Mese: giugno 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #13

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

.

harold smith

.

[Episodio dodici – La maledizione dell’orchidea]
Sometimes nature plays tricks on us and we imagine we are something other than what we truly are. Is this a key to life in general? Or the case of the two-headed schizophrenic? Both heads thought the other was following itself. Finally, when one head wasn’t looking, the other shot the other right between the eyes, and, of course, killed himself.

 
Qualche volta la natura ci gioca brutti scherzi e noi immaginiamo di essere qualcos’altro rispetto a quello che siamo veramente. Questa è una chiave per la vita in generale? O il caso dello schizofrenico a due teste? Ogni testa pensava che l’altra la stesse seguendo. Alla fine, mentre una testa non guardava, l’altra colpì l’altra proprio in mezzo agli occhi, e ovviamente uccise se stessa. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
.
 .
Si ritorna al tema dell’ambiguità, della doppiezza, ma stavolta ricorrendo addirittura all’etichetta clinica della schizofrenia (peraltro usata in modo impreciso, qui come nel senso comune). Viviamo come se fossimo two-headed, ma sono due parti della mente in conflitto tra loro, si guardano con sospetto e possono arrivare a sfidarsi. Naturalmente lo scontro avrà soltanto perdenti, nel collasso le due parti si ritrovano riunite. Cosa c’entra questo con Harold Smith? Il ragazzo agorafobico e coltivatore di orchidee, mite all’apparenza, è in realtà carico di un’aggressività pronta a esplodere se tradito. Era solo il confidente o anche l’amante di Laura? E si sta innamorando di Donna? L’orchidea ha una bellezza inquietante, sessualizzata fin dal nome, ma per amare davvero bisogna uscire dalla serra: una testa di Harold guarda fuori, l’altra non perde di vista i fiori. In questo episodio altri personaggi affrontano le conseguenze del conflitto tra le loro due teste, e finiranno presto per colpirsi da soli quando meno se lo aspettano. Pur nel nostro equilibrio che prevalentemente funziona, anche noi siamo seguiti da una parte che spia l’altra, e talvolta la parte che spiava prende il comando e l’altra le va dietro astiosa. Quest’alternanza è a key to life in general? Forse, ma una testa nasconde la chiave, l’altra sa dov’è la porta.
 .
@Andrea Accardi
.

Laura Pugno, Bianco

bianco-d483

Laura Pugno, Bianco, Nottetempo, 2016; € 7,00

*

di Mario De Santis

*

Laura Pugno poeta ha, nel corso degli anni, costruito un suo mondo preciso, scolpito, seppure nell’astrazione di una dimensione allegorica. Un mondo, un paesaggio di atmosfere arcaiche, mitiche e mentali, come facile dire per un suo recente titolo, La mente paesaggio (Perrone, 2010), come anche per un suo testo quale Gilgames (Transeuropa, 2009), con una poesia che si colloca sempre sul passo di un tempo originario, respirando atmosfere di boschi e artici, di cacce, e in questo ultimo, Bianco, di spazi nevosi infiniti che finiscono per dare connotazione estensiva di un tono (per fare un paragone, quel bianco ossessivo e infinito che c’è anche nel film  Revenant di Iñárritu).
In Bianco – che è un colore di lutto, tanto quanto il nero anzi forse evoca una dimensione non ctonia, ma nemmeno terrena – ci sono presenze su presenze che si sommano: il viaggio poetico inizia rivolgendosi alla “neve”- siamo all’inizio di un inverno  ma di un tempo in cui “non ci sono stagioni”, c’è solo un immenso bianco. Il bianco è la dominanza della luce, è l’ovattato, il silenzioso.
E sarà sempre questo richiamo a labilità percettive e oniriche il basso continuo del libro. Fatto di morti che tornano, presenze di un lutto in cui il colore della neve definisce lo spazio intermedio dell’Hereafter (parola doppia, di luogo e tempo). La poesia di Laura Pugno non è una poesia che appartiene alla tradizione di ricerca: non ne ha la retorica e l’ideologia del significante, semmai ha un culto materico e enigmatico della parola, che la fa apparire, ma solo apparire, ermetica, laddove tarda a sciogliere certi nodi di immagini per il lettore,  a cui chiede un po’ di attenzione; di sicuro però si può dire che è una poesia che si interroga su forme inedite del conoscere, è un poesia “in cerca”.
Una voce che tiene, pagina dopo pagina, pure se frammentata, in poesie fatte di 5, 6, 8 versi, una voce che non mette l’io al centro, ma fa di tutti unica presenza/assenza in un paesaggio che da subito sembra voler creare e insieme sottrarre al simbolismo metafisico: “neve tu sei venuta qui/ sei venuta come neve”. Quel che si sta cercando è qui. È nelle cose. Un animismo del senso, quasi. Come neve: la comparazione elimina la neve “come neve”, vorrebbe azzerare la duplicità, ma ovviamente la ricrea con un’ambivalenza produttiva di echi, di significato. Ed è la tessitura fonetica a riverberare, come il bianco, a risuonare: pochi elementi, continuamente reiterati, misura di sillabe e inseguimenti fonetici, intrecci, che amplificano il bagaglio ridotto del viaggio.

