Giorno: 10 maggio 2016

Racconti Matti (Verso il Festival) #2: Nadia Terranova, Via della Devozione

biennale 2010 - foto gm

biennale 2010 – foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il secondo racconto è di Nadia Terranova e si intitola “Via della Devozione” (racconto uscito su Vice nel 2013)

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Via della Devozione

Per Andrea Oliviero (1985 – 2013).

“Teresa, ma ti vuoi muovere?”

“A signo’, me sa che je piaciono ‘e prune, perché non se’e compra, allora?”

Da qualche tempo Teresa ha l’abitudine di fermarsi tra i banchi del mercato a piluccare mentre suo marito sceglie e tratta sul prezzo. In realtà piluccava anche prima, ha piluccato per quarant’anni, dal giorno dopo che si è sposata, quando è venuta a vivere in via della Devozione dove da signorina era stata solo una volta per conoscere i futuri suoceri. Però prima non si limitava a piluccare: piluccava, commentava e trattava—per cinque mattine a settimana, dal martedì al sabato (nessuno fa la spesa al lunedì, quando i banchi sono dimezzati e la frutta ha un’aria triste di rimanenza), mentre i figli erano a scuola e Raffaele in ferrovia. Per quarant’anni Teresa ha tirato fuori dal borsellino i soldi che servivano a non far mancare niente in tavola, gli stessi con cui far quadrare i conti: un gioco di prestigio in cui era diventata la più brava tra le mogli del quartiere. Poi Raffaele è andato in pensione e lei se l’è ritrovato in ciabatte per casa.

“Teresa, ti muovi o no? E posa quella prugna, che ancora non le abbiamo comprate!”

Teresa attacca a rosicchiarla. Da quando ha avuto l’ictus si prende il lusso di non rispondere se non ne ha voglia. Delle discussioni a casa, delle contrattazioni al mercato, delle chiacchiere davanti scuola con le maestre dei bambini e le altre mamme non è rimasto niente. L’ictus le ha lasciato non più di cinque frasi al giorno. Due gliele tirano fuori i figli (”Mamma, devi parlare! L’ha detto anche il medico!”), una il marito e le altre due escono solo se capita. Adesso è Raffaele a riempire il carrello e tirarselo dietro, a scegliere i banchi dove la roba è buona ma costa meno, anche se ormai, con i figli sistemati e il mutuo estinto, ogni mese della pensione ne rimane la metà. Se sei stato grasso la prima cosa che pensi di fronte a un vestito della tua nuova taglia rimane sempre: e chi ci entra, qui dentro? Se sei stato povero è uguale. Una domenica il figlio maggiore l’aveva portato all’ipermercato, Raffaele si era stupito e poi arrabbiato: “E chi ce li ha i soldi per fare la spesa in questo posto?” I prezzi erano gli stessi di via della Devozione, ma c’erano luci al neon, frigoriferi enormi e clienti sconosciuti. E poi che stranezza è fare la spesa di domenica? Raffaele non aveva voluto comprare neanche un pacco di biscotti: “Emiliano ha tutto quello che ci serve, a me e a tua madre.” Sentendo tirata in ballo l’autorità del pizzicagnolo, il figlio si era arreso.

“Sono buone, signora? Che dice, mi posso fidare? Compro?”

La voce di Andrea alle spalle di Teresa è gentile, Teresa si volta e gli porge la prugna morsicata.

Anche Raffaele si volta.

“Teresa, andiamo!”

Andrea fa di no con la mano a Teresa, la ringrazia e si rivolge al banco: “Mi sa che sono buone davvero, dammene…”

Il fruttarolo lancia una busta di plastica blu. Se Andrea vuole le sue prugne, che si serva da sé.

