Andre Dubus o il rovescio del sogno americano di Renzo Favaron

cover i tempi

Andre Dubus, I tempi non sono mai così cattivi, Fidenza, Mattioli 1885, 2015, pp. 235, € 16,90

Andre Dubus o il rovescio del sogno americano
di © Renzo Favaron

Lo si dice con profonda convinzione, ma l’autore di I tempi non sono mai così cattivi (Mattioli, 2015) meriterebbe una speciale attenzione, e la meriterebbe non per altro, ma solo perché ha avuto come maestro, durante la sua prima formazione, un gigante della letteratura americana del secondo Novecento, ovvero Richard Yates (autore poco riconosciuto in vita). Per giunta i due condividono più di un matrimonio fallimentare e la presenza nei loro racconti di personaggi segnati dalla vita militare e dalla guerra (a questo riguardo consigliamo la lettura di un racconto dell’uno e dall’altro: Nessun dolore di Richard Yates e La moglie del Colonnello di Andre Dubus – entrambi intensi, commoventi e per certi versi simili). La statura di Andre Dubus è nondimeno rintracciabile nella grana di molte pagine da lui scritte, le quali rasentano la perfezione della tessitura narrativa di Flannery O’Connor, non a caso citata in esergo alla raccolta e che a nostro avviso è in assoluto la maggiore e migliore scrittrice di racconti non solo americana. Non bastasse l’accuratezza e la profondità dello stile, ad avvicinare Andre Dubus a Flannery O’Connor è non solo il significato delle storie, ma anche una certa comunanza (consonanza?) di temi e situazioni, come l’andare a messa, gli spari di una pistola o di un fucile, la presenza di figure ancora giovani e che non sanno quello che vogliono, se così si può dire.
Tuttavia, a differenza della scrittrice, Andre Dubus mette assai spesso in primo piano la figura paterna. Addirittura in I tempi non sono mai così cattivi, la figura del padre è tirata in ballo e presente in almeno sei dei nove racconti della raccolta. E questo, con un triplo salto mortale, lo si può mettere in relazione, ancora una volta, a Richard Yates, autore che al centro della sua narrativa ha la famiglia o il nucleo famigliare (così come John Cheever, del resto, e ciò la dice lunga su alcune costanti della narrativa americana del secondo Novecento). Di recente lo stesso Philip Roth recupera la figura paterna in un bellissimo ritratto, quello che ha tratteggiato in Patrimonio, dove il caustico e tutt’altro che indulgente scrittore americano si toglie la maschera, si commuove e così imbastisce un romanzo che ha lo stesso valore di un risarcimento postumo (risarcimento che si estende a tutti i padri americani simili al suo).
Tornando ad Andre Dubus, colpisce la sua capacità di parlarci con i personaggi, la sua abilità di farci percepire anche sensorialmente i dettagli di una situazione, come quando descrive ciò che Ray fa al e sul corpo di Polly, usando un coltello da caccia. È lo stesso Ray, a un certo punto del racconto, a trasmetterci la sensazione tattile che produce in lui l’aggressione e la sottomissione di Polly. Dice: «Non era la lama che si muoveva nello spazio fino a che non si fermava perché incontrava qualcosa, la gola o la pancia di lei. Sentivo la pelle di Polly che toccava l’acciaio ed era come se la lama fosse un dito della mia mano». Queste parole pronunciate da Ray, probabilmente Andre Dubus le ha scritte a uno stadio avanzato del racconto, quando cioè aveva già messo a punto la scena dello stupro. Comunque sia, Polly non denuncia Ray, ma in compenso acquista una calibro 38. Poi, mentre è a casa di un amico, sapendo che lui tornerà a farle visita, si dice: «Fallo».