(altro…)

Boezio, De consolatione philosophiae, I.1

Trad. di Luciano Mazziotta

Boetius

I versi che un tempo con zelo morboso intrecciai,
piangendo, oh, adesso, converto, costretto, in tonalità tristi.
Camene lacere ecco che a me suggeriscono le cose da scrivere
e solo elegie mi segnano il volto di lacrime vere.
Nessuna paura ha potuto mai spingere quelle,
a non seguirmi, compagne fidate, nel mio cammino.
Luce della mia spensierata e un tempo felice adolescenza,
ora consolano il necessario cadere di vecchio angosciato.
Inopportuna è arrivata la maturità, affrettata dal male
e il dolore ha ordinato che scadesse il mio tempo.
All’improvviso cadono i capelli dal capo
e pelle marcita trema sul corpo disfatto.
Felice per gli uomini la morte che non feconda
il fiore degli anni gentili, e nei tristi scende sempre invocata.
Maledetta quella che sorda stravolge i miseri avanzi
e crudele rifiuta di chiudere gli occhi che piangono.
Quando l’ipocrita sorte mi inorgogliva con beni da niente
qualche ora triste soltanto mi cingeva la testa.
Ora che ha svelato, tra le tempeste, la sua faccia d’inganno
questa inutile vita prolunga i suoi anni sgraditi.
Perché, amici, mi diceste felice? Non ditelo più.
Non aveva passo sicuro, colui che è caduto.
Quí cecidít, stabilí nón erat ílle gradú.

 

(altro…)

Una frase lunga un libro #64: Demetrio Paolin, Conforme alla gloria

conforme-alla-gloria-demetrio-paolin-voland-copertina

Una frase lunga un libro #64: Demetrio Paolin, Conforme alla gloria, Voland, 2016; € 18,00, ebook € 6,99

*

“Voglio farti una domanda: essere stato vittima fa di me un uomo migliore? Le persone mi compatiscono, mi guardano ma non vedono la mia carne – se mi taglio sanguino come tutti. Io sono una loro proiezione: sono la vittima. E quindi devo essere virtuoso, non devo compiere nulla che possa presentarmi diverso da quello che si immagina per me. Io, però, non sono una vittima, sono un sopravvissuto. Questa mia condizione, l’essere ancora vivo, non è dovuta a nessun atto di bontà. Sono salvo grazie alla malvagità altrui, e per giustificarmi ne sono diventato complice.”

Questo passaggio di Conforme alla gloria mi riporta alle origini di questa rubrica, trovo una frase che racchiude perfettamente il senso di un libro e anche il modo in cui tutto il libro è stato scritto. Questo brano, virgolettato, pronunciato da uno dei personaggi, parte con una domanda, la Domanda che Demetrio Paolin si pone e che pone a tutti noi, ed è per questo motivo che non scriverò qui il nome di chi la pronuncerà (chi ha letto il libro sa, ma perché togliere il piacere a chi ancora non sa?), quello che farò è semplicemente usare queste sette righe per raccontarvi un bellissimo e duro e sconvolgente e commovente romanzo; sia nei contenuti sia nella forma. Parto – brevemente – dalla forma. Le frasi di Paolin hanno una struttura chiara ma per nulla semplice, si ha l’impressione (qui e per tutto il libro) che ogni parola sia stata scelta con cura, che nessuna virgola, nessun punto o due punti si trovino lì per caso. Prendiamo le virgole, scandiscono le pause in maniera perfetta, perché l’impressione che ho avuto è che chi sta parlando lo faccia piano, perché pensa e sceglie le parole con cura e sceglie le virgole, e i punti. Perché ogni volta pensa a ciò che dice e ciò che dice gli fa male, e allora ha bisogno di fermarsi più spesso, perché vuole essere ascoltato ma soprattutto capito, dal suo interlocutore e da se stesso; così come Paolin vuole che il lettore capisca e si fermi più volte durante la lettura, vuole che il lettore senta.