Se io fossi il narratore onnisciente di via della Devozione mi prenderei adesso una pausa dalla strada per intrufolarmi al civico ventuno, dove abitano Saba e Pasquale, trent’anni a testa, a un terzo piano che scontenta entrambi. Lui non sa confessarle che soffre di vertigini; lei non vuole ammettere che vivendo così in basso non si sente protetta dai rumori, dalle urla dei tossici e dei gatti e dalle scopate per strada la notte, dalle ruote dei carrelli della spesa la mattina, dal mondo che in un attimo può entrarle in casa dalla finestra. Saba pensa agli occhi di Pasquale quando le ha detto amore non ci crederai ma ti ho fatto una sorpresa, quando sono entrati insieme in quell’appartamento tanto grande per un affitto tanto conveniente. Se fossi il narratore che tutto può, salterei la scena di Saba a casa da sola la mattina, chiusa a scrivere il testo di una canzone che non le viene e mi fermerei sulla sera a cena, quando con lei siede anche Pasquale, in una tavola apparecchiata scostando spartiti e riviste di informatica. Punterei l’obiettivo sul purè di asparagi e i peperoni arrostiti che Saba compra al mercato il lunedì per evitare la calca. È l’unico giorno tranquillo della settimana, meno male altrimenti non scenderebbe mai a comprare nulla. Di solito la spaventano le voci che parlano contemporaneamente, la gente che si accalca e discute all’infinito del prezzo della verdura. Il suo italiano è buono ma se c’è troppa gente scattano ancora la ritrosia e l’imbarazzo, e poi non ne può più delle stesse domande: “Da che parte dell’Africa vieni?”,

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Ancora su #Ancestrale: la fatica del lutto

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell'anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell’anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Assediati giochiamo ai dadi
assediati posiamo le armi
e aspettiamo
L'assedio finirà
giochiamo Aiace
l'assedio finirà

(Goliarda Sapienza)

 

