La poesia di Mario Mieli (di Pierluigi Boccanfuso)

Elementi_di_critica_omosessualeÈ un grande destino possedere e cercare di vivere con chiara coscienza un’esistenza che la massa regolare, nel suo idiota accecamento, disprezza e tenta di soffocare. 

(Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale)

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Si possono adorare e detestare tante cose dell’essere umano. Credo che un essere umano possa disporre, contemporaneamente, della capacità di farsi adorare e disprezzare; ma nel caso di Mario Mieli è diverso: diviene tutt’al più un caso di coscienza morale ove, se questa non prevale, non si può non adorare soltanto il personaggio, l’intellettuale, l’uomo.
Perché se c’è una cosa che non può essere negata è la profonda intelligenza dell’intellettuale, la giustificabile eccentricità del personaggio, la coerenza dell’uomo. Già, coerenza. Termine temuto, quanto mai in un’epoca di eccessi e di derive storico-nichiliste.
Termine che, tra l’altro, sembra calzare perfettamente a Mieli, uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano sì, ma che, nel momento di maggior angoscia della sua vita, reduce dall’esperienza del GLF (Gay Liberation Front) a Londra, stava scoprendo, a poco a poco, di aver fatto attività politica, fino ad allora, per affermare se stesso.
Nato da una famiglia borghese di origine ebraica era arrivato a dichiarare in una tormentata lettera a Franco Buffoni, il cui incontro era stato favorito dall’amico comune Milo De Angelis, che le cose che faceva, le faceva seguendo l’impulso dell’autoaffermazione proprio di quell’ideologia borghese da cui proveniva e che rinnegava con tutte le forze. Era arrivato a giudicare come volgarmente progressiste alcune delle azioni che credeva invece di aver compiuto con spirito rivoluzionario:

Adesso io sono membro dell’ideologia autentica della rivoluzione nascente e sono obbligato all’autocritica, a riconoscermi fino in fondo, a svelarmi a me stesso. A rinunciare al tentativo di affermazione.

Quasi dovesse espiare la colpa più grande di tutte: aver cercato di rimanere fedele a se stesso. Ma in effetti quanti vedono la trave che c’è nel loro occhio? Chi ha la forza di fare quei passi indietro che riportano l’essere all’origine e all’essenza più intrinseca e profonda e pertanto vera?
Riconoscere gli eccessi, placarli, questi emblemi-feticci di una contemporaneità fallace, contenerli fino a disconoscerli; a ben vedere quella di Mieli è un’operazione ideologica ed etica mostruosamente coraggiosa nei confronti della società che contribuiva a creare (o a far rinascere dalle sue ceneri) e soprattutto di sé stesso. E dal suo tormento scaturiva tutta la complessità del progetto rivoluzionario, come d’altronde lui stesso riporta in un passo della sua tesi Elementi di critica omosessuale (1977), alla quale deve oggi la sua fama internazionale:

[…] del nostro progetto rivoluzionario, volto a riconoscere e a esprimere un’umanità che trascenda il capitale, evitando di offrirglisi subito in pasto: infatti, se ciò avvenisse, il capitale ce la rivomiterebbe addosso nelle forme sue proprie, affinché di quel vomito ci si nutra per riprodurgli nuova “umanità”, sempre più digeribile in quanto predigerita.