Conforme alla gloria racconta la storia dalla quale tutti noi veniamo, quella del nazismo e dei campi di concentramento, quella delle torture e dei milioni di morti, quella delle vittime e dei carnefici, la storia che non possiamo cancellare, che non è soltanto un fatto di “memoria”, quella che ci è stata tramandata dai racconti dei nonni e dei padri, quella che abbiamo letto, quella che ci permette di vivere tranquilli commemorando di tanto in tanto; racconta la storia che ci appartiene perché in qualche modo ci scorre dentro, mostra che c’è differenza tra vittima e sopravvissuto, che può essercene molto poca tra vittima e carnefice, che la colpa è una cosa e che il senso di colpa è un’altra cosa, che entrambe le cose ci appartengono. Paolin ha impiegato molti anni (sette, se non ricordo male) per scrivere questo libro, e si comprende il lavoro faticoso, non solo di ricerca e di inventiva, ma quello di scelta, ovvero quello che gli avrebbe permesso di raccontare il male sotto la luce cupa che gli compete, una luce lacerante che può nasconderlo ma che non può quasi mai cancellarlo, perché è troppo grande. Tutti noi ricordiamo La banalità del male di Arendt, tutti noi abbiamo letto frasi come “eseguivo gli ordini” o “o me o loro”; ebbene Paolin conferma e supera il concetto, dimostra, attraverso l’invenzione letteraria, che ciò che è banale (proprio per la sua natura) mai ci abbandona e sempre ci accompagna.

(altro…)

Un ricordo bello che ho – di Joele Lemme

Un anno fa, alla fine dell’anno scolastico, avevo messo insieme gli errori più divertenti degli alunni, e ne era venuta fuori una specie di sgangherata antologia degli inciampi, ma non priva di bellezza e a volte di acume involontario (per chi vuole, qui). Era stato anche un modo per rintracciare le origini del linguaggio poetico proprio in quelle zone fuori controllo della nostra mente, in attesa di imparare ad abitarle consapevolmente, come una risorsa di creatività e non come dubbio continuo. Vale per me quello che scrivevo lo scorso giugno, e che ho ripetuto tante volte anche agli alunni di quest’anno: alcuni di noi per certi aspetti scrivevano meglio da piccoli, prima di appiattirsi su linguaggi stereotipati e imposti dall’esterno. Per il testo di oggi bisogna fare invece un discorso un po’ diverso. L’autore è uno solo, si chiama Joele Lemme, ha appena compiuto sedici anni e quest’anno ha frequentato la seconda superiore all’istituto tecnico Cerebotani di Lonato del Garda. La traccia del tema, molto banale (“Un ricordo bello -o brutto- che ho”), voleva essere più un modo per conoscere la classe, dal momento che ero arrivato da un solo mese. Joele racconta com’è nata la sua passione per la pesca, e lo fa con una personalità e un controllo straordinari, facendo vibrare una corda interna che suona. C’erano naturalmente delle sviste, ma ho deciso di lasciarle tali e quali, risparmiando ai lettori il singhiozzo editoriale del “sic”, che qui sarebbe stato fuori posto e ridicolo: ecco dunque il testo esattamente come si è presentato nella sua forma originale. Joele ha usato anche delle metafore, forse inizialmente per farmi contento, ma centrando perfettamente il bersaglio: il verme simile a “un condannato diretto al boia”, e che da verme della terra rifiutato da tutti diventa subito il desiderio di numerosi pesci, mi sembra una costruzione che nella sua vivacità metaforica mantiene una perfetta logica. Il finale è splendido. Se lanci davvero la lenza, le parole abboccano: bravo Joele. (A.A.)

.

IMG_20160523_175507

.

Ricordo ancora quel giorno in cui dentro di me si accese una passione enorme, la passione per la pesca. Quel giorno avevo 6 anni e stavo passeggiando con la mia famiglia lungo la passeggiata in riva al lago situata a rivoltella. Arrivai al porto vecchio di rivoltella, vidi un signore anziano, rimaneva seduto su una piccola sedia da campeggio.

