Giorno: 6 maggio 2016

«Anterem» n. 91: “L’altrove dell’erranza”. Una nota di Paolo Steffan

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«Anterem» n. 91 – “L’altrove dell’erranza”

«Anterem», punto di riferimento editoriale per gli amanti di letteratura e filosofia, è nel suo genere una delle riviste più longeve a Nordest: fondata nel 1976, ha appena compiuto i suoi primi 40 anni. Dopo lo speciale numero 90, per continuare a festeggiare questo quarantesimo è bastato confermare anche stavolta l’alto profilo dell’uscita semestrale, giunta oggi al numero 91.

Straordinario è già il tema di questo elegante fascicolo: «L’altrove dell’erranza». Come di consueto, l’annuncio di un tema è in realtà il tratteggio di un fil rouge che, più o meno in evidenza, scopriamo legare gli eterogenei contributi ospitati su «Anterem», a partire dai contenuti dell’elegante prosa dell’editoriale a firma di Flavio Ermini (disponibile anche in pdf: qui).

La citazione di copertina di questo numero è tratta dalle rime petrose di Dante: Così nel mio parlar voglio esser aspro. Quello “petroso” è un momento di passaggio per Dante, che dalla giovane esperienza stilnovistica della Vita nuova si proietta verso il monumentale cammino della Divina commedia. Nei testi “aspri” delle Rime ci si trova in un «altrove» rispetto alla giovinezza di Dante: in questi versi duri e oscuri, se guardiamo nell’insieme la sua opera poetica, ce lo figuriamo nel buio dell’«erranza» o ‒ come diremmo oggi ‒ in uno stato confusionale.

L’erranza si prefigura da subito come una condizione familiare ‒ in negativo ‒ al nostro vivere odierno, ma ci apre per contro alla riflessione sugli stimoli che ‒ in positivo ‒ dall’erranza stessa possono risorgere. L’incertezza che ci turba può partire dalla mera mutevolezza tipica del sogno, in un continuo «variare, trascorrere, crescere», come leggiamo in una delle belle Variazioni di Michael Donhauser antologizzate nel n. 91; l’atmosfera è confermata nell’ambientazione notturna dei frammenti poetici di Alejandra Pizarnik, tra i quali leggiamo un passo rivelatore: «Al nero sole del silenzio le parole si doravano». Un percorso ambiguo e apparentemente ossimorico, dove i contrasti però coesistono, spiegandoci di continuo l’altrove in cui siamo in ogni momento, alla ricerca di un «riscatto», di un «giardino di lillà» che è sempre «dall’altro lato del fiume, non questo ma quello» e, a suo modo, in ossessiva erranza di luogo, di pensiero, di voce. E la voce ci avvicina, per vibrazioni, all’inside language delle raffinate e forti poesie di Nicole Brossard, che dall’enigma ci portano ai gesti fantasmatici «d’ombre incavate e docili». Variazioni, parole, ombre: l’errare muta di significato e si colora nuovamente di ambiguo. Su questa via, giungere a Giacomo Leopardi è quasi un obbligo (con un saggio di Alberto Folin), in un’altalena di sensi nella quale «errare / è vagare e sbagliare» (Enrica Salvaneschi).

Nel mezzo del nostro errare, l’importante è però istradarsi lungo un percorso, per quanto irto di dolore e di errore: un percorso che passa fatalmente per la perdita dell’innocenza ‒ come ci racconta dal suo “altrove” Carlo Sini ‒ e che può anche avvicinarci a una «estetica ascesi (…) ascesi nei sensi e dei sensi» che scopriamo ‒ coi versi di Ida Travi e di Paul Celan ‒ essere «dialoghi con cortecce d’albero». E gli alberi ritornano in più pagine, silenziosi, attraverso le «radici vene» di Albiach, i fogliosi «pensieri d’alberi» di Camillo Pennati, il ventoso «scarto delle foglie» di Mara Cini, il «volo rallentato delle foglie» di Ranieri Teti, gli «echi / di scosso fogliame» di Marco Furia, «gli alberi / e la loro lezione invernale» di Bernard Simeone. Gli alberi come testimoni dell’errare, fervidi rami di ciliegio che danno colore, dentro la predominante ambientazione notturna di questo numero stupefacente di «Anterem».

[Annoto che, oltre a quelli degli autori citati, su «Anterem» n. 91 sono ospitati importanti testi di Emily Dickinson, Sandro Ciurlia, Federico Vercellone, Carlo Penco, Remy de Gourmont e Rosella Prezzo: non sono riuscito a citarli solo per motivi di spazio e non di valore.]