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Se, come scriveva Garboli parlando di Alibi, la Morante era tentata da Achille, Goliarda Sapienza è stata tentata dal cugino Aiace. Sì, perché mentre Achille cercava la morte eroica, inseguendola continuamente, sprezzante degli ordini superiori, del pericolo, di ogni cosa troppo umana, Aiace invece, nonostante la stessa prestanza, la forza, e l’eroismo di certo non inferiori a quelli del figlio di Peleo, la morte se la procurò.
Goliarda Sapienza non fu da meno: si procurò la morte in poesia per poter rinascere in prosa, giocando una sua partita a dadi con la morte; anzi con le morti, nell’attesa che togliessero l’assedio alla sua vita: quella della madre prima, che pervade e percorre tutto Ancestrale; quella del padre, che, seppur anteriore a quella di Maria Giudice, è di segno diverso, quasi simbolo di un rapporto irrisolto e quindi relegata alla fine di questo strano canzoniere, quando tutto deve ritrovare una sua coerenza nella vita; quella dell’amica d’infanzia Nica, che per trasporto ricorda il dolore di Cristina Campo, ancora Vittoria, per la morte dell’amica dei primi anni fiorentini, Anna Cavalletti. E così, come in un rito ancestrale, Goliarda Sapienza ogni volta muore per poi rinascere. Del resto, e lo dissi quando Ancestrale era fresco di stampa, questo libro è una lunga rielabora­zione di un lutto. Ed è un aspetto ancora più evidente se si tiene presente che A mia madre è a tutti gli effetti la prima poesia di Ancestrale, dal momento che Separare congiungere… ha valore proemiale per la sua dichiarata valenza di poetica.
Non diversamente da molti canzonieri in morte che compongono la nostra tradizione poetica, Ancestrale non conosce una parte in vita: si apre con la lucida contemplazione di un lutto da dover superare; Goliarda Sapienza non ci parla, come Petrarca, de «i chiari giorni et le tranquille notti» (RVF, 332, v. 2), ma descrive immediatamente, in A mia madre, «i giorni oscuri et le dogliose notti» (ibidem, v. 10): «notte fonda», «mute le cose», «letto di terra», «silenzio di terra» sono tra le cose che l’attendono al suo ritorno dalla madre, quando non ci sarà nessuno a consolarla «per tutte le parti già morte/ che porta in / con rassegnata impotenza», come a dire che lei non è Orfeo di sé stessa perché Maria Giudice non è Euridice. Goliarda Sa­pienza ha già dentro sé la morte, per sua ammissione. Il suo ritorno sarà là dove la madre l’attende, in quella bara che l’ha accolta. Sicché il sentimento dell’attesa appartiene tanto alla figlia quanto alla madre, che incarna anche l’assenza; e assenza e attesa consegnano al soggetto una maggiore capacità di percepire sia la memoria sia la realtà, elementi di base di ogni canzoniere in morte, che si tratti della Vita Nuova o dei Rerum Vulgarium Fragmenta, o che si tratti di esempi più prossimi agli anni di stesura di Ancestrale, come gli Xenia montaliani o le poesie di Luzi dedicate alla madre morta in Dal fondo delle campagne.
Assistiamo perciò anche in Ancestrale a quella che Francesco Giusti definisce la «risignificazione di qualcosa che è sentito, al presente, come assolutamente insignificante perché violentemente deprivato del suo si­gnificato.»[1] Ed è quanto riscontriamo in quest’altra poesia di Sapienza: «È predisposto./ La tua vita/ in riva al mare/ la mia morte/ in fondo al pozzo./ È predisposto,/ la tavola apparecchiata/ con vetri e con coltelli./ È predisposto/ da tempo/ il tuo tornare al mio/ pozzo d’acqua piovana» (Ancestrale, p. 24); qui i pochi oggetti sono funzionali a una riorganizzazione degli stessi, insieme ad altri sparsi nei vari compo­nimenti,[2] per permettere la rielaborazione del lutto.
Le poesie diventano così l’archivio della memoria, ovvero quel luogo dove, citando nuovamente Giusti, «il soggetto è coinvolto in una ardua negoziazione tra la vita e la morte, tra pezzi di realtà discordanti e la loro trasfigurazione simbolica, affinché possa darsi delle ragioni per un evento irragionevole in se stesso […]. Per distaccarsi da quel legame doloroso, il soggetto prova a vedere in ogni pezzo di memoria richia­mato alla mente e alla scrittura la prova della necessarietà di quella fine»,[3] affidando perciò alla scrittura questa funzione riparativa: «Ancora la memoria m’ha destata/ la notte intorno a me giace in spirali/ s’insinua fra i cuscini chiude gli specchi/ con scialli neri. Lontano/ il giorno tradisce» (Ancestrale, p. 42).
Eppure, in una continua ritualità, necessaria per il recupero di ciò che di più ancestrale appartiene al soggetto, si torna a vivere ogni volta: «Ancora una volta/ raggomitolata/ fra le dune di sabbia/ divoro il mio cadavere/ per aspettare/ il lucore che squarcia/ l’utero del mare» (Ancestrale, p. 44); è la luce che squarcia il buio a simboleggiare la salvezza in queste poesie, e il sole o la luce appaiono di frequente nei testi di Ancestrale, spesso volutamente nello stesso componimento per costruire una paradossale antino­mia, perché comunque Goliarda Sapienza rifiuta tutto ciò che è conformità.
Di fronte a questa poesia innovativa nello stile, nei toni, nei modi e anche nei contenuti, c’è davvero da chiedersi come sia stato possibile che Ancestrale non abbia incontrato un editore sul finire degli anni Cin­quanta.

© Fabio Michieli

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[1] Francesco Giusti, Canzonieri in morte. Per un’etica poetica del lutto, L’Aquila, Textus Edizioni, 2015, p. 101.
[2] In un’altra poesia, poco distante da quella appena riportata, leggiamo: «Un giorno dubitai/ e in piena luce/ cominciai/ a vedere l’albero/ il pane/ il coltello e la forbice/ il legno/ il rame» (Ancestrale, p. 33).
[3] Francesco Giusti, Canzonieri in morte, cit., pp. 124-125. Qualche pagina prima Giusti, riferendosi alla raccolta Birthday Letters di Ted Hughes, osserva che «la narrazione della storia […] aiuta il soggetto ad affrontare la perdita in un’urgenza autobiografica che non si può esprimere senza un certo grado di ri-creazione mitica del fattuale» (p. 118); si noterà come l’affermazione, presa con i necessari distinguo, calzi anche per Goliarda Sapienza, nonostante Ancestrale non sviluppi una vera e propria trama narrativa, ma si avvicini più al modus montaliano degli Xenia.