Giorno: 3 maggio 2016

Due signore e un Cherubino: Goliarda Sapienza a teatro

La redazione di Poetarum Silva segnala agli amici bolognesi questo spettacolo allestito su un testo di Goliarda Sapienza.

locandina Alemanni maggio 2016

Due Signore e un Cherubino è una pièce scritta da Goliarda Sapienza intorno al 1987. A ispirare l’opera fu l’amicizia vivace e sui generis che venne a instaurarsi tra la stessa scrittrice e Marta Marzotto, famosa per essere la mondina più mondana dell’alta società di quei tempi.

L’allestimento della Modesta Compagnia dell’arte, con la regia di Maurizio Tonelli, si propone di mettere in rilievo i dialoghi dei personaggi, l’alterità che li lega, l’estrema sintonia che al contempo si instaura tra di loro e il divertente gioco di seduzione che fa da scena al loro dramma.

Su questo tessuto di dialoghi il regista vuole valorizzare la spiccata naturalezza con cui  le due protagoniste sono state create  dalla scrittrice. L’idea è fare in modo che il pubblico sia parte invisibile della stanza, per rubare quell’intimità, sempre in bilico tra lo strappo e la riconciliazione. Sebbene la vita presti il fianco a continue forme di complessificazione, ciò che ci restituisce la vera umanità è saper estrarre la bellezza dagli eventi, anche i più semplici, spesso inaspettati. Le rispettive vanità e le difficoltà legate all’esistenza allora sembrano svanire. Il valore delle cose emerge come un lampo, come una sorta di schizía creatrice che irrompe nelle vite dei personaggi e sembra pacificare sia loro che il pubblico. Dialoghi fluttuano tra le coscienze delle due donne protagoniste e abitano il tempo fino alla comparsa del “cherubino” fino a ridefinire  nuove istanze, narcotizzando per il momento quel fuoco vano che aleggiava tra quelle pareti; vivere e morire acquistano, allora, nuove densità e l’inaspettata simbiosi che si viene a creare tra di loro si fa vascello per passare di vanità in vanità.

La colonna sonora scritta per lo spettacolo acuisce i momenti in cui i personaggi sembrano un solo corpo, quasi dotandoli di una guaina che li ripara dalle loro incongruenze e dalle diverse strade che la vita li ha portati a vivere.

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Mercoledì 4 Maggio – ore 21:00 – 

Teatro Alemanni – Via Mazzini, 65 – Bologna

ingresso 11,00 €uro

Anna Salvini, Poesie inedite

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Sguardo e voce

Le vene obliterate ad ogni viaggio
hanno retto le partenze, costretto
il buio alla preghiera del respiro
anche i nomi dei miei morti, teste
di spillo sul cuore, hanno radure tali
che ho temuto di perdermi.

Giorno dopo giorno
abbandono ogni resistenza
e la mia lingua il fare superfluo
delle parole ma sguardo e voce
puntano lontano, oltre la stanchezza
nel chiarore della mia memoria.

*

Corrispondenze

Sarà questa abitudine alle braccia
il male che non passa
ma la pazienza l’ho imparata
dallo spasmo di un respiro
nell’implosione di tutte le parole
immaginate, sognate, cadute
e poi dimenticate.

Nella stretta del palmo, prima
del segno, ho temuto che nulla
potesse esser più dolce
del poco, immenso, piccolo
verso nascente.

Così scrivo per non lasciare fuori
nessuno e per ogni viso
che ho amato; più che il tramonto
l’avvenire per l’alba, il fuoco
di ogni silenzio, la morte
che mi fai dentro.

Così imito la vita
il suo essere altrove.

*

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La botte piccola #5: Jack London, “Il Gioco”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quinto appuntamento è con il racconto lungo Il gioco di Jack London. Buona lettura.

game

J. London, prima edizione di “The Game”, Macmillan Company 1905

Non mi interesso di boxe né amo particolarmente i racconti che fondano la propria struttura sulla descrizione di partite di qualsiasi genere, che si tratti di calcio o di scacchi. Ma è proprio l’improvvisa unione di questi due dis-interessi, la boxe come evento (per evento si legga: qualcosa che accade) e la descrizione di uno sport, a eliminare gli addendi e a creare una somma del tutto nuova, un senso che riguarda il mistero del corpo, della sua bellezza, il suo legame con le regole universali e feroci della natura.
Trovo straordinarie, ad esempio, descrizioni di questo tipo (da Una bella bistecca, Newton Compton 1994, trad. Paola Cabibbo):

Prima vennero sfilati a Sandel i pantaloni, poi gli fu sfilata dalla testa la casacca, quando si alzò in piedi. E Tom King, che osservava, vide un’immagine di gioventù incarnata: torace profondo, possente, muscoli lisci e guizzanti come oggetti vivi sotto la pelle bianca. Tutto il corpo emanava un’eccezionale vitalità, e Tom King sapeva che era una vita che non aveva disperso nulla della sua freschezza attraverso i pori dolenti nei lunghi combattimenti in cui la gioventù pagava il pedaggio e da cui usciva un po’ meno giovane di quando era arrivata.
(…) Sandel si faceva sotto e si ritraeva, saltellava a destra, a sinistra, ovunque, agile e avido, miracolo vivente di carne bianca e muscoli accordati, tessuti insieme in mirabolante intreccio, guizzando e saltando come una spoletta velocissima da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte mirate alla distruzione di Tom King.

Le trovo straordinarie, e non le amerei tanto se si trattasse di una descrizione estemporanea, fine a se stessa; se insomma quel corpo non dovesse operare da un momento all’altro, difendersi e distruggere, venire a patti con le regole fisiche del movimento, dell’inerzia e dell’impatto, perfettamente preparate a loro da un lungo addestramento. È la bellezza che avvertiamo quando un atleta corre superando il limite assodato della corsa umana, o quando la parabola di un pallone prende l’avvio dal centrocampo e si chiude con grazia naturale nella ridicolmente piccola rete di un portiere.
Ma a questa bellezza ancora superficiale si aggiunge, in London, un significato molto più profondo.  (altro…)