Giorno: 1 giugno 2016

TheFLR Contemporary Italian Literary Magazine

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TheFLR Contemporary Italian Literary Magazine

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Nasce a Firenze TheFLR – The Florentine Literary Review, una rivista che mira a colmare il vuoto della scarsità di traduzioni di scrittori italiani nel mondo e di promuovere la nuova letteratura italiana fuori dalle quattro anguste mura in cui spesso è relegata.

Ogni uscita conterrà sei racconti e due poesie di altrettanti autori italiani, un tema conduttore. Un illustratore emergente darà coerenza tematica e grafica all’intero numero. Il formato sarà ad alta leggibilità. Ma soprattutto – questa la novità – ogni numero sarà completamente bilingue.

L’editore è la rivista The Florentine, 11 anni di esperienza editoriale alle spalle, con un pubblico internazionale appassionato di tutto ciò che riguarda l’Italia. L’idea è dello scrittore e critico fiorentino Alessandro Raveggi , che si è costituito intorno un Consiglio Editoriale di giovani critici, narratori, editori, poeti, operatori culturali che gravitano nell’area toscana: Luca Baldoni, Martino Baldi, Diego Bertelli, Raoul Bruni, Silvia Costantino, Giuseppe Girimonti Greco, Paolo Maccari, Daniele Pasquini, Vanni Santoni, Niccolò Scaffai.

Il tema del primo numero della rivista è il concetto di “invasione”, per ricordare una massiccia inondazione: quest’anno infatti cade il 50° anniversario dell’alluvione che nel 1966 sconvolse Firenze. Ma sopra la superficie (dell’acqua) e oltre, il concetto sarà esteso anche a temi quali il flusso del turismo, l’“invasione” di migranti ed immigrati, il viavai continuo tra culture e linguaggi differenti e altre possibili connotazioni. Gli autori ospitati a declinare il tema in questa prima uscita sono i narratori Luciano Funetta, Alessandro Leogrande, Luca Ricci, Elisa Ruotolo, Filippo Tuena ed Elena Varvello e i poeti Mariagiorgia Ulbar e Marco Simonelli.

Sulla piattaforma di crowdfunding, su cui la rivista è stata lanciata, è stato raggiunto il 95% delle sottoscrizioni a pochi giorni dal temine della raccolta. C’è ancora qualche giorno per garantirsi in anteprima la rivista, sia in versione digitale sia in versione cartacea, e per supportare il progetto, facendogli raggiungere un 100% di copertura economica che sarebbe veramente un risultato da cui partire con grande entusiasmo.

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Mario Girolamo Gullace: cinque poesie inedite

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ULTIMO VIENE IL CORVO

il ragazzo ha una mira prodigiosa
e con la carabina mira e spara
a bersagli intorno al nascondiglio
del coetaneo tedesco: un sasso,
un ramo, una lucertola, una cosa
dopo l’altra presa al primo colpo.

poi, quel corvo, quel volo oscuro:
“là, là in alto guarda”, il giovane
tedesco si alza, e mostra con il dito
il cerchio in aria, facendo luccicare
l’aquila sul petto. riverso sul ciglio
l’ombra lo ricopre col suo gracidare.

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PASSAGGI CROLLATI

dopo il batticuore è saltato l’ordine
dei passi, e tra le direzioni, una aveva
tutto meno che me stesso. ci sono tre
esplosioni nel corso della vita, due
sono senza sensori: l’entrata e l’uscita
dal mondo; l’altra scoppia tra le mani.

dove ho lasciato la pelle me lo porto
addosso nei brandelli di seppia sparsi
tra i capelli e le unghie. nel ventre blu
della bocca mastico nebbia dal sapore
di muschio, e lo squittire dei topi sono
qui di una volta senza pietra angolare.

l’isola vulcanica, che improvvisamente
emerge senza essere indicata su mappe
e su cartine, è dove inciampa la chiglia;
Robinson è l’atomo scollato e singolare.
la fiamma, che imparava a bruciare lenta
all’interno di un rito, da sola si spegne.

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ASPETTANDO IL TEMPO

la gente di qui indugia
alle finestre aspettando
il tempo. quando viene
la neve non la sente
nessuno, nessuno ha l’udito
così fine, e allora scosta
le tendine e se ne sta seduta
davanti ai vetri. quando la neve
arriva la sua luce bianca basta
a illuminare le stanze, il calore
dei fiocchi a scaldare sotto
e sopra, il suo silenzio
a riempire di voci
le distanze impenetrabili.
se premi il campanello
vinci l’invito a salire,
per vedere anche tu il tempo,
che arriva sempre così piano
come la neve bianca anche
le vene, i capelli e la bocca,
anche le ossa, le mani
e lo sguardo, e sale fino
alle finestre, e lo zucchero
è finito senza tracce nella neve.

