Giorno: 24 Mag 2016

Altri dischi #5: Jim Morrison & The Doors, An American Prayer

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Jim Morrison & The Doors
An American Prayer
Elektra, 1978

 

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di Ciro Bertini

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La si potrebbe considerare una banale operazione commerciale. A sette anni dalla morte di Jim Morrison, i Doors si ritrovano in studio per dare una veste musicale ad un consistente corpus di poesie, recitazioni e dialoghi composti e registrati dal Re Lucertola e rimasti negli archivi della Elektra. Il background è questo. Non la voglia di cimentarsi con un nuovo album di inediti che “aggiorni” il sound della band di Los Angeles all’alba degli anni ottanta, quindi, ma un tentativo di resuscitare Jim, la leggenda, ponendolo ancora una volta davanti al microfono e facendogli recitare le sue storie di morte e rinascita, le sue visioni di trascendenza e catarsi, i suoi dialoghi scabrosi e onirici. Ci avevano già provato, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore, a proseguire senza di lui, registrando in fretta e furia un primo album ad appena pochi mesi dalla sua scomparsa. Un modesto tentativo di dire: ci siamo ancora, quel “Other Voices”, e mai un titolo sarebbe potuto essere più appropriato nel ribadire l’assenza di Morrison, tanto nella scrittura dei testi quanto nell’interpretazione degli stessi. Forse sarebbe stato più corretto cambiare nome, seppellendo per sempre The Doors accanto alla tomba che aveva appena accolto le spoglie di chi quel nome l’aveva inventato, ma al di là delle spietate leggi del mercato che impongono di far correre la bestia finché ha ancora un po’ di fiato in gola, una simile, coraggiosa scelta avrebbe dato ragione a quanti, allora come oggi, ritenevano che Jim Morrison fosse i Doors e che i Doors fossero Jim Morrison. Non è ovviamente questo lo spazio adatto a intavolare una discussione circa i meriti individuali dei quattro componenti della band, se fosse Jim a trascinare gli altri con la sua personalità strabordante, o se fossero piuttosto Robby, Ray e John i veri geni musicali, senza i quali Morrison sarebbe stato soltanto uno sconosciuto autore di poesie che pochi o nessuno avrebbe letto. Sia chiaro che chi scrive nutre per il quartetto californiano un’ammirazione assoluta e ritiene che The Doors sia una pietra miliare della storia del rock.

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La botte piccola #6: E.M. Forster, “La storia di un panico”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il sesto appuntamento è con il racconto La storia di un panico di Edward Morgan Forster. Buona lettura.

Foto di Giulia Amato

Foto di Giulia Amato

Edward Morgan Forster è notoriamente l’autore di Camera con vista e Casa Howard, capolavori della letteratura inglese di inizio ‘900 che hanno per tema la necessità di sveltire le rigide convenzioni dei rapporti umani, le relazioni tra i sessi e tra gli strati sociali; è autore di Passaggio in India, dove a essere messi in scena sono l’incontro tra i due estremi della spina dorsale britannica, i danni del colonialismo come quelli della sfegatata esterofilia. Ma è anche autore, per chi scavi più a fondo, di distopie (La macchina si ferma, 1909) e racconti fantastici (la raccolta L’omnibus celeste, 1911) che nella letteratura di genere si inseriscono a gamba tesa nel dibattito tra un nuovo realismo scientifico e impegnato à la Wells e un diverso tipo di impegno tutto onirico, inquieto e narrativo, che ha come modelli l’amato Hawthorne e come compagni di viaggio, di lì a poco, l’oscuro Conrad e gli scrittori del modernismo americano e inglese.
Il racconto che apre la raccolta L’omnibus celeste (qui nell’edizione Feltrinelli 1980, traduzione di Gabriella Fiori Andreini) ha il titolo di Storia di un panico e prova a mettere in scena l’irruzione del dionisiaco all’interno di un gruppo umano borghese in vacanza nella cittadina di Ravello. (altro…)