Le “parole-sangue” di Babsi Jones (di Pierluigi Boccanfuso)

Babsi Jones, Sappiano le mie parole di sangue, Rizzoli, 2014

Babsi Jones, Sappiano le mie parole di sangue (Rizzoli)Citando Burroughs: «Tutti i miei libri sono un libro solo, un unico libro continuo. Ogni parola che scrivo è autobiografica, ogni parola che scrivo è finzione.»
E non a caso citiamo il grande scrittore statunitense, uno dei capisaldi del pensiero dell’autrice Babsi Jones.
E se c’è un’autrice del radicale esperimento dell’autofinzione – questa nebulosa letteraria della contemporaneità dai confini incerti – che merita di occupare un posto di rilievo, in questa letteratura dell’estremo, questa è proprio lei.

Che cosa scrivo, finzione o realtà, fiction o fact? Io non lo so. Io non so i nomi dei responsabili, e non li so perché non sono un’intellettuale…

Quali sono questi responsabili ai quali si riferisce? Partiamo dal presupposto che non si può avere un’idea chiara di questa grande autrice se non si fa scorrere, anche in maniera non consapevole, il suo profilo parallelamente al suo capolavoro Sappiano le mie parole di sangue (Rizzoli, 2007), il “quasiromanzo”, supplemento di esperienza in una guerra non sua, il grande mattatoio della ex Jugoslavia. Narrata vestendo i panni della reporter di guerra su di un taccuino, dalla parte scomoda dei massacri subiti (e non perpetrati) a Mitrovica da quei serbi che, nell’immaginario collettivo degli anni novanta, avevano recitato senza concorrenti la parte del lupo, nel conflitto più cruento e forse falsificato della storia contemporanea. La loro parte è la sua.
Babsi Jones è una dark lady mutevole, camaleontica per necessità di sopravvivenza, magnetica, seduttiva e urticante. È l’anti-convenzionalità per eccellenza, fatta parola scritta. È evidente il suo ribaltamento del reale, contro la miopia europea, contro il pacifismo trademark, contro se stessa, soprattutto. La sua scrittura è scavo, è dubbio, è deflagrazione, destabilizzazione – o non è. E questo si avverte. Mostra un’urgenza quasi crudele, metastatica. Una lingua che non ha pari nel panorama italiano contemporaneo. Uno stile tragico e cinico, ma anche tenero, profondissimo, fuori dai protocolli.
È quasi scrittura o non scrittura, eretica, apocrifissima perché tace i vinti, e soprattutto chi sta dalla loro parte; è la vera cronista, allergica alle morali comuni, dalla schiettezza scandalosa per i molti benpensanti che ancora resistono, attaccati alla sicurezza delle loro ipocrisie; dà vita e carica alla sua verità. Ed è, difatti, la sua verità, così come nel libro è la sua guerra. Ci mette sempre la faccia, anche bella tosta (qualità quanto mai invidiata di questi tempi)! Dica o meno la verità non ha importanza: l’importante è che dica Io.
L’autrice stessa sostiene che ci sono molte menzogne, ma sono menzogne che conducono a verità; ci sono molte verità, ma i media mainstream diranno che si tratta di menzogne.
E riagganciandoci al punto di partenza, recitiamo una regola aurea dell’autofinzione: io so, io ho visto, io ricordo, io c’ero e ne rispondo. Fosse anche tutto falso, è il mio falso, l’inferno che ho vissuto appieno, che vado sottoponendovi, e in quanto mio è comunque autentico. Quell’Io non lo so iniziale la colloca immediatamente al di là del dilemma tra realtà e finzione, in un limbo in cui le parole brancolano senza speranza alcuna di poter accedere a una qualche forma di pienezza. È di questo e solo di questo che può scrivere, tagliando via spietatamente la spensierata malafede ontologica con cui tanti odierni scrittori di autofinzione credono di fondere realtà e finzione senza pagar dazio. Non si fondono. Così come si sommano ma non si mescolano, si richiamano ma non si significano a vicenda il sangue mestruale dell’autrice e il sangue di una vittima dell’eccidio di Mitrovica:

Sono distesa su questo pavimento freddo, avverto la massa di un corpo morto fuori dai muri, in strada. Hanno ucciso qualcuno anche stanotte. Ho udito i colpi.
Non fa rumore, il sangue che cola e scola tra le mie gambe. Non ho uno straccio per tamponare il mio né il suo.

Tra il corpo vivo e il corpo morto si erge un muro impossibile da attraversare. Il fatto, il trauma, la cosa reale è avvenuta altrove: fuori, non qui. Una perdita mestruale in situazioni scomode non è nemmeno un simbolo. Se lo pretendesse, sarebbe quanto di peggio: un feticcio, un surrogato. L’autrice lo sa. Anche per questo, forse, dopo la pubblicazione del libro ha fatto perdere le sue tracce, cancellandosi dalla scena pubblica con una radicalità di cui è difficile trovare esempi.

© Pierluigi Boccanfuso

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