Giorno: 25 maggio 2016

Anna Maria Carpi, Poesia per sconfiggere la morte

Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

Anna Maria Carpi, foto di Anna Toscano

Anna Maria Carpi, Poesia per sconfiggere la morte

di Anna Toscano

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La poetica di Anna Maria Carpi è da ascriversi in quella linea che Debenedetti chiamava, nel suo studio sulla poesia del Novecento, della semplicità; ovvero la leggibilità come pratica comunicativa contro l’illeggibilità e l’incomprensibilità del discorso. Il linguaggio poetico di Carpi è apparentemente semplice, quasi umile nel suo uso comune: è una lingua che evita l’oscurità per assestarsi in una zona dove la poesia non è comunicazione ma non la esclude. In Compagni corpi (2004), in E tu fra i due chi sei (2007), poi in L’asso della neve (2011) e infine in Quando avrò tempo (2013) le poesie di Carpi sono in forma di monologo, a volte dialogo e spesso di racconto. Tre forme di espressione attraverso cui Carpi cerca di autodefinirsi, di darsi un dove, un quando e un perché, in una ricerca dove la domanda non è mai assente. Si notano, infatti, punti interrogativi che costellano le quattro raccolte: non sono domande di incertezza bensì una richiesta di conforto all’altro nel gioco interlocutorio poetico che è il dialogo. Nell’ultima raccolta le formule interlocutorie si fanno più rade ma al contempo più urgenti: l’urgenza della domanda è l’urgenza di venire compresi e comprendere, infatti si trovano domande a Dio e invocazioni al Magnificat di Bach.
I cari temi di Anna Maria sono i misteri grandi e piccoli della vita quotidiana, in un continuo tentativo di raccordo con la realtà. I luoghi sono interni, casa – o sotto casa, sul marciapiede – treno o metropolitana, dai quali si scorgono paesaggi esterni con aspetti nordici – eredi delle sue origini irlandesi e della tradizione tedesca di cui è studiosa e traduttrice – o esterni ampi e senza confini. I suoi dove sono postazione da cui poter osservare gli altri nel tentativo di scorgere un senso, una condivisione delle umane prassi. Il tempo in queste raccolte è intrinsecamente legato al tempo della forma narrativa, in quanto non vi è spazio per le usuali sospensioni poetiche: qui il tempo scorre e non si ferma, in un continuum narrativo che è esplorazione. La presenza dei libri nelle sillogi è costante, quasi una invocazione o un rifugio, “quale posto più sicuro di una biblioteca” difatti scrive. Ma anche il patema per alcuni altri, per la sorte di quell’umanità bella e indifesa come l’orso polare, ne L’asso della neve, o nell’ultima raccolta per gli sciagurati migranti o gli sventurati venditori di rose testimoni di una “pietà astratta”. Vi è l’immagine della neve che ricorre di raccolta in raccolta con il suo manto che ovatta ma anche mette in risalto le umane passioni e a volte le umane viltà: l’asso ormai inutile scartato nella neve, il passato che “splende come un campo di neve”.
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Una frase lunga un libro #59: Mauro Germani, Voce interrotta

foto dal blog di Mauro Germani

foto dal blog di Mauro Germani

Una frase lunga un libro #59: Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016, € 13,00

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La vita resta e finisce
anche così,
in questa scrittura
che si cancella,
in questa voce
di qualcuno
che non c’è

 

Per prima cosa ho pensato al silenzio. Quello che si ottiene via via, escludendo prima i rumori, poi il superfluo. Il silenzio dentro il quale si può cominciare ad ascoltare davvero. A me pare sia questo lo spazio della poesia, una finestra sulla quale affacciarsi e capire ciò che esiste prima –  e poi – oltre le parole. Ecco perché contano il silenzio e la sottrazione. È importante il nascondimento, una sorta di occultamento di verità, per poterla successivamente meglio mostrare. Voce interrotta, il nuovo libro di Mauro Germani è un racconto dalle rovine del mondo, ma non è un racconto da “tutto è perduto”, perché è poetico. Germani rende bella la nostalgia e più sopportabile il dolore di questo tempo. Se quello che è importante (o che è stato importante) esiste solo come memoria, vive nei ricordi, cosa rimane oggi? La strada su cui camminiamo è ancora un sentiero o già non lo è più? Ecco perché la voce si abbassa, perché la scrittura si cancella ma non scompare, cerca solo una nuova forza, un nuovo punto di osservazione, più consapevole di ciò che si è perduto, ma mai rassegnato.

Il tuo sguardo e quella
foto, quella casa
a un attimo dal mondo.

Io ti abbraccio
come posso
e non so più la mia
povertà, il mio
regno di nulla.

Ti parlo e ti sogno.

Così.

Questa poesia è compresa nella prima sezione Dissolvenze, ed è in questa parte del libro che Germani compie la sua testimonianza davanti a tutto quello che non c’è. Immaginiamoci dinanzi a quello che è stato e che mai più sarà. Immaginiamoci mentre scuotiamo la testa, spostiamo una foto, pensiamo a un oggetto, cerchiamo conforto e sicurezza dove nulla può più essere se non visto come da uno specchietto retrovisore, solo che non siamo noi a lasciarci le cose alle spalle, sono loro a lasciare noi, come in una nebulosa, un manto di polvere; Germani con acume, pazienza e la giusta malinconia quella polvere la toglie e scrivendo ce la scrolla di dosso. A quel punto, nel silenzio di cui scrivevo più sopra, possiamo ricominciare a vedere e a muoverci, anche in mezzo a quello che non ci piace e che ci addolora, come i nostri giorni angosciati. I pensieri a volte stanchi, altre tumultuosi, rimbombano e rimbalzano in mezzo alle parole, sono forti come uno schiaffo, come un vento che arriva dal mare, sono pieni di dubbi, sono ragionamenti lungo l’argine dell’irragionevolezza. Mauro Germani, però, fa tutto questo non dimenticando mai l’importanza del suono, qui ogni parola suona, ogni suono ha più di un significato. Leggendo una, due, tre volte queste poesie, si sente proprio una musica, un suono che sfuma pian piano mentre il poeta ci tiene per mano. Le poesie di Germani, ancora una volta, accadeva anche nei libri precedenti, ci costringono a molte domande, a frugare dentro di noi, come quando si cerca un documento importante in un archivio immenso con una luce fioca, eppure si deve cercare.

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