Rimaneva lì, sotto la pioggia, con un’esile canna ed una semplice lenza, mi sorse una domanda, cosa lo spingeva a stare lì, fermo e pazientoso ad aspettare un pesce di qualche centimetro? Così decidetti che avrei provato pure io. Andai in un negozio molto grande, dove vendevano un po’ di tutto, ma per la maggior parte mobili e oggetti per la casa. Nella corsia per gli hobby trovai delle canne da pesca, decidetti così di comprarne una. Il giorno dopo, spendendo 2 euro per la canna da pesca e altri 2 euro per un piccolo secchiello pieno di larve di mosca carnaria ero pronto per andare a pescare. Prima di quella volta non avevo mai pescato, non sapevo che fare, attaccai in qualche modo il piccolo verme all’amo e lo gettai in acqua dopo averlo attaccato alla lenza con un semplicissimo nodo.

Pareva un condannato diretto al boia, vincolato alle guardie, dimenandosi inutilmente, e da apparentemente rifiutato dal mondo, appena sfiorò il pelo dell’acqua richiamò una grande attenzione da parte di numerosi pesci, che lo volevano per sé. Così venne mangiato immediatamente da un piccolo pesciolino, e nel medesimo modo anche i suoi “compagni” di secchiello.

La cosa che mi piacque di più di quell’esperienza era poter guardare da vicino il pesce, notando tutte le piccole sfumature sulle squame, ma tutto in poche occhiate per poi vederlo tornare a nuotare liberamente. Pesco ancora oggi, pesci più grossi e con tecnica e attrezzatura complicata, ma il tutto grazie a quel signore che non cedette alla pioggia.

“La signora dei pavoni”, Giovanna Amato

Immagine_poetarum

Sette racconti. Tre fiabe.
Un estratto qui sotto.
Per altre info, qui.

 

