Giorno: 14 maggio 2016

proSabato: Natalia Ginzburg, I rapporti umani

Natalia-Ginzburg

I rapporti umani

L’infanzia

Al centro della nostra vita sta il problema dei nostri rapporti umani: appena ne diventiamo consapevoli, cioè appena ci si presenta come un chiaro problema, e non più come confusa sofferenza, prendiamo a ricercarne le tracce e a ricostruirne la storia lungo tutta la nostra vita.
Nell’infanzia, abbiamo soprattutto gli occhi fissi al mondo degli adulti, buio e misterioso per noi. Esso ci sembra assurdo, perché non capiamo nulla delle parole che gli adulti si scambiano fra loro, né il senso delle loro decisioni e azioni, né le cause dei loro mutamenti d’umore, delle loro collere improvvise. Le parole che si scambiano gli adulti fra loro non le capiamo e non ci interessano, anzi ci annoiano infinitamente. Ci interessano invece le loro decisioni che possono spostare il corso delle nostre giornate, i malumori che offuscano i pranzi e le cene, lo sbattere improvviso di porte e lo scoppio di voci nella notte. Abbiamo capito che in un momento qualunque, da un tranquillo scambio di parole può scatenarsi una tempesta improvvisa, con rumori di porte sbattute e di oggetti scagliati. Noi vigiliamo inquieti ogni minima incrinatura violenta nelle voci che parlano. Succede che siamo soli e assorti in un gioco, e d’improvviso s’alzano nella casa quelle voci di collera: seguitiamo meccanicamente a giocare, a conficcare sassi ed erbe in un mucchietto di terra per fare una collina: ma intanto non ce ne importa più niente di quella collina, sentiamo che non potremo essere felici finché la pace non sarà tornata in casa; le porte sbattono e noi sussultiamo; parole rabbiose volano da una stanza all’altra, parole incomprensibili per noi, non cerchiamo di capirle né di scoprire le ragioni oscure che le hanno dettate, confusamente pensiamo che dovrà trattarsi di ragioni orribili: tutto l’assurdo mistero degli adulti pesa su di noi. Tante volte complica i nostri rapporti col mondo dei nostri simili, i bambini: tante volte abbiamo, con noi un amico venuto a giocare, facciamo con lui una collina, e una porta sbattuta ci dice che è finita la pace; ardendo di vergogna, fingiamo d’interessarci moltissimo alla collina, ci sforziamo di distrarre l’attenzione del nostro amico da quelle voci selvagge che risuonano per la casa: con le mani diventate a un tratto molli e stanche, conficchiamo accuratamente dei legnetti nel mucchio di terra. Siamo assolutamente certi che in casa del nostro amico non si litiga mai, non si gridano mai selvagge parole; in casa del nostro amico tutti sono educati e sereni, litigare è una particolare vergogna di casa nostra: poi un giorno scopriremo con grande sollievo che si litiga anche in casa del nostro amico allo stesso modo come da noi, si litiga forse in tutte le case della terra.

L’adolescenza

Siamo entrati nell’adolescenza quando le parole che si scambiano gli adulti fra loro ci diventano intelligibili; intelligibili ma senza importanza per noi, perché ci è diventato indifferente che in casa nostra regni o no la pace. Ora possiamo seguire la trama delle liti domestiche, prevederne il corso e la durata: e non ne siamo più spaventati, le porte sbattono e non sussultiamo; la casa non è più per noi quello che era prima: non è più il punto da cui guardiamo tutto il resto dell’universo, è un luogo dove per caso mangiamo e abitiamo: mangiamo in fretta prestando un orecchio distratto alle parole degli adulti, parole che ci sono intelligibili ma che ci sembrano inutili; mangiamo e scappiamo nella nostra stanza di corsa per non sentire tutte quelle parole inutili: e possiamo essere molto felici anche se gli adulti intorno a noi litigano e si tengono il muso per giorni e giorni. Tutto quello che ci importa non succede più fra le pareti di casa nostra, ma fuori, per la strada e a scuola: sentiamo che non possiamo essere felici se a scuola gli altri ragazzi ci hanno un po’ disprezzato. (altro…)