Inutile aggiungere lo speleologo sapere, la vastissima cultura dell’intellettuale, che aveva fondato i suoi studi su elementi di sistemi filosofici quali quello kantiano e marxista e di psicoanalisi freudiana tanto che termini come fenomeno, intelletto, morale dominante, progetto rivoluzionario, capitale, sistema eterocapitalistico, senso di colpa, controparte inconscia, riconoscimento cosciente, ricorrevano con frequenza e nella sua produzione giovanile e, con maggiore e più puntuale esattezza scientifica, in quella della maturità, con una straordinaria e brillante capacità di adattare tali sistemi alle sue teorie sugli studi di genere, tant’è che Elementi è considerato il saggio alla base di questi.
In scrittura, inoltre, Mieli attraverso il gergo del suo tempo, si uniforma perfettamente al clima politico e storico nel quale è immerso, senza disgiungersene minimamente, senza la minima ipocrisia, caratteristica proprio non appartenente al suo apparato umano. Il lessico della sua fase giovanile non stupisce e non stupisca: nella lettera a Franco Buffoni termini oggi impronunciabili, come negro, allora erano d’uso assolutamente corrente; anche culattonaggine al posto di omosessualità oggi sarebbe improponibile, persino in un contesto milanese.
Le poesie, che sono probabilmente la sua più periferica nevralgicità letteraria, poiché le meno conosciute e lette, nell’insieme tengono ancora e tutte hanno un guizzo, almeno nel finale. Il tempo lirico dominante pare essere il presente (fatta eccezione per Febbraio ’71, con quella prima parte della prima strofa che è tutta un richiamo all’antichità romana – la Farsalia di Lucano – e un tutt’uno con sé stesso, senza intermediazione del tempo presente, un intreccio funambolico tra passato remoto e futuro) per relegare la potenza delle sue immagini in una dimensione temporale fissa, immobile, eterna. Lo scopo è la sovrapposizione di queste, la non-successione, definendo un continuum di senso, che il più delle volte invoca al sesso e alla droga. Ma ciò che colpisce è la docilità delle parole, pur filtrando immagini forti, non ferisce né infierisce e lo fa con lessico aulico (ci sono tutte le punte toccate dallo studente di filosofia), termini che a oggi, pur risultanti piuttosto desueti nella loro pomposità, elevano il senso quasi a un qualcosa di sacrale, celestiale; persino quando invoca la musa dell’LSD sembra riesumare perfettamente Baudelaire («Oh Denis, oh Denis!/ L’aquila/ che alata si rifugia nel tuo cranio/ di perduti possessi») o di qualche altro poeta maledetto che ci sta pure nella novella stagione “maledetta” di grandi cambiamenti sociali da lui vissuta appieno.
I suoi versi, seppur giovanili, sono l’anticamera della sfacciataggine dell’uomo: l’anastrofe la fa da padrona (in realtà un po’ come in tutta la sperimentazione linguistica dell’epoca), l’anafora appena accennata eppure efficace soprattutto in chiusura («spirale/ in cialda surreale/ che non sussista.») mentre la prosodia è un mare senza vento; la ferocia metaforica, la frammentarietà del verso, quel dissolversi quasi, quello sfocarsi per poi raccogliersi tutto alla fine con grande potenza ed effetto, quasi un climax ogni volta, che poi si esaurisce a non esserlo.
Sicuramente una visione tragica dell’uomo e dell’umanità, che lo avrebbe accompagnato fino agli ultimi tempi. Deluso dalla politica, il movimento che a più riprese lo avevo escluso; si sentiva tradito ed emarginato.
Il grande destino con il quale abbiamo esordito non a caso ritorna e ha un peso gravoso, un macigno che schiaccia, «la sofferenza che ciò, in questa società, comporta è al tempo stesso la misura o se si vuole lo specchio della dura e preziosa bellezza della mia vita.»
Nella parte finale dell’esistenza tornava a vedere la letteratura come la sua vera vita e il suo riscatto, la sua verità: non già per colmare quella sofferenza che lui, quasi cristianamente, aveva accolto e indossato, come abito incandescente ma necessario, ma perché considerava la narrativa, al di là dell’aspetto economico, come l’àncora di salvezza.
Ma niente poté salvarlo dall’oppressione paterna che riuscì, anche nella sua vita adulta di uomo di lettere, a interferirvi, costringendo Einaudi a non pubblicare il suo romanzo Il risveglio dei Faraoni, perché considerato un’autobiografia in cui la famiglia era riconoscibile. Finì col mancare al coming out più importante della sua vita, il vero motivo della mancata pubblicazione, facendolo passare, con una grandissima dignità finale, per una decisione personale. Sarebbe stato l’ultimo atto di coerenza di una mente eccelsa, acutissima, di sublime sensibilità e ricercato equilibrio, dal carattere orgoglioso, imperturbabile, fragilissimo. Prima del suicidio.