Il ramo ha preso l’osso

Anita sfiorò il battente della porta e il tocco del ferro le corse, sapido e freddo, alla bocca. Le era successo qualcosa di simile, ricordava, da bambina, quando la scarlattina l’aveva tenuta in casa per giorni e rinchiusa per mesi in una bolla senza olfatto e sapore. Si era ripresa lentamente, rimettendosi in piedi ogni giorno più salda, finché all’improvviso il mondo era tornato a comunicare con lei; ma sempre, da allora, le era rimasto lo spavento velenoso di non saper riordinare nella giusta direzione tutto il fuori che premeva sul suo corpo.
Bussò, e intanto osservò i campi intorno. Né l’armistizio né l’occupazione e nemmeno i bombardamenti di cui aveva saputo da così lontano erano riusciti a cambiare la masseria e i suoi terreni. Sembrava che ogni notizia che l’avesse raggiunta oltre l’Oceano fosse stata una catastrofica bugia. Non c’era una sola zolla sollevata o un solo sasso fuori posto di quelli che era abituata a scansare, da bambina, anche al buio. Bussò, e Gianni aprì.
Anita avrebbe voluto sorridere per i suoi pantaloni, vecchi senza essere stati usati e così troppo alti sulla pancia, e per la camicia bianca ben infilata nella cintura come in attesa di un panciotto. Avrebbe voluto ma non sorrise, perché sentì una stoccata sorda attraversarle l’addome. Lui aveva i capelli arruffati e un velo di barba sottile come sabbia, un fianco più alto dell’altro come i Sebastiani delle chiese, come chi si ferma sotto il sole mentre miete. Anita sentì gli occhi farsi di velluto come quando lo fissava da ragazzina, quando rallentava i battiti per fermarlo sotto le palpebre. Li chiuse.
«Voi siete?», disse lui.
Anita non voleva farsi riconoscere. O meglio, voleva che a riconoscerla fosse lui, nonostante il biondo quasi cenere di chi non si asciuga più i capelli al sole, il corpo più stretto di adulta, la voce calma. Così parlò senza rispondere.
«Non il voi, per favore. Eravamo amici, da ragazzi.»
«Non me lo ricordo.»
«Allora il cognome su questa porta è sbagliato?»
Anita inclinò la testa e gli sorrise. Conosco i tuoi occhi di rovere scuro, pensa, e quanto hai lunghe le ciglia; da ragazzo non potevi soffrire il tuo mento appuntito e rotondo, e mi schivavi le dita quando ne accarezzavo la curva; devono averti rotto il naso, in questi anni, ed è dolce il modo in cui la linea si piega; saprei dove alzarti la camicia per sfiorare il segno bianco di quando, da piccolo, sei caduto dall’albero di fico e il ramo ha preso l’osso; ho portato la trottola.
«No, è giusto, ma non siamo stati amici.»
«Perché ne siete sicuro?»
«Perché non ho avuto amiche donne.»
Lei si spazientì e strinse le mani.
«Ascolta, per favore. So che sei sposato, e non hai bisogno di essere gentile, o di cacciarmi. Torno solo per restituirti una cosa. Mi è stata cara mentre ero via, non so cos’avrei fatto con te da questa parte dell’oceano, dentro la guerra, sotto le bombe, senza tendere la corda e lasciarla girare – è finita, adesso, e credevo fosse giusto restituirtela.»
Armeggiò con le dita nella borsa, si chiese per quale motivo non aveva sistemato la trottola in una tasca isolata, perché adesso avrebbe dovuto frugare con la testa china mentre un’ombra di donna già attraversava, in lontananza, la sagoma della porta, e l’uomo si ostinava a stare zitto con una mano ferma sul fianco.
Anita sentì la punta della trottola sotto le dita e la cavò fuori dalla borsa. Gliela porse con entrambe le mani, e l’uomo la guardò.
«Non è mia.»
“Oh, questo segno bianco,non è nulla, il ramo ha preso l’osso”, dicevi, “e ha squarciato la pelle, ma se mi avesse preso appena un po’ più in alto…”, e lanciavi la testa all’indietro, sistemavi i capelli senza usare le mani. “Una signora ricca che parlava con mio padre mi ha visto piangere e mi ha dato una trottola.” Me l’avresti regalata sotto il fico, poco prima di partire per la guerra, poco prima che io attraversassi l’oceano.
«Perché fai così?»
«Sentite, che state cercando? Volete un bicchiere di latte? Dico a mia moglie…»
«Non ti permetto di umiliarmi, non ho bisogno di nessun latte. Tu non hai idea di cosa ho fatto durante questa guerra…»
«Io non so di quale guerra…»
Si sentì un urlo, e i due si voltarono verso l’angolo della casa. Dal campo appena dietro spuntò, mentre la madre usciva di corsa dalla cucina, un bimbo dai capelli lunghi e spiegazzati, una camicia bianca infilata nei pantaloni su cui si allargava una macchia di sangue e terra. Trottava incespicando, tenendosi la mano sul fianco, e singhiozzava tutto agitato.
La madre lanciò uno strillo e gli tolse la camicia, mentre il padre si inginocchiò a guardare il taglio che dal bacino si slabbrava, dolcemente, risalendo verso le costole.
A braccia larghe, il bambino fissò la donna, esposto come un crocifisso e sempre più calmo e concentrato nella comprensione del suo dolore. Anita strinse le labbra e gli porse il giocattolo.
«Tranquillo, ha preso l’osso. Non ti sei fatto niente, sei solo spaventato. Tieni, guarda, una trottola. È per te.»

© Giovanna Amato

Oggi presso la casa editrice Empirìa, via Baccina 79 Roma, ore 18:30

INCONTRO CON L’AUTRICE

Presentazione di Anna Maria Curci – Letture di Enoch Marrella

 

 