L’autore di Luce d’agosto, William Faulkner, quando gli chiesero se il protagonista era un uomo buono o cattivo, rispose così: «In realtà non si può dire di nessuno che è buono o cattivo. Ammetto che ci sia qualche eccezione, ma l’uomo è la vittima di se stesso, o dei suoi compagni, o del suo ambiente, ma nessuno è buono o cattivo. Ciascuno cerca di fare del proprio meglio, nei suoi limiti». Prendendo per buone le parole di William Faulkner, si ha l’impressione che anche i personaggi di Andre Dubus, quelli che si macchiano di azioni violente, siano principalmente degli esseri umani perduti o che affermano se stessi in modo sbagliato, come se fossero a loro volta vittime di qualche demone. Anche Polly, La ragazza carina del racconto iniziale, non sembra sfuggire a se stessa. Quando racconta dello stupro all’amante con cui ha tradito Ray, Andre Dubus la descrive come una donna determinata e tutt’altro che incline alle lacrime. Anzi, «baciandogli la fronte, la guancia rimasta non contusa, il mento, si sente pericolosa quanto Ray, più pericolosa con il proprio corpo esile e il viso carino». Polly ha in sé qualcosa di tragico, qualcosa di perfido e malvagio insito nella natura umana, al punto che in lei non sembra più avere alcuna risonanza la voce del perdono e persino della pietà. E leggendo il racconto viene da domandarsi: davvero i tempi non sono mai così cattivi?
Trasponendo l’ambientazione in uno stato del sud, Andre Dubus dipana un storia a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, quando cioè in uno stato del sud si poteva uccidere un nero senza venire incarcerati e condannati. Ancora una volta si avverte nel racconto l’influenza di William Faulkner, ma il protagonista è un giovane bianco sensibile e particolarmente incline a riconoscere pari diritti ai Colored. Il quartiere in cui vivono questi ultimi è brutto, sporco e puzzolente, e lo è a tal punto che un giorno, percorrendo una strada dissestata, scorge nel viso di un amico «un’espressione di prolungato e pallido orrore». Il protagonista non vive in una famiglia ricca, anzi una notte ascolta «il padre e la madre preoccuparsi per soldi». Tuttavia, quando distribuisce i giornali nel quartiere nero, «si sente vergognosamente ricco». Ed effettivamente è così, ma non solo: il giovane è soprattutto ricco di bontà, perché il suo cuore vuole essere migliore dell’uomo – ed il lettore ne avrà una prova tangibile quando regalerà il proprio guantone di prima base a un coetaneo di colore.
«Già», sembra dirci Andre Dubus, «può essere improbabile ma non impossibile trovare un uomo buono».
La fiducia e insieme l’ottimismo ingenuo sono sicuramente parte integrante della personalità dello scrittore, un attitudine che però si scontra sistematicamente con le vite anonime e spesso in affanno dei personaggi che ritrae, come Leslie e Kevin, Anna e Wayne, giovani coppie che ci parlano di un’America che stenta a vivere e che non ha “mai avuto più di un centinaio di dollari fra le mani tutti in una volta”. A leggere i racconti colpisce il fatto che hanno per sfondo province e città notoriamente ricche e prospere, province e città (la parte nord orientale della Nazione, per intenderci) che Andre Dubus ci mostra per quello che in realtà sono e così ci rimanda un’immagine dell’America più ordinaria e tutt’altro che attraente.
Vero e proprio vertice della raccolta è l’ultimo racconto, che ci mette di fronte a un uomo pio e timorato di Dio, ma che ama sua figlia più della verità. E la verità che deve tenere nascosta è tremenda e inconfessabile, e ci riporta al grido di Gesù Cristo sulla croce, al suo sacrificio che per la religione cristiana ha un significato salvifico, mentre Luke Ripley si distacca da questa credenza e istilla allo stesso Dio il dubbio che non avrebbe sopportato la Passione di una figlia. Il padre di Jennifer non è Abramo e per lui non esiste una fede superiore all’amore per una figlia. Proteggendola dall’essere frustata e inchiodata, egli «ci rivela i tratti insopprimibili della sua personalità» come dichiara Fannery O’Connor: «tutto ciò che dovrà portare con sé nell’eternità».
Luke Ripley lo sa e ciononostante non deflette dall’amore filiale neanche quando Dio gli rinfaccia che la sua fede è debole.
Concludendo, spiace notare marchiani errori di traduzione e alcuni refusi, che tuttavia non intaccano la bellezza di questa raccolta di racconti.

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