Giorno: 31 maggio 2016

Ivano Mugnaini, L’esploratore

berlino foto gm

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L’ESPLORATORE

 

 

I due più grandi tiranni

della terra: il tempo e il caso

 J.G. Herder

 

 

 

            Passando in treno di primo mattino davanti a file di case sbarrate da inferriate, cancelli, pilastri di granito e catene, bocche serrate da segreti e paure, Gianrico Efesti fu colto dal desiderio imperioso di scoprire dove si nascondessero la bellezza e la bontà, dove diavolo fossero finite. Prese a scrutare  le forme, i colori, le file di panni stesi ad asciugare, le macchine parcheggiate e i giocattoli lasciati nei giardini, cercando di ricavare da ogni segno una chiave, una risposta. Dopo diversi minuti di corsa affannosa dei vagoni e degli occhi,  stremato, si arrese. L’impresa era irrealizzabile. Troppi dati, frammentari, contraddittori. Si lasciò sprofondare di nuovo sul sedile, vinto. Ma in quello stesso attimo un sorriso inatteso gli percorse la faccia. Si accorse che solo la prospettiva era sbagliata: il progetto, di per sé, aveva un senso.

          Era possibile trovare ciò che cercava, sì, ma all’interno, nel treno su cui  correva e di cui era parte integrante. Uscì dallo scompartimento che occupava da solo, e si avventurò nel corridoio. Per fortuna il treno era di quelli all’antica, con file di scompartimenti chiusi da tendine come tante minuscole case. Era libero in tal modo dalla schiavitù numerica delle moderne Frecce, bianche o rosse che fossero, in ogni caso carrozzoni promiscui con i posti fissi prenotati in anticipo. Su quel treno era ancora possibile muoversi a piacimento e selezionare. Sbirciando attraverso i vetri ci si poteva scegliere i compagni di viaggio, facendo finta magari di essere appena saliti o dichiarando schiettamente di essere lì per farsi quattro chiacchiere.

          Vagò un po’, incerto, non del tutto convinto. Alla fine percepì, odorò e aspirò con foga la giusta atmosfera. Aprì la porta con un gesto fluido ed entrò sorridente. Guardò le facce dei passeggeri e gli venne in mente, nitida, immediata, una frase tratta da Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire: “Esistono solo tre esseri rispettabili: il santo, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, e creare”.

          Lì dentro, nel mirabile microcosmo in cui si era introdotto, i tre esseri speciali erano presenti. Lo testimoniava l’abbigliamento, ma anche le voci e i gesti. Nascosto da buffi occhialini con una montatura di metallo, il più giovane dei tre uomini lo sbirciava di tanto in tanto con un sorriso dolce. Sembrava invitarlo a inserirsi nella conversazione, a dire la sua con serenità. Accanto a lui un tipo dal fisico colossale vestito di verde mimetico faceva a pezzi ad ogni frase l’aria e le orecchie di chi lo ascoltava. Sembrava sfidare chiunque, non escluso se stesso, a contraddirlo, proponendo un’opinione che non fosse soltanto un’eco in tono minore della sua. Il più stralunato dei tre guardava alternativamente le sue scarpe e un punto indefinito perso nelle pianure. A tratti sembrava ascoltare i discorsi degli altri, ma gli occhi, sul più bello, tradivano lampi di luce e bagliori crepuscolari, ugualmente alieni.

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Nella notte cosmica di Roberta Durante. Recensione

nella notte cosmica durante

Roberta Durante, Nella notte cosmica, Luca Sossella Editore, 2016, pp. 88, € 10,00

È un viaggio quello che Roberta Durante compie nella sua ultima raccolta edita da Luca Sossella, una fuga dell’io poetico, disunito e alla ricerca di omogeneità, Nella notte cosmica appunto. Ci sono un tempo e una modalità d’azione: la notte, con le sue implicazioni oniriche − che qui diventano anche un punto di vista durante la lettura; l’io sta infatti in bilico fra il sogno, la veglia e l’insonnia nel tentativo di compiere quel distacco dal corpo, di cui ha paura ma che si rende necessario per sfidare la gravità, per intraprendere una rotta inedita e impensata. Si procede a incastri, a balzi, nel movimento; le parole creano un puzzle armonico di segni, anche nuovi (e da scoprire nella lettura), o che si rinnovano con la creatività linguistica del poeta. In particolare il ritmo un po’ fiabesco (si può reiterare anche l’aggettivo onirico) si mantiene in tutta la raccolta scandendo i tempi, in quello che Durante crea: un gioco con una trama, che si compone di testo in testo. Poi ci sono le immagini, ad esempio quella in questa poesia, non la più significativa ma, posta a p. 4, di certo la prima pregnante:

era la prima volta
che mi sentivo proprio nello spazio
aprivo e richiudevo le mie braccia
le gambe lisce come tazze
si aprivano nell’aria senza traccia di cammino:
facevo la Vitruvio distante anni luce
dalla mia gravità

Essere “vitruviani” è sì un’evidente metafora del tempo passato ma anche l’ammissione di una responsabilità, di uno “stare”, forse un’estensione della capacità del linguaggio di danzare in quell'(in)certa sospensione tra l’io e il mondo, tra l’io e l’universo. Tutte le costruzioni più belle, quelle che spostano il verso − inteso come “direzione del senso” − procedono secondo la longitudine, una dopo l’altra; eppure, nel significato, la poesia mantiene i propri slanci verso metafore più larghe, con mancanza di direzioni chiare, procedendo soltanto nell’andare altrove, nello spazio cosmico. E cosa sia, cosa rappresenti lo comprendiamo in itinere.
Non sarà troppo azzardato, dati i temi, citare il richiamo a Jules Verne; ma non c’è traccia di “fantascienza” in questa poesia: c’è una realtà che si costruisce nel farsi; c’è una realtà poetica che si fa nel viaggio, nel passaggio tra sogno e divisione dell’io durante l’avventura della fuga. L’autrice cerca di riportare tutto all’interno di una stessa ‘visione’, alla ricerca di un ordine; il viaggio non avviene solo nel linguaggio ma si ha l’impressione che l’universo contenuto nell’etimologia di “cosmo” sia il pretesto per mettere “ordine” (“kósmos”) nella parole, riordinare gli eventi del sogno, i pezzi del corpo sparsi − forse sì qui decostruiti − nel movimento, i motivi, tutti gli ordini di cui un testo si compone. E quindi possiamo forse intuire che, quello di Durante qui, è anche un percorso o, per meglio dire, un “nostos” poetico.

© Alessandra Trevisan