Raffaele Calvanese, Foto di classe

blindur 2

Raffaele Calvanese, Foto di classe

*

Molti non ci credono, ma l’estate può mettere una infinita tristezza. Forse, se dovessi descriverla con uno stato d’animo, io la ritroverei nella malinconia. Le giornate si allungano e c’è più tempo per andare in giro, a fare cosa poi io non l’ho mai capito. L’estate significa la fine della scuola, la fine della routine, la fine dei pomeriggi a studiare con gli amici, e se oltre la scuola hai poco altro si capisce benissimo perché gli ultimi giorni di maggio possano rappresentare un conto alla rovescia durissimo.
La foto di classe che abbiamo scattato quest’anno mi piace, siamo nel cortile dell’istituto e ci sono tutti, non siamo così belli da vedere ma a me fa molto ridere lo stesso. Vicino a me c’è Antonella, io mi ci sono affezionato davvero, lei è bravissima in latino, e riesce sempre a passarmi le versioni. Nonostante ciò non capisco perché io prenda sempre almeno due voti in meno di lei. Anche Antonella sta sentendo parecchio la fine della scuola, certi rapporti che vengono meno, alcuni anche con una certa violenza. Forse anche io se fossi in lei ci starei male per come sono andati a finire gli esami. Per cinque anni ha spartito sonno,  pensieri e desideri con Lucia, le versioni poi passavano sempre prima da lei, eppure alla fine Lucia, per intercessione dello Spirito Santo esce da questa scuola con un voto miracoloso. Penso che anche io, se fossi stata in lei, avrei dato di matto. Io ed altri abbiamo scoperto di avere dei geni incompresi tra i nostri amici che non pensavamo di avere, come minimo mi aspetto qualche premio Nobel per la fisica a giudicare da come a fine anno siano volate valutazioni incredibili.
Una cosa però mi è rimasta, Antonella. Cioè non solo lei, c’è anche la musica. Ma Antonella è speciale, c’è intesa, c’è sintonia, riesco a parlarle di cose difficili da dire ai miei migliori amici.
Si fa presto poi a dire “la musica”. Ne son piene le pagine di “Cioè” di persone che parlano della musica come la vera e unica ancora di salvezza. No, per me è qualcosa di più. Per me è una questione di identità, di ossigeno, di simbiosi con la mia chitarra, anzi non solo per lei, perché per la maturità mi hanno regalato un banjo. Lo so che è una cosa strana da farsi regalare, quantomeno è strano se non abiti in qualche fattoria del Midwest degli Stati Uniti. Solitamente ci si fa regalare un viaggio, una playstation o che so io dei soldi, io invece mi sono fatto comprare un banjo. Uno degli strumenti fondativi del bluegrass, nato dai primi coloni americani con soli strumenti acustici, tipo la chitarra e il violino. Non è certo uno strumento di grande utilizzo qui da noi eppure io non so perché ma era come un magnete che mi attraeva, e quindi eccomi qui  a passare i pomeriggi tra il Giro D’Italia tra un banjo e una chitarra. Ogni tanto me la guardo quella foto, chi sa che fine faremo io e i miei compagni, chi lo sa dove e quando ci rivedremo, come cambieremo. Pare tremarmi la terra sotto i piedi. Il futuro è uno di quei posti dove ho sempre paura di andare. Anche perché a conti fatti di studiare non so se ho più voglia, passo intere giornate tra la chitarra e il banjo, qualcosa vorrà pur dire.
Io questo non ben definito qualcosa l’ho capito bene, e forse lo hanno capito anche i miei genitori ma sia io che loro facciamo finta di non vedere quello che ci è già chiaro, giriamo lo sguardo, lo abbassiamo, ignoriamo i segnali. Quello del musicista da queste parti se va bene è considerato un buon “secondo lavoro”, devi sempre prima cercarti un lavoro vero. Mah, non so nemmeno io come affrontarla questa cosa, forse dovrei fare come tutti gli altri. Mi iscrivo a Scienze della Comunicazione e guadagno un po’ di tempo, evito i litigi e pace. A volte mi sento come nel libro di Conrad – La linea d’ombra – chiamato a partire, ad uscire dalla famosa linea d’ombra. Sentirsi persi tra un sogno ed una paura. Io non lo so davvero se è meglio non avere sogni o averne di troppo grandi.

(altro…)

Radiohead, A moon shaped pool

radiohead. a moon shaped pool

Radiohead, A moon shaped pool

XL, 2016

*

di Ciro Bertini

*

Dai tempi di Ok Computer un’attesa carica di aspettative, ansie e speranze precede ogni nuova uscita discografica del quintetto di Oxford. “Cosa si inventeranno stavolta?” Pare essere questo il sentimento dominante nella testa dei milioni e milioni di fan che i Radiohead hanno radunato attorno a sé in tanti anni di onorata carriera. Ammesso che nel 2016 il rock possa ancora “inventarsi” qualcosa, che tipo di band è quella che si presenta a noi con A Moon Shaped Pool? Prima di provare a rispondere, facciamo un passo indietro e torniamo al 2011, perché è con quel pasticciato e insipido The King of Limbs che abbiamo lasciato, delusi e amareggiati, la band di Thom Yorke. Forse consci loro stessi di aver commesso un mezzo passo falso e desiderosi di un cambio di rotta, i Radiohead smorzano l’elettronica un po’ ammuffita di quell’album e si rimettono a fare ciò che da sempre riesce loro meglio: scrivere e suonare canzoni malinconiche e introspettive. Una rinascita artistica, quindi? In realtà no, perché anche se la strada imboccata sembrerebbe quella giusta, l’album purtroppo non decolla e arrivati alla fine non si possono provare un po’ di amarezza e pure di insoddisfazione verso un’opera complessivamente poco emozionante e del tutto priva di quei lampi di genio che tante volte, in passato, ci hanno fatto quasi gridare al miracolo.
Eppure l’avvio è da brivido, con quella Burn the Witch già degna di essere annoverata fra i “classici” della band. Voce e orchestra si fondono meravigliosamente in un fantastico gioco di contrasti fra archi taglienti come lame e un canto leggiadro ed etereo, mentre la tensione si accumula implacabile, scatenandosi in un finale pirotecnico. Un brano eccellente, e il video in clay animation che l’accompagna non è da meno. La decisione di aprire l’album con Burn the Witch, però, non è stata fra le più sagge. Dopo un incipit così spumeggiante ci si aspetterebbero ben altre prodezze rispetto a quanto invece messo in campo, e la lenta, soporifera Daydreaming è subito pronta a ricordarci che questi, purtroppo, non sono più i geni di Paranoid Android, The National Anthem, Just, There There e Pyramid Song, ma musicisti di mezz’età che sanno confezionare un prodotto di classe ma hanno perso la capacità di infondergli calore e vigore.

