Giorno: 12 Mag 2016

Racconti matti (Verso il Festival) #6: Heman Zed, Autoscopia

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il sesto racconto è di Heman Zed e si intitola Autoscopia

*

AUTOSCOPIA

 

Picchia. Forte. Picchia in testa dentro e fuori. Botte sul finestrino, incessanti, ritmate, ossessive. Un colpo più forte mi aiuta ad aprire gli occhi. Picchia in testa dentro e fuori. Sbatte il viso sul finestrino: chi? Piazzola di sosta della superstrada. Ok, pioggia, molta pioggia, addormentato. Il Disco Dinner Club, molto tardi, forse ho esagerato. Picchia in testa dentro e fuori. Sì, ma cazzo, mi esplodono i cervelli. Io ho due cervelli: uno davanti e uno dietro, o forse uno a destra e uno a sinistra, o uno sopra e uno sotto. Smetti ti prego, smetti di sbattere quella testa! Non lo sopporto più! Il naso cristodio! È rotto, sanguina e le lacrime che scendono o forse è solo pioggia e sbatte e sbatte ancora e grida. Perché? Che senso ha? La mia faccia insanguinata e lacrimante è al di là del finestrino? Picchia in testa forte, dentro e fuori. Forse chiudo gli occhi e passa, forse chiudo gli occhi e non li apro più. Forse chiudo gli occhi e vedo comunque. Forse chiudo gli occhi e smetto di picchiare, di sanguinare, di urlare. Forse chiudo gli occhi e appoggio la testa così, piano, con delicatezza, le mani che massaggiano le tempie, qui. Nella superstrada, con la pioggia il sangue e le lacrime e tutto che picchia forte in testa dentro e fuori, ma picchia già un po’ meno forte. Un passo indietro.

– Sei solo? – dice.
– Sì, – rispondo.
– Ti diverti? – dice.
– No, – rispondo.
– Ma qui al DDC tutti si divertono! Ci divertiamo tutti! Siamo tutti amici! – dice.
– A me sembriamo tutti a cazzi nostri e incomunicanti, – rispondo.
– Cosa? – dice.
– E c’è pure un volume assurdo! – dico.
– Scusa ma non sento! C’è un volume assurdo! – dice.

Continua a guardarmi e a porgermi la mano per invitarmi a ballare o a offrirle da bere o a sa dio cosa. Manco più padrone di potermi rompere i coglioni in pace. La signorina intrattenitrice pierre ha deciso che anch’io, come tutti, devo divertirmi e di tutti essere amico. Che poi non fa una bella immagine uno seduto che osserva la massa euforica e incomunicante. Se la massa si accorge di lui, smette di essere euforica e le viene la depressione e no, non fa una bella immagine. Questo più o meno è il discorso della signorina intrattenitrice pierre che, detto tra noi, mi sembra pure un po’ strafatta di coca. Due passi indietro.
Sono arrivato in Italia da San Paolo del Brasile che avevo cinque anni. Ho un solo ricordo: è una vecchia canzone di Alberto Camerini che mio fratello maggiore ascoltava in continuazione. Sono nato nel sole di un paese grande che libero forse non è stato mai. Mi sembra ancora di sentirla: mio fratello mi ha fatto andare in disgrazia Camerini e l’intera musica. Ascolto solo la radio e pure distrattamente. Riconosco le voci o le melodie ma non saprei dire con esattezza chi, quale, cosa. Forse per questo non mi stavo divertendo al DDC. Due passi avanti.
Assurdo stare in un posto con masse di gente in cui non c’è spazio per la parola, il verbo, la comunicazione, l’interazione, il feedback, o come lo si vuole chiamare. L’unica persona che mi ha rivolto la parola è stata la signorina intrattenitrice pierre, impaurita che abbassassi l’euforia generale. Un passo indietro.

