Giorno: 3 giugno 2016

Andre Dubus o il rovescio del sogno americano di Renzo Favaron

cover i tempi

Andre Dubus, I tempi non sono mai così cattivi, Fidenza, Mattioli 1885, 2015, pp. 235, € 16,90

Andre Dubus o il rovescio del sogno americano
di © Renzo Favaron

Lo si dice con profonda convinzione, ma l’autore di I tempi non sono mai così cattivi (Mattioli, 2015) meriterebbe una speciale attenzione, e la meriterebbe non per altro, ma solo perché ha avuto come maestro, durante la sua prima formazione, un gigante della letteratura americana del secondo Novecento, ovvero Richard Yates (autore poco riconosciuto in vita). Per giunta i due condividono più di un matrimonio fallimentare e la presenza nei loro racconti di personaggi segnati dalla vita militare e dalla guerra (a questo riguardo consigliamo la lettura di un racconto dell’uno e dall’altro: Nessun dolore di Richard Yates e La moglie del Colonnello di Andre Dubus – entrambi intensi, commoventi e per certi versi simili). La statura di Andre Dubus è nondimeno rintracciabile nella grana di molte pagine da lui scritte, le quali rasentano la perfezione della tessitura narrativa di Flannery O’Connor, non a caso citata in esergo alla raccolta e che a nostro avviso è in assoluto la maggiore e migliore scrittrice di racconti non solo americana. Non bastasse l’accuratezza e la profondità dello stile, ad avvicinare Andre Dubus a Flannery O’Connor è non solo il significato delle storie, ma anche una certa comunanza (consonanza?) di temi e situazioni, come l’andare a messa, gli spari di una pistola o di un fucile, la presenza di figure ancora giovani e che non sanno quello che vogliono, se così si può dire.
Tuttavia, a differenza della scrittrice, Andre Dubus mette assai spesso in primo piano la figura paterna. Addirittura in I tempi non sono mai così cattivi, la figura del padre è tirata in ballo e presente in almeno sei dei nove racconti della raccolta. E questo, con un triplo salto mortale, lo si può mettere in relazione, ancora una volta, a Richard Yates, autore che al centro della sua narrativa ha la famiglia o il nucleo famigliare (così come John Cheever, del resto, e ciò la dice lunga su alcune costanti della narrativa americana del secondo Novecento). Di recente lo stesso Philip Roth recupera la figura paterna in un bellissimo ritratto, quello che ha tratteggiato in Patrimonio, dove il caustico e tutt’altro che indulgente scrittore americano si toglie la maschera, si commuove e così imbastisce un romanzo che ha lo stesso valore di un risarcimento postumo (risarcimento che si estende a tutti i padri americani simili al suo). (altro…)

La botte piccola #6: Dave Eggers, “Lei ribolliva, sbocciava”

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Ad esempio, il racconto è questo (da La fame che abbiamo, Mondadori 2004, trad. it. Matteo Colombo):

È una madre single e l’unico uomo che le interessa è suo figlio, che ha quindici anni e non ha chiamato. Sono le 2:33 del mattino e non lo sente dalle 17:40 del pomeriggio, quando le ha detto che si sarebbe fermato a cena fuori. Lei ora sta guardando un reality show alla tv, beve vino rosso con un goccio di gin e immagina di picchiare il suo unico figlio con una mazza da golf. Immagina di colpirlo forte in piena faccia, e pensa che il rumore che farebbe forse riuscirebbe a ripagarla della preoccupazione, dell’incapacità di dormire, delle centinaia e centinaia di pensieri orribili che le hanno incendiato la mente nelle ultime ore. Ma dov’è finito? Lei non sa nemmeno dove doveva andare, e con chi. È un tipo solitario, eccentrico. È, pensa, il classico adolescente che si fa tirare in mezzo da gente deviata su Internet. Eppure qualcosa le dice che è al sicuro, che sta bene ma che per qualche ragione non è riuscito a chiamare, o forse nemmeno ci ha pensato. Sta testando i suoi limiti, forse, e ci penserà lei a dargli una rinfrescatina sulle conseguenze del suo menefreghismo. E quando pensa a cosa gli dirà e con quanta foga glielo dirà, prova uno strano piacere. È un piacere simile a quello che si prova grattando energicamente un corpo in preda a un fortissimo prurito. Abbandonarsi a quel gesto, grattarsi ovunque e furiosamente – cosa che le è capitato di fare appena un mese fa, dopo un’orticaria – è stato il piacere più profondo che abbia mai sperimentato. E adesso, mentre aspetta suo figlio ed è consapevole di quanto sarà giusta la sua indignazione, di quanto ampiamente giustificato sarà gridare qualsiasi cosa davanti a quella faccia irresponsabile, si trova ad attendere il suo arrivo nel modo in cui un uccello rapace potrebbe attendere il suo pasto. Annuisce tra sé e sé. Si picchietta una penna sulle labbra riarse. Tenta di fare ordine nei pensieri, di decidere da dove cominciare. Quanto dovranno essere generiche le critiche che gli muoverà? Dovrebbero riferirsi espressamente a quella serata o costituire la soglia da varcare per discutere di tutte le sue mancanze? Quante possibilità! Avrà tutto il diritto di spingersi ovunque, di dire qualsiasi cosa. Versa un altro po’ di gin nel bicchiere basso pieno di merlot, e quando alza lo sguardo, alle 2:47, i fari della macchina di suo figlio stanno tratteggiando di luce la finestra del salotto. Sarà fantastico, pensa lei. Sarà copioso, magnifico; gratterà, gratterà e infine sboccerà. Si precipita alla porta. Non vede l’ora.