(altro…)

I poeti della domenica #84: Carlo Michelstaedter, Giugno

Carlo Michelstaedter, Poesie,

Giugno

Tutta la forza dal tuo seno, o terra,
il sole ha tratto che salendo avvampa,
e l’estate trionfa.
Due volte l’erba ti recise avaro
il prudente bifolco, e già le fronde
onde tutta t’ammanti,
per il continuo ardor si fan perdute.
Ed alla notte gli astri all’orizzonte
per il vapor rosseggiano più grandi
quasi la vita per più forza gravi
come un’aura di morte.
Ma se i fiori onde prossima l’aurora
del giorno estremo
anelava l’adolescente Aprile
vento estivo ha dispersi,
sotto le fronde si matura il frutto
e il bifolco gioisce.
Ahi, la promessa della primavera
in questo picciol frutto si rinserra
ed il tempo procede per il giro
d’altri inverni e di nuove primavere.

Ma alla notte sui vertici ricolmi
passa il nembo e pel cielo s’accavalla
la nera massa delle nubi, e lungi
livida luce rompe la tenèbra
e pei piani rivela in nuovo aspetto
messi ondeggianti ed alberi ricurvi
e pei monti corruschi nuove forme
ed il cielo più mondi e nuova vita
ogni volta diversa, mentre lungi
nuova luce rimbomba e intorno e in alto
si spande e ancor dai monti riecheggia.
E a destra e a manca e presso e da lontano
riappar la nuova luce, e come il cielo
nel diverso bagliore si trasmuta,
così la terra la livida faccia
in nuova congiunzion sembra mutare,
mentre presso e lontano, oscuro o chiaro
romba il nuovo fragore senza posa.

Qual nuova speme, anima solitaria,
qual si ridesta
al diffuso baglior speme sopita?
Dal diffuso baglior verrà la Luce
mai veduta? e dal rombo vorticoso
la Voce squillerà che non udisti?
Ecco la terra ancora si congiunge
coi nuovi mondi in alto,
e la striscia di fuoco ecco dirompe
la tenebra, ed io stesso abbacinato
nel vortice di fuoco sono avvolto.
Sospesa a quella luce è la mia vita
un attimo od un tempo senza fine,
ché fra il lampo ed il tuono non si vive.
– Ora scoppia la vita e s’apre il frutto
del mio tanto aspettar, ora la gioia
intera e il possesso dell’universo,
ora la libertà ch’io non conosco,
ora il Dio si rivela, ora è la fine.
Ma scroscia il tuono che m’assorda… io vivo
e famelico aspetto ancor la vita.
Altri lampi, altri tuoni, ed il mistero
in benefica pioggia si dissolve.

© da Carlo Michelstaedter, Poesie, a cura di Sergio Campailla, Milano, Adelphi, 1987, pp. 67-68.

poesia proposta da Paolo Steffan

I poeti della domenica #83: Tommaso Landolfi, Morire senza aver vissuto

viola

Morire senza aver vissuto

Morire senza aver vissuto:
Sentenza che la logica rifiuta.
Ma pure, prima o poi,
Questo è quanto faremo tutti noi.
(O, volendo alla logica obbedire,
Tanto e non più di vita
Ci fu quel dì largito,
Che ci basti a morire).

.