– Se vuoi ti faccio un pompino…
– A che scopo?
– Magari ti viene il buonumore…
– Potrebbe essere una soluzione… la mia ragazza non sarebbe molto felice però.
– Beh, sì, neanche il mio boy immagino…
– Cazzo di discorso.
– Come? Parla più forte!
– Ho detto cazzo di discorso! Cos’è? Se scoppia una bomba nel locale spompini tutti quanti per contenere il panico e il tuo boy aspetta il turno?
– Era solo un’idea… così ti rilassi e ti diverti.
– Chi ti dice che non mi stia già divertendo? – un altro passo indietro.
– …Ma hanno tutti un compagno di banco. La scuola è più divertente col compagno vicino.
– Sì signora maestra lo so, ma io credo di divertirmi di più in banco da solo.
– Ehhh, questa timidezza…
– Cos’è la timidezza signora maestra?
– È quella cosa che ti fa avere paura di parlare con gli altri. Ma prima o poi passa vedrai.
– Ma io non ho paura di parlare con gli altri signora. Solo che tante volte non ne ho voglia. Preferisco guardare e ascoltare. Io mi diverto così. – due passi avanti.

Manco ce l’ho la ragazza. Probabile che nemmeno la signorina intrattenitrice pierre avesse ‘il boy’. Forse. Un passo indietro.

– Perché sei entrato se sapevi di annoiarti?
– Mica ero sicuro di annoiarmi. Diciamo cinquanta e cinquanta. Sto cercando delle risposte.
– A cosa?
– Al fatto che non ci sto più dentro.
– Dove?
– In generale.
– E l’hai trovata? La risposta dico.
– Più o meno.
– Prendi queste allora. Poi le anneghi con un paio di vodke e troverai le risposte. E allora te lo faccio un pompino o no? Mica posso stare nei bagni tutta la serata!
– Non credo il pompino sia una risposta. Usciamo pure.
– Come vuoi. Buon divertimento allora! Vedrai che la serata ti cambierà subito! Ti aspetto in pista!
– Cosa?
– Dico che ti aspetto in pista! A ballare! E se due sono poche cerca il Tonno!
– Cerca chi?
– Il Tonno! È il tipo che ha lo sballo! – due passi avanti.

In Italia secondo l’istat le discoteche sono frequentate dal 25% delle persone in cerca di momenti di svago. Per il 7% però, sono luoghi che inducono alla depressione più degli ospedali (5%), sale d’attesa (3%) e cimiteri (2%). Possibile? Due passi indietro.
Si respira a pieni polmoni la-mor-te-del-la-dia-let-ti-ca. Un passo avanti. (altro…)

Racconti Matti (Verso il Festival) #5: Anna Toscano, La prima volta

la prima volta - foto di Anna Toscano

la prima volta – foto di Anna Toscano

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il quinto racconto è di Anna Toscano e si intitola La prima volta.

*

 

La prima volta

“Scusi, non ho capito bene”.
“Dal suo racconto, durante i nostri incontri, e alla luce dei fatti è emersa una patologia compulsiva. D’ora in poi, nel futuro dei nostri colloqui, dovremmo cercare di andare all’origine del suo malessere. Lavoreremo su questo. E per far ciò lei deve cercare di ricordare quando. Quando è stata la prima volta”.
“La prima volta?”.
“Sì, la prima volta. Solo così possiamo andare a cercare le radici dei suoi disturbi”.
“La prima volta”.
“Sì”.
“Va bene. Ma come faccio?”.
“Si faccia aiutare dagli oggetti. Vada a casa e guardando alle cose cerchi di risalire”.
“Ci provo”.
“È importante per la sua riabilitazione e il suo reinserimento. Ci lavori su”.
“Sì”.
“Venga. L’aspetto domani alle sedici”.
“D’accordo”.
“Arrivederci”.

Mi ritrovo in strada e mi sembra di non respirare da ore, in ascensore non ho respirato, nemmeno fino al cancello del giardino mi pare. Improvvisamente mi sembra di essere un assetato che incontra una fontana. Così scomposta, appoggiata con la schiena a un lampione, respiro avidamente nemmeno fossi in montagna e non in una città ad alto tasso di inquinamento. Mi apro la giacca, allento la sciarpa, l’aria gelida sul collo sudato, le mani che tremano. Respiro. Meglio, ora va molto meglio. Guardo verso la macchina con il lampeggiante e chiedo all’autista se può aspettare perché ora ho anche sete, molta sete.

