nello spazio della voce che tutto immagina e fa accadere: amore, carnalità, distacco, distanza, vita, e oltre. D’altronde quell’«ero(t)ismo» si esprime proprio con essa dal momento che è, secondo Adriana Cavarero, un tratto sessuale secondario, con sede nell’incavo (“erotico” anch’esso) della gola. E ciò amplifica l’immaginario qui evocato, trovando un nuovo posto nell’oggi.

© Alessandra Trevisan

Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane

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Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana, 2010; € 16,00, ebook € 5,99

*

Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. “C’hai la rogna”, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue. Io stavo con Sławek, Sławek Raczinski di Radom, Polonia. Mi ci portò Sławek in quel posto di merda, una casa a due piani, zona residenziale, bordello con mignotte dell’est, cuscini a forma di cuore, camere personalizzate, condom personalizzati, fellatio personalizzate. I pidocchi li presi prima comunque. Ero una ragazzina nei modi, e forse anche una donna. Perché avevo ventidue anni. Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragiline, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosa. Italiana. Di Siracusa. Stavo con un polacco di nome Sławek, professione: semaforista.

La letteratura quando ti travolge. Potrebbe essere questo uno dei possibili sottotitoli al bellissimo e sconvolgente libro (opera prima) della scrittrice siciliana Veronica Tomassini, uscito quasi sei anni fa ma sul quale mi piace ritornare. Una storia d’amore di una forza d’urto notevole. Una storia d’amore di una bellezza disarmante. Un racconto d’immigrazione, di dolore, un dolore, a volte, quasi cercato e inevitabile. La ragazza siciliana prova per l’immigrato Slawek, uomo da semaforo, alcolizzato, bello, distruttivo, inevitabile e polacco, un amore al primo colpo, un amore che è un colpo. Si corre a perdifiato con i due protagonisti in vecchie palazzine diroccate, grotte, i parchi di Siracusa ritrovo degli immigrati. I personaggi che via via si incrociano, stanno in un non-tempo, in un barattolo di vetro tagliato dove: sesso, morte, sangue, coltelli, baci, vino e vodka, somigliano a una cosa sola, che si chiama: disperazione, che è figlia di una speranza perduta o mai avuta. L’autrice ha trovato un modo nuovo,  e a pensarci bene, uno dei pochi possibili per raccontare l’immigrazione. Una lotta per la vita che si svolge tutti i giorni davanti ai nostri occhi. Sui nostri autobus, nei nostri bar, magari sul pianerottolo di casa. Una guerra di cui vediamo qualche lampo, storie di cui ci interessa la superficie. Ho riletto il libro da poco e riflettevo sul fatto che Tomassini ci mostra l’unica via possibile all’integrazione, quella della conoscenza vera, ci riesce con la forza della sua scrittura; una scrittura fuori dagli schemi, rapida e ripida, tagliente, dolce, implorante, sciolta, quotidiana, a volte fotografica. Una scrittura che rende di nuovo possibile il concetto di “verità”.

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