© Tommaso Landolfi, Morire senza aver vissuto, in Viola di morte, Vallecchi, Firenze, 1972; Milano, Adelphi, 2004².

proSabato: Camilla Cederna, Ovviamente fetido

cederna poetarum

Ovviamente fetido

Tre sono gli avverbi che da qualche anno ricorrono con incredibile frequenza nelle conversazioni usuali, e l’adoperano indistintamente insegnanti, fotografi, commercialisti e madri di famiglia. Non avete notato come rimbalzano il “francamente”, spesso usato a sproposito, e l’altrettanto mal situato “ovviamente”? La terza locuzione avverbiale strausata è “in effetti”, al posto di infatti, effettivamente, in pratica. (altro…)

proSabato: Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

Bachmann_cop_sfinge

Ingeborg Bachmann, Un negozio di sogni

A sera lasciavo l’edificio sempre per ultimo, dovevo consegnare le chiavi al portiere e quando ero al portone, prima di mettermi sulla via di casa, mi restava ancora da ripensare al lavoro fatto – dovevo poter essere certo di aver messo agli atti e chiuso nei cassetti tutte le pratiche e di aver anche annotato gli impegni e gli appuntamenti nelle agende dei miei superiori. Qualche volta tornavo indietro agitato e ricontrollavo ancora tutto quello di cui mi era stata affidata la responsabilità.
Ero sempre stanco quando andavo a casa, stanco come le strade nelle quali veicoli e uomini si perdevano nella polvere; non udivo quasi gli ultimi rumori, né il vento che si alzava nel parco, e gli uccelli che con limpidi gridi sfrecciavano sopra i tetti, volando incontro al crepuscolo fino alle colline e alle vigne ai margini della città,
Il mio cammino mi portava attraverso il centro della città.
Nelle vetrine entravano le ombre e nascondevano gli oggetti che vi erano ammucchiati, ma di tanto in tanto già si accendevano luci al neon e sospingevano contro le facciate l’oscurità che stava calando. La luce colorata fluiva oltre i marciapiedi sulla strada e dai tetti più alti le réclame luminose intrecciavano un dialogo con le scritte lucenti delle stelle che dapprima affioravano pallide dal cielo e poi si avvicinavano grandi e luccicanti.
Una sera d’estate, quasi senza accorgermi che mi ero fermato, mi ritrovai davanti a una vetrina e, benché spinto a proseguire da una lieve brezza, indugiai distratto, catturato in un guardare rivolto più all’interno che all’esterno.
Avvolti in carta trasparente mi si mostravano alla vista pacchetti piccoli e pacchetti più grandi, irregolari nella forma e legati da nastri che, come mossi da un vento, tremavano dietro il vetro. Fatto più attento, arretrai fino al margine del marciapiede per cercare l’insegna, ma non riuscii a trovarla; anche il nome del proprietario mancava. Accanto alla vetrina stava appoggiato, nel vano della porta aperta, un uomo, la pipa spenta all’angolo della bocca e le braccia incrociate sul petto. Le sue maniche e i risvolti della sua giacca erano logori e consumati da troppa luce o da troppo buio. Poteva essere il venditore, un uomo che la mancanza di interesse dei passanti aveva reso privo di interesse per il suo negozio, giacché sembrava così occupato con se stesso, come se ormai da lungo tempo gliene offrissero la possibilità.
Pensai che potevo senz’altro pregarlo di farmi entrare e mostrarmi alcuni degli oggetti, per quanto mi fosse venuto in mente che avevo con me poco denaro – in ogni caso, anche se ne avessi portato con me di più, non mi sarebbe venuto in mente di comprare qualcosa; del resto non sapevo neppure che cosa si vendesse in quel negozio. Ma, oltre a tutto questo, era assolutamente impensabile per me fare acquisti non pianificati, poiché allora molto coscienziosamente mettevo da parte quasi tutto il mio stipendio, per poter andare d’inverno in montagna – a essere esatti, neppure per andare in montagna; questo era quanto dicevo a tutti i miei amici. Risparmiavo perché mi premeva risparmiare; lavoravo perché mi premeva lavorare; non mi concedevo nulla perché mi premeva non concedermi nulla, e facevo progetti perché mi sembrava giusto fare progetti.
Mi tolsi il cappello e mi avvicinai al venditore.
“La Sua vetrina è male illuminata”, dissi con aria di rimprovero. “Vorrei vedere questi oggetti con una luce migliore”.
“Cos’è che vuole vedere con una luce migliore?”, chiese lui con una voce morbida ma ironica. (altro…)