proSabato: Alberto Moravia, Pioggia di maggio

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Pioggia di maggio

Uno di questi giorni tornerò a Monte Mario, all’Osteria dei Cacciatori, ma ci andrò con gli amici, quelli della domenica, che suonano la fisarmonica e, in mancanza di ragazze, ballano tra di loro. Solo, non ne avrò mai il coraggio. Di notte, talvolta, mi sogno le tavole dell’osteria, con la pioggia calda di maggio che ci batte sopra, e gli alberi aggrondati che gocciolano sulle tavole, e tra gli alberi, in fondo, le nuvole bianche che passano e, sotto le nuvole, il panorama delle case di Roma. E mi pare di udire la voce dell’oste, Antonio Tocchi, come la udii quella mattina, che chiama dalla cantina, furiosa: “Dirce, Dirce”: e mi pare di rivedere lei che mi lancia lo sguardo d’intesa, prima di avviarsi giù in cantina, con quel suo passo duro che risuona sugli scalini. Ci ero capitato per caso, venendo dal paese; e quando mi offrirono di fare il cameriere alla pari, senza pagarmi, pensai: “Soldi non ne avrò, ma almeno starò in famiglia.” Sì, altro che famiglia, invece della famiglia trovai l’inferno. L’oste era grasso e tondo come una palla di burro, ma di una grassezza cattiva, acida. Aveva una faccia larga, grigia, con tante grinze sottili che gli giravano tutt’intorno il viso per il verso della grassezza e due occhietti piccoli, puntuti, simili a quelli dei serpi: sempre in farsetto e maniche di camicia, con un berrettino a visiera, grigio, calcato sugli occhi. La figlia Dirce, quanto a carattere, non era meglio del padre, anche lei dura, cattiva, aspra; ma bella: di quelle donne piccole e muscolose, ben fatte, che camminano battendo l’anca e il piede, come a dire: “Questa terra è mia.” Aveva una faccia larga, con gli occhi neri e i capelli neri, pallida che sembrava una morta. Soltanto la madre, in quella casa, forse era buona: una donna che aveva sì e no quarant’anni e ne mostrava sessanta, magra, con un naso da vecchia e capelli penzolanti da vecchia; ma forse era soltanto scema, almeno c’era da pensarlo vedendola ritta davanti ai fornelli con tutta la faccia tirata in un suo riso muto; se si voltava, si vedeva che aveva un dente o due e basta. L’osteria si affacciava sulla strada con una insegna ad arco, colore sangue di bue, con la scritta: “Osteria dei Cacciatori, proprietario Antonio Tocchi”, a lettere gialle. Poi, per un viale, si arrivava alle tavole, sotto gli alberi, davanti al panorama di Roma. La casa era rustica, tutto muro e quasi senza finestre, col tetto di tegole. D’estate era il tempo migliore; veniva su gente dalla mattina fino a mezzanotte: famiglie coi bambini, coppie di innamorati, gruppi di uomini, e sedevano ai tavoli e bevevano il vino e mangiavano la cucina di Tocchi guardando il panorama. Non avevamo il tempo di rifiatare: noi due uomini sempre a servire, le due donne sempre a cucinare e a risciacquare; e la sera eravamo stracchi e ce ne andavamo a letto senza neppure guardarci. Ma l’inverno oppure anche alla buona stagione, se pioveva, incominciavano i guai. Il padre e la figlia si odiavano, ma odiare è poco dire, si sarebbero ammazzati. Il padre era autoritario, avaro, stupido, e per ogni nonnulla allungava le mani; la figlia era dura come un sasso, chiusa, sempre lei ad avere l’ultima parola, proterva. Si odiavano, forse, soprattutto perché erano dello stesso sangue e, si sa, non c’è nulla come il sangue per odiarsi; ma si odiavano anche per questioni d’interesse. La figlia era ambiziosa: diceva che loro con quel panorama di Roma avevano un capitale da sfruttare e invece lo lasciavano ai cani. Diceva che il padre avrebbe dovuto costruirci una pedana di cemento per il ballo, e affittare un’orchestra e appendervi palloncini veneziani, e trasformare la casa in ristorante moderno e chiamarlo Ristorante Panorama. Ma il padre non si fidava un po’ perché era avaro e nemico delle novità; un po’ perché era la figlia che glielo proponeva, e lui si sarebbe fatto scannare piuttosto che darla vinta alla figlia. Gli scontri tra il padre e la figlia avvenivano sempre a tavola: lei attaccava, con cattiveria, offendendo, su qualche cosa di personale, mettiamo sul fatto che il padre mangiando faceva un rutto; lui rispondeva a parolacce e bestemmie; la figlia insisteva; il padre le dava un ceffone. Bisogna dire che doveva provarci gusto a schiaffeggiarla, perché faceva una certa faccia acchiappandosi coi denti il labbro di sotto e strizzando gli occhi. Ma alla figlia quello schiaffo era come l’acqua fresca su un fiore: rinverdiva d’odio di cattiveria. Allora il padre l’acciuffava per i capelli e menava giù botte. Cascavano piatti e bicchieri, la madre ne toccava anche lei, mettendosi in mezzo, ma da scema, con quel riso eterno sulla bocca sdentata; e io, il cuore gonfio di veleno, uscivo e me ne andavo a spasso sullo stradone che porta alla Camilluccia. (altro…)