Giorno: 19 Mag 2016

Su Trilogia della pianura di Kent Haruf

cover-3Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

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Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf. [continua  a leggere QUI]

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Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta. [continua a leggere QUI]

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Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori. [continua a leggere QUI]

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© Gianni Montieri

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #7

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio sei- Tempo di realizzazione]

Beauty is in the eye of the beholder. Yet there are those who open many eyes. Eyes are the mirror of the soul, someone has said. So we look closely at the eyes to see the nature of the soul. Sometimes when we see the eyes, those horrible times when we see the eyes, eyes that…that have no soul. Then we know a darkness, then we wonder. Where is the beauty? There is none if the eyes are soulless. 

La bellezza è negli occhi di chi guarda. Eppure ci sono quelli che aprono molti occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, come ha detto qualcuno. Così noi guardiamo gli occhi da vicino per vedere la natura dell’anima. A volte quando vediamo gli occhi, quei terribili momenti in cui vediamo gli occhi, occhi che… non hanno anima, allora conosciamo l’oscurità, allora ci interroghiamo. Dov’è la bellezza? Non c’è, se gli occhi sono senz’anima. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Tra i testimoni c’è un uccello, una Gracula religiosa appartenente a Jacques Renault, che fa il croupier al One Eyed Jack, casinò-casino subito dopo il confine canadese. L’uccello si chiama Waldo ed è in grado di riprodurre le voci. Non conta dunque ciò che ha visto quella sera nella casa nel bosco, ma ciò che ha sentito. In una storia in cui nulla è come appare, lo sguardo risulta continuamente umiliato. Lo stesso One Eyed Jack, “Jack con un occhio solo”, è la raffigurazione icastica di questa umiliazione, una carta da gioco ferita. Cooper e lo sceriffo andranno a indagare sotto copertura proprio lì. La perfetta somiglianza di Maddy Ferguson con sua cugina Laura Palmer ingannerà invece il Dottor Jacoby. Ma il problema non sono i modi, innumerevoli a Twin Peaks, in cui lo sguardo viene ingannato. La vera vertigine nasce da vicino, quando troviamo no soul dietro gli occhi dell’altro. Questa oscurità può avere facili nomi, come crudeltà o pazzia. Soprattutto però è la fine di ogni speranza, dell’illusione che dietro travestimenti, doppiezze, scambi, inganni e malefici potesse comunque e nonostante tutto nascondersi ancora uno scampolo di bellezza. E se non la troviamo negli altri, può davvero esistere in noi? Twin Peaks parla anche di questo, dell’assenza di significato che dagli occhi degli altri passa ai nostri: per questo gli occhi possono fare paura.

@ Andrea Accardi

Riletti per voi #11: Ennio Flaiano, Tempo di uccidere

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Riletti per voi #11 Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Longanesi, 1947 (ultima edizione BUR, 2008; € 10,50)

di Francesca Piovesan

Ero meravigliato di essere vivo, ma stanco di aspettare soccorsi. Stanco soprattutto degli alberi che crescevano lungo il burrone, dovunque ci fosse un posto per un seme che capitasse a finirvi i suoi giorni. Il caldo, quell’atmosfera morbida, che nemmeno la brezza del mattino riusciva a temperare, dava alle piante l’aspetto di animali impagliati.

Inizia così Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, Premio Strega del 1947.
Ho iniziato questo tour fra i vari premi letterari mondiali, per scoprire letture che sicuramente non riuscirei ad affrontare nella mia routine di lettrice.
L’incontro con Flaiano è stato fondamentale. Mi ha riportato a un potere immaginifico che avevo un po’ perso nell’ultimo periodo. Le descrizioni che l’autore affronta in queste pagine non possono che ricondurmi all’Africa che ho sempre idealizzato: un paese senza tempo, avvolto in una foschia calda che confonde i contorni netti con le ombre.
Un continente dalla natura indomita che preserva degli animi umani puri, incorrotti. Voi mi direte che oggi la realtà è ben diversa, ma io ho bisogno di immaginare questo, di trovare quelle piccole grandi virtù che nel nostro progresso scarseggiano.
Flaiano al centro del suo romanzo mette proprio questo: l’Africa, e il suo essere oltre il tempo. L’incontro con il “conquistatore bianco”, in questo caso il soldato italiano del periodo coloniale, genera diffidenza, sospetto, ma anche curiosità, sentimento di rivincita.
Tempo di uccidere è la storia di un tenente che, a causa di un mal di denti, ottiene una licenza speciale di tre giorni per raggiungere un dentista in un centro urbanizzato. Un camion rovesciato e una scorciatoia segnata da carcasse di muli lo porteranno all’incontro con Mariam, giovane etiope che si presenta nuda in una pozza d’acqua.

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Mi accorsi che era bella, anzi mi parve troppo bella, o forse la solitudine mi imponeva questo giudizio senza scelta. No, era davvero una di quelle bellezze che si accettano con timore e riportano a tempi lontani, non del tutto sommersi nella memoria.

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