Giorno: 4 giugno 2016

Carla De Falco, Rime d’amore e di frontiera

 

carla de falco

 

tutti salvi

se solo avessi i meravigliosi vizi
del mondo che da sempre
fa a gara a sgomitare
e di tutti i suoi mutanti di frontiera
avessi la pelle iridescente
dal perla al corallo all’occorrenza
non mi darei più pena oppure ansia
di vedere andare in fumo sulla brace
un sogno di felicità che non dà pace.

mi ficcherei dentro un silenzio che accarezza
a guardare il bel quadro sulla metro
della lunghissima ragazza che va a scuola
e della vecchia truccatissima signora
e della loro lunare indifferenza
verso ogni tormento di coscienza.

mi metterei in tensione ad origliare
il respiro del giorno e del mio tempo
e indosserei occhiali scuri per spiare

gli spigoli taglienti del mio giorno.
riderei a crepapelle dei romantici
che se ne tornano inermi a quarant’anni
all’amore che li tradì già a venti.

e sarei cinica, fredda, imperturbabile
nel luogo più asciutto della giungla:
al riparo dietro una cascata,
in attesa di un istante potentissimo.

 

tra le righe

chissà di che parlavano le mani
un tempo chiuse dentro le tue mani
chiacchieravano di frontiere amare
tra ciò che è eterno e ciò che dura meno?
o stavano cercando una via dritta
alla ricerca di un trotto forte e pieno
che dicesse ragazzi, lo sapete, qui c’è vi-ta!?

avevamo sempre urgenza un po’ di tutto
e non restava mai tempo per niente
davvero sempre troppo da cambiare
la vita, la casa, le lenzuola.
il nostro corpo incontro tra due razze
pagina viva di corrispondenza
bicchiere già svuotato mille volte
frutto maturo nato da un distacco
ad ogni addio, rinato un po’ più ricco
con tutte le sue pene sempre in festa.

 

 

Nota biografica

Manager delle risorse umane per un decennio, oggi è docente dedita all’attività artistica. Membro di varie giurie letterarie, ha vinto numerose competizioni poetiche, ottenendo premi e riconoscimenti prestigiosi, sempre ai primi posti. Più di un centinaio sono le pubblicazioni antologiche che riportano sue poesie. Tra esse «Italian Poetry Review», rivista ufficiale della Columbia University di New York, anno 2014.
Ha pubblicato a Milano la prima silloge: Il soffio delle radici (Laura Capone Editore, 2012, Premio Hombres e Premio Contemporanea d’autore). A maggio del 2013 è uscita la seconda opera: La voce delle cose (Montag edizioni, Premio Solaris). Del 2015 sono Il momento che separa (Montag edizioni), menzione speciale al Felix Festival e Rime d’amore e di frontiera, silloge vincitrice del Concorso letterario La memoria delle cose (Temperino Rosso edizioni).

proSabato: Gianna Manzini, La zingara del cielo

Gianna Manzini scrittrice italiana Roma 1960

Pasquale De Antonis, Roma 1960

La zingara del cielo

Mio padre era cacciatore. Ecco una cosa che non ho mai capito: che si potesse essere, come lui, innamorati della vita con un senso struggente di protezione, e insieme cacciatori; attenti al filo d’erba, rispettosi del ragno, del moscerino, della formica: e pronti a sparare su gli uccelli. È l’unico punto d’incomprensione fra me e lui, ieri come adesso.
Uno che s’indignava e sfavillava di furore per le scarpe rotte del bambino povero, che, saltando come un grillo da un paese all’altro d’Europa, rivendicava «i deboli e gli oppressi», che in nome della libertà rischiava e pagava di persona (è morto al confino, sulla montagna pistoiese) poteva poi, con ebrezza, fare strage del più inerme e grazioso degli animali.
Proprio non lo capivo; se glielo dicevo rideva senza rispondere; e, facendo gli occhi piccini, mi sottraeva almeno la metà di quello scintillante e quasi inconfessabile entusiasmo: come a scusarsi d’una irresistibile monelleria, di cui gli sfuggisse il significato e la portata.

Fra tutte le forme di caccia, preferiva quella che a me sembrava la più atroce, con la civetta.
Tu vedessi il suo gioco di richiamo, le sue smorfie, la sua commedia, le sue incredibili civetterie: e, nella luce dell’alba, lo stupore, l’incantamento degli uccellini di fronte a una bestia così straordinaria.
Da vicino, io non l’avevo vista mai. La conoscevo di fama, e la temevo: ma non avrei mai immaginato di poter essere così sconvolta, quando mi apparvero i suoi occhi, dietro il cancelletto di giunchi del panierino.
Eravamo a Cutigliano. L’avevamo portata da Firenze, proprio per la caccia. – Vedrai com’è bella – fece il babbo. Ed ecco che i suoi occhi, due mezze sfere enormi, gialle con la pupilla forse fosforescente, gli occhi, d’un grosso gatto in un uccello mi dettero un senso pauroso di sortilegio: come se con quegli occhi d’accatto, avesse cominciato a contraffare la sua stessa natura e, soltanto guardando e girandoli, spalancati, potesse alterare e stregare tutto intorno, a cominciare da me, che non potevo fare a meno di fissarla, attraverso la sua clausura di bianche sbarre.
Nulla doveva resistere al raggio delle sue pupille. Trapassava: non uno di quei diaframmi d’indifferenza, d’ironia, di ripulsa, di semplice opacità, con cui possiamo ostacolare dentro di noi il percorso d’uno sguardo, concedendo molto o poco della nostra intimità, era valido con lei. All’istante, t’accorgevi d’aver subìto una violazione, di essere senza riparo, d’averle fatto toccare un fondo segreto, insomma di trovarti in sua balìa.
Intorno agli occhi, le piume erano disposte a corona, e schiacciate, sì da cerchiarli, come una faccia umana. Una vera cerchiatura d’abbattimento rendeva dunque la sua espressione stranamente adulta. Uomo, gatto, uccello: e per giunta, il senso della notte in pieno giorno: perché, notturna, sfidava la luce.
Un mostro: uno sbaglio troppo vivente: d’una gagliardia, infatti, d’un’accensione, d’una potenza che, ora non ne dubitavo, le meritava di stare a cavallo fra il mondo dei vivi e quello delle ombre. Non si dice che aspetti gli agonizzanti per accompagnarli al cimitero, questa ladra degli ultimi respiri? E mio padre esclamava: «Guarda che bellezza. Sarà un piacere, ammaestrarla».

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