Giorno: 7 giugno 2016

Stefano Domenichini, Non sapevo che passavi #1: Bob Kaufman

berlino foto di gianni montieri

berlino foto di gianni montieri

BOB KAUFMAN

(poeta)

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La filosofia orientale ha conquistato il mondo. È come alle conferenze internazionali su qualcosa: mandano avanti i Presidenti, freschi di manicure, e dietro le unghie sudicie bisticciano virgole, parametri e ripicche. Hanno mandato avanti lo Zen (e l’arte di manutenere qualunque patacca occidentale) e intanto facevano scendere da bilici silenziosi sciami di auto compatte di gusto giappo a basso costo di produzione. Hanno vinto loro.  Vedi gente che va ai corsi di campana tibetana su piccole automobili sgraziate che Buddha avrebbe considerato ostacoli insormontabili verso il Nirvana.

Non era così a North Beach, San Francisco, anni cinquanta. Le auto erano monumenti rombanti e contenevano sogni, non individui. Bob Kaufman non sapeva guidare, ma era amico di Kerouack e di Nail Cassady: come non essere mai stato in un posto, ma avere due amici madrelingua.

Se vincete un buono omaggio per una increspatura dello spazio-tempo, fate un salto nella New Orleans degli anni venti. Lì è successa una cosa senza uguali nella storia del mondo: la congiunzione carnale (e sentimentale) tra una ragazza cattolica di colore della Martinica e un tedesco ebreo ortodosso. Non potevano nascere che quattordici figli da una trama così visionaria. Uno lo chiamarono Bob, nero come la mamma.

A tredici anni Bob esaurisce il desiderio di intimità famigliare. Intravede nel mare un’oasi di tranquillità e si imbarca con la Marina Mercantile. Sopravvive a quattro naufragi e a migliaia di burrasche. E’ lì che, per la prima volta, si accorge di poter isolare una musica in mezzo alla tempesta. La chiama poesia, e la cosa gli piace tantissimo. Sviluppa anche una grande passione per il blues – che separa il mare dei suoni inquinati –  e per il jazz – che vola verso sacche di suono nello spazio. Comincia a scagliare dalla bocca tocchi di anima  cruda, mischiati a biscotti di avena.

Non scriveva. Come il Cafi di Lessico famigliare pensava che i posteri non contassero nulla. Voglio essere anonimo, diceva, la mia ambizione è di essere dimenticato.

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Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno

il danno

 

Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno, Feltrinelli, 2008 (edizione più recente), trad. it. di Vincenzo Mantovani; € 7,00

 

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[…] è in questo sostanziale malinteso che inciampano molte esistenze. Nell’idea completamente sbagliata che tutto sia sotto controllo. Che si possa scegliere di andare o stare, senza soffrire. Dopo tutto, avevo solo perso la mia anima privatamente, a un party, dove gli altri non potevano vedere.

Il danno di Josephine Hart è la storia di una passione, e come tutte le passioni conserva in sé il germe della tragedia. Un politico inglese, Stephen Irving, ben inserito nella società con una famiglia “comune” alle spalle, incontra la donna che sconvolgerà la sua intera esistenza, Anna.
Anna è la donna che ama anche suo figlio Martyn, la donna che Martyn è deciso a sposare, lasciandole i suoi spazi, dove poter vivere il mistero e la sofferenza. La relazione che nascerà fra Stephen ed Anna sarà immediata. Non ci saranno spiegazioni, prime emozioni, solo un riconoscersi a vicenda, un bisogno estremo dell’uno verso l’altra, una sorta di dominio controllato e letale. Anna è una donna dal passato oscuro, sconvolto dall’essere sopravvissuta ad una ferita che ha squarciato l’intera famiglia.

Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti prego di non chiedermela più. Te l’ho detta per darti un avvertimento. Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere.

Con questo poche parole Anna avverte Stephen del suo essere pericolosa, di come possa andare in direzione opposta al destino, di come possa uscirne integra, senza alcuna ferita visibile. I personaggi del romanzo sono delineati in maniera precisa. Oltre ai due protagonisti principali incontriamo Ingrid, la moglie di Stephen, un esempio di perfezione e bellezza, che non ha mai ascoltato i suoi istinti più profondi; Martyn, l’innamorato disposto a tutto pur di tenere un’ombra al suo fianco; Sally, una giovane figlia in carriera, che sembra temere di scoprire i lati più oscuri della sua famiglia; la variegata componente famigliare di Anna, custodi e carcerieri di molti incubi. Anna sembra essere un “veicolo del dolore”, messa sulla strada di persone più o meno innocenti, per mostrare a loro come a volte la vita possa essere ingiusta, inaspettata. Come ogni programma stilato già da decenni possa saltare in aria per dei capelli troppo scuri, o un vestito troppo chiaro.

Bevvi il mio whisky, e vidi come lo champagne raddoppiava l’allegria mentre la festa proseguiva. Il whisky è una bevanda che dà forza. Nessuno ha mai bevuto champagne dopo una sconfitta.

Il danno è quello che Anna sente di avere dentro di sé, quello che sa di poter causare agli altri. Stephen ne rimarrà cieco, fino all’irreparabile, ed anche oltre, sentendosi sopraffatto solo nel finale, quando tutto gli sembrerà definitivamente perduto ed aspetterà solo la vera sconfitta definitiva.

Mentre muoio, forse anni prima che l’idiota meccanismo del mio corpo finalmente si arrenda, mormoro a me stesso e a quelle facce mute in corridoio: “Almeno adesso sono certo della verità”.
Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore, è finita.
Altri saranno più fortunati.
Auguro loro ogni bene.

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© Francesca Piovesan