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TORTORE

“se non avessi visto il sole
avrei sopportato l’ombra
ma la luce ha reso il mio deserto
ancora più selvaggio.”
.    Emily Dickinson

le tortore, che di giorno tubano,
la notte camminano sulle gronde,
e gli artigli delle loro zampe
sembrano soldati che tornano
feriti e battono la terra da lontano.

le tortore, che hanno quel nastro
nero sul collo e il resto del piumaggio
cenerino, di notte sono piccoli batuffoli
di luna. i manichini dentro le vetrine
aspettano il sole della nostra mano.

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SEQUENZA SEMPLICE DI GESTI

un paio di occhiali tolti dalla sede
per pulire le lenti con un fazzoletto,
e quello che prima era bene a fuoco ora
si vede offuscato.

dal pacchetto di sigarette sul tavolino
ne estrae una, e l’accende con un Bic
che non scrive nessun segnale di fumo.
con il pollice e il medio dell’altra
mano si liscia i baffi ben curati
a misura di labbra.

piccoli gesti intenzionali che non
hanno nessun significato recondito,
che non servono a guadagnare uno
stipendio, e che comportano il minimo
dispendio di energia.

si sistema più comodamente su uno
sgabello, e indirizza meglio la luce
di una lampada sul tavolo di legno,
dove ci sono i figuranti di un presepio
fatti di pongo.

il pendolo appoggiato al muro oscilla
la lunghezza lentissima di un trascorrere
senza mète particolari. va in cucina,
e si versa acqua scorsa dal rubinetto
perché si freschi, in un bicchiere lindo.
i petali dei peschi in fiore tappezzano
il prato del giardino davanti casa.

in camera da letto, messo il pigiama,
scostate coperta e lenzuolo, si siede
nel letto e lascia andare il corpo.
i piccoli gesti li posa sul comodino
a dormire di fianco a lui fino al mattino.
gli dà la buonanotte, e spera
che domani si ricordino che sono i suoi.

Una frase lunga un libro #60: Miroslav Košuta: La ragazza dal fiore pervinca

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Una frase lunga un libro #60:
Miroslav Košuta:
La ragazza dal fiore pervinca, Del Vecchio editore, 2015 (trad. it. di Tatjana Rojc); € 15,00

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Nell’introduzione a La ragazza dal fiore pervinca, Miroslav Košuta dice alcune cose molto interessanti sulla sua poetica senza quasi mai citare la propria poesia. Racconta di sé, della terra e del tempo in cui è nato, di come è cresciuto e di come poi ha vissuto. Sì, certo, ha scritto bellissime poesie, ma per lui si tratta di qualcosa che è capitato in mezzo a tutto quel sopravvivere prima e vivere poi.
Košuta è nato nel 1936, o meglio quello che per gli altri era il 1936, per lui era il quattordicesimo anno dell’Era Fascista, cosa che ha influenzato tutta la sua vita. Così come la sua esistenza e la sua scrittura sono state influenzate da Trieste, la sua città, quella che vedeva dal piccolo paese in cui è nato, e dal confine. La terra di frontiera, che  per il poeta sloveno ha sempre significato un punto di partenza. La frontiera e il confine sono luoghi da attraversare, superare. Se la frontiera è una porta, allora va attraversata, va conosciuta, va vista e vissuta da dentro e da fuori. Va attraversata in tutti i modi possibili, uno di questi è quello delle parole. La frontiera, dunque, è il punto dal quale la poesia parte, da quel momento quella di Košuta può arrivare ovunque. E fregarsene dell’assenza di vento. «Svolgo allora la vela logora di tempo,/ aspetto il vento di meridione, aspetto/ quello di levante,/ accarezzo l’albero morto./ E non c’è vento da settentrione/ e non c’è n’è di ponente.»

Il libro è diviso in sei sezioni, chiamate Cicli: Origini; La parola, il verso; Impegno; I luoghi; La ragazza dal fiore pervinca; Le madri. Cicli, non parti, non gruppi, non capitoli. Cicli, perché le cose vanno e vengono e ritornano, e questi grandi temi sono il Tema, rappresentano quello che per Košuta è il racconto e quindi tutta l’opera. Questo è un lungo viaggio fatto di bellissime poesie. Košuta non perde mai il ritmo, è sempre padrone del verso, scrive poesie che respirano e che ci fanno respirare. Se scrive del mare ne sentiamo l’odore, se scrive di una casa allora la abitiamo, se i versi dicono di una ragazza la vediamo passare. Quando scriverà delle madri ricorderemo le nostre e penseremo ad altre madri, appena più lontane. Madri che hanno il cuore a brandelli per aver protetto, nascosto, perduto i propri figli; come in questa terribile e meravigliosa poesia:

Le madri dei figli morti sono prigioniere
nella torre di un unico giorno,
ravviluppate in un labirinto, in celle
dove le grida rimbombano centuplicate.

Spostano mute le loro reliquie:
tolgono il figlio dalla croce.
È lui a chiamarle, lui a consolarle,
lui che si avvicina lieve.

E stanno a guardare alle finestre
fintanto che la luce le assorbe.
Per loro non servono cortei e funerali
né fiori né pietre tombali.

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