© Paolo Steffan

“Sisifo” di Gaia Ginevra Giorgi. Nota di lettura

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Gaia Ginevra Giorgi, Sisifo, Viterbo, Alter Ego Edizioni, 2016, pp. 44, € 9.90

Un titolo “mitico” per una raccolta che pare strizzare l’occhio ad Albert Camus che, negli anni ’40 a Sisifo dedicò un saggio sull’«assurdo» e sulla «sopportazione del vivere». C’è traccia di tutto questo nei versi di Gaia Ginevra Giorgi; oggi qui ne proponiamo alcuni con una nota di lettura nel tentativo di attraversare la sua poesia-prosa e quel residuo di «assoluto» che lì si esprime. Quel «resto» è probabilmente due cose in questa poesia: un altrove, declinato nello spazio (nei luoghi) e nel tempo ma è anche una ‘tensione’, quella di un’autrice alla sua prima prova poetica, alla ricerca di una lingua e soprattutto di una misura che dica lo stare nel mondo, come in io mi sono consumata: «io mi son consumata/ per una vita intera/ le suole/ pestando/ selciati secchi/ e polverosi/ ed ora tutt’un tratto/ tutto questo cemento/ mi pare tragicamente/ ironico». Il contrapporsi di paesaggi urbani e non è tracciato in gran parte della raccolta: sono forse le due dimensioni spaziali in cui l’io vive e rivive, in cui cerca gli altri prima del sé e il sé con gli altri; la lingua dell’io poetico, tuttavia, fa proprie visioni di luoghi e tempi anche obsoleti, citazioni, prese su una realtà che non è più. È il caso di multipiano palazzo: «obitorio di lamiera/ relitto metropolitano/ luce artificiale di frontiera/ vela tesa d’afgano// piazza della repubblica è un porto/ e cristo non è mai risorto/ era un voyeur aristocratico/ di slancio prometeico// come il multipiano palazzo// che mi guarda un po’ stranito/ se faccio avantindietro/ senza il vestito/ mi trovi bella/ attraverso il vetro/ offuscato». Passato e presente, antico, moderno e postmoderno si confondono in questi versi senza annullarsi, quasi in un tempo-non tempo che si spezza in un gesto: l’«avantindietro». Anche in un altro dei testi (questa volta senza titolo) siamo di fronte alla stessa modalità ed è lo specchio a ritagliare le forme, a marcare il confine dell’io: «mi sono tagliata con una scheggia/ dello specchio// ci sono pezzi di rivoluzionari caduti/ sparsi intorno a me e/ queste pianure hanno il sapore dolce dei fossi/ che son culle/ oppure tombe – gli alberi/ stilizzati profili deformati/ i miei compagni disperati// mi sono tagliata con una scheggia/ dello specchio». Non si sa se lo specchio fotografi un presente o un presente-passato (più probabile) ma di nuovo si percepisce la frattura del tempo con un gesto.
C’è un dato ulteriore a completare questo percorso nei versi: il contatto con il naturale che, in qualche misura, richiama il possibile accostamento con la poesia di Mariagiorgia Ulbar (che abbiamo recensito qui); si prenda ad esempio la poesia rettili: «fuori tira freddo/ si respira l’aria del tenero filo di brughiera/ zuppo strambo e delizioso – i pensieri/ raschiano alla sua porta/ i ricordi miagolano/ si strusciano contro/ come umide gatte di strada// lui non apre/ si proietta sul soffitto – altalene/ colline corridoi e/ fuma tabacco di razione/ pensa al ghiaccio/ stravolto d’erba e cemento/ al corvo che brilla// ed io carezzo i tronchi/ ruvidi rettili». Questa è una scena in cui l’accumulazione di sostantivi e aggettivi ferma il tempo, ancora in un non-tempo quasi sognante; è tuttavia un’operazione diversa rispetto a quella di Ulbar, poiché l’onirismo non doppia se stesso ma si autodefinisce soltanto.
Siamo infine in un campo altro rispetto a quello cui ci ha abituato certa ironia poetica del secondo Novecento − e si può tirare in ballo, come altre volte è accaduto, Patrizia Cavalli. L’ironia, se c’è, è qui un’eco, è qualcosa che ha a che fare più con “la ricerca di” che con ciò che si è già trovato. Si potrebbe affermare allora che il “dolceamaro” di Giorgi (così definito qui) paia talvolta sopraffatto da una ‘amarodolcezza’; poeticamente, infatti, cambiando l’ordine degli addendi il risultato sempre cambia e questa raccolta lo dimostra.

© Alessandra Trevisan