“Una Coca-Cola per favore, con limone e senza ghiaccio”.

La mia prima Coca-Cola esattamente non me la ricordo, ma ricordo che quando la bevevo da piccola aveva un sapore dolciastro ed era calda. Mia madre non comprava mai dolci e bevande, la Coca-Cola la comprava solo per sé, “per digerire” diceva. Ma se la lasciava nel frigorifero mio fratello e io la trovavamo subito, così la bottiglia di plastica da un litro e mezzo la nascondeva dietro una poltrona di velluto verde. La teneva sempre con il tappo non ben chiuso così era sempre svampita e calda. Non so se lo facesse apposta, anche creme e barattoli non li ha mai chiusi bene, più che pigrizia credo si trattasse di una forma di disinteresse verso le cose. Noi la trovavamo lo stesso, e ne bevevamo pochi sorsi perché non se ne accorgesse, ma ovviamente se ne accorgeva e ci intimava di toglierci dai piedi che stavamo sempre in mezzo. Con gli anni poi iniziammo a comprarcela di nascosto e farne delle ubriacature. Eravamo così fanatici che facevamo a gara per capire, a seconda del gusto, dove fosse stata imbottigliata quella da 35 cc. Allora erano cinque le città in Italia dove veniva prodotta, ora non lo so, non ci ho più fatto caso. Poi continuammo quando la Coca-Cola arrivò in lattina. Ma il sapore era così diverso dalla bottiglietta. Ricordo però una bellissima borsina argentata che usavo per metterci le lattine: era un porta lattine da spalla che avevo scovato in un outlet, non potevo vivere senza. Quando lo persi in spiaggia corsi a ricomprarmelo. Ma la prima coca-cola no, non me la ricordo. Di quante cose non ricorderò mai la prima volta? Tantissime, ho paura. Come potrò ricordare? Forse ha ragione lo strizza, guardando alle cose. Cerco le chiavi della macchina ma ricordo che ora non guido. Salgo nei sedili dietro e penso “la mia prima macchina?”. Sì, certo, ce la posso fare: la prima macchina era una Renault 5 rossa, la ricordo sì. La prima volta che l’ho guidata ero con zia Marinella, l’unica in famiglia ad aiutarmi in questo grande passo perché i miei genitori si rifiutarono, sostenevano che io fossi sempre in mezzo anche nella strada, una sorta di prezzemolo pericoloso. Facevamo scuola guida nel tardo pomeriggio nel parcheggio dell’ippodromo. La prima volta fu lì. Prima, seconda, terza marcia, e via la quarta. Ero emozionata ma anche nervosa, sentivo che si trattava di un percorso obbligato per entrare nel mondo degli adulti. Quegli adulti che se volevano potevano mangiare senza apparecchiare la tavola, uscire senza comunicare l’ora del rientro, bere coca-cola fredda e gasata. Allora mi piaceva stare a guardare le donne che, uscite da un negozio o dal lavoro, rovistavano nelle loro borse cercando le chiavi della macchina e poi, trovatole, camminavano facendole tintinnare in mano. Così, per prepararmi alla nuova vita da patentata, mi comprai una borsa grande di cuoio marrone e arancio, senza chiusura, con larghi manici da spalla leggermente verdi, da poterci infilare la mano con disinvoltura per cercare le chiavi della macchina. Non volevo deludere zia Marinella, non volevo che tornate a casa si trovasse costretta a ridere di me con gli altri, così ce la mettevo tutta. Finalmente iniziammo ad andare nelle strade di periferia, piano piano. Lei non voleva la “P” di principiante attaccata sul cofano e sul retro della macchina come da obbligo, diceva che era la “P” di puttana e non ne voleva sapere. All’esame mi bocciarono, non conoscevo le marce del cambio normale, solo quelle delle Renault. Dovetti riprendere a fare pratica con un’altra macchina. Questa prima volta gli basterà? Sarà sufficiente a sondare del mio male le radici?

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