© Pierluigi Boccanfuso

L’implacabile
allegria
d’ogni intramontabile
tramonto
e la sferzata
estasi delle statue
che mi attorniano,
più dure – più serie che mai
a seguitare
a perire
sfrontate
della circumnavigante
materia
raffreddata d’essere
e impotente
persino a liberarsi
dell’ultima polvere
che con un soffio
l’umana organizzazione
solleverebbe,
tutto ciò che mi preme
se penso
che gli uomini,
percorso il cammino
dei trent’anni,
rinunciano
al triduo d’amore
per la noia d’altri cento.

(luglio 1970)

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Quando
assetato
mi rupperò le vene
per bere del mio sangue,
l’interazione – Fàrsalo –
si chiuderà in me stesso.
Chissà se circollocuzione
degli spazi ancora mi tra-
scinerà in desiderio. O del tondo
supremo concepissi
mirandomi la spinta.

Raggi di ragnatela
inghiottiti dal loro
insetto, avrete un bel fare
a chiamarmi: io non v’ho udito!
Ma:
se perde il fenomeno
chi sono me stesso…

Edìo annegandomi:
non permane svuotata
mente d’angelo. La pura forma
innata, sciolto al gioco
del plasma l’intelletto, non coglie
neppure l’accartoccio

spirale
di cialda surreale
che non sussista.

(febbraio 1971)

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POESIA DEL MIO AMORE IN OCCASIONE DI CORRADO

Fra le tue braccia
rimbalza
l’ora rappresa
delle mie parole.
M’hai preso
fra le dita
prima i capelli
poi il corpo;
tu taci
e ascolti curioso
il mio sorriso di niente.

La notte è fuggita
avanti.
Io la seguo titubante
tastando
la tua comprensione.

In un bacio
morirò d’amore.

Scivola
lungo il mio corpo
il piacere,
poi torna ai capelli.
Tu sei il mio fungo,
il mio pesce.

Tu sei di anni passati
inondando
le cose ignare della
notte – il cuscino –
del mio galoppo.

Un volta,
in riva al mare,
mentre la spiaggia spopolava,
m’hai raccolto,
scegliendo
le mie gambe fragili
e senza senso,
per insegnarmi a librare
la mia leggerezza
e a mangiare l’acqua
e i profumi dell’aria.

(settembre 1970)

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Dodicimila spiriti
dell’argentino
attendono un’alba
dissodata ed umile
per ispirarsi
al Cantico
delle Creature.
L’assumersi della meraviglia
e l’ampliamento dell’occhio
che spande
il suo potere
per mari e soli
e campi deserti di sabbia,
protende la mente
a dirsi
dove abbia termine
il suo potere
volendo.
La mente
circumnavigando
attorno
la schiava di sé stessa
e del suo essendo
traccia un panorama
incolore
dell’antiessenza
di sempre.
E il suo grandioso momento
vede inquadrato
nel tempo
che
in essa stessa
si tende.

(luglio 1970)

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POESIA DEL DICIOTTENNE

Combattute immagini
di Pavesini
straripano
in una considerevole estasi.
Forse c’è un nesso
col Bel Paese.

Oh Denis, oh Denis!
L’aquila
che alata si rifugia nel tuo cranio
di perduti possessi
ritenta
di tessere il volo.
E la spina
che maligna si conficca
e ripete un dolore nascosto
nell’ombra
del giorno,
è l’ago riposto
delle mie cure,
la mia perpetua sera,
il suo tramonto.

(agosto 1970)

.

(da Mario Mieli trent’anni dopo)

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