Giorno: 28 aprile 2016

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #4

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

leland palmer

[Episodio tre: Riposa nel dolore]

There is a sadness in this world, for we are ignorant of many things. Yes, we are ignorant of many beautiful things…things like the truth. So sadness, in our ignorance, is very real. The tears are real. What is this thing called a tear? There are even tiny ducts, tear ducts, to produce these tears should the sadness occur. Then the day when the sadness comes…then we ask. Will this sadness which makes me cry…will this sadness that makes my heart cry out, will it ever end? The answer, of course, is yes. One day the sadness will end.

C’è una sorta di tristezza in questo mondo, perché ignoriamo molte cose. Sì, ignoriamo molte cose belle…cose come la verità. Così la tristezza, nella nostra ignoranza, è molto reale. Le lacrime sono reali. Ma cosa intendiamo per lacrime? Ci sono persino condotti sottili, condotti lacrimali, per produrre queste lacrime quando sopraggiunge la tristezza. Allora il giorno in cui la tristezza arriva… quel giorno ci domandiamo. Questa tristezza che mi fa piangere…questa tristezza che fa urlare il cuore, finirà mai? La risposta ovviamente è sì. Un giorno la tristezza finirà. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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 Questo monologo è fondato su un assurdo logico e sentimentale: il nostro mondo è avvolto nella tristezza, ma la tristezza finirebbe se scoprissimo cose belle come la verità. Non è una strana dichiarazione per una storia in cui la verità che si cerca è quella di un omicidio? Cosa può mai avere di bello? Come non sembra esserci nulla di bello nella vita misteriosa e torbida di Laura Palmer, che a quanto risulterà dall’autopsia faceva anche uso di cocaina. In questo episodio si svolge il funerale della ragazza, e il suo turbolento fidanzato Bobby Briggs accusa la comunità di Twin Peaks di non averla mai aiutata, pur conoscendo i suoi problemi. Il padre di Laura, Leland Palmer, si getta sopra la bara al momento della sepoltura, la macchina s’inceppa sotto il suo peso e comincia ad andare su e giù: è una scena grottesca, ridicola nella sua esagerazione, ma non per questo meno angosciante (mentre Leland affonda e risale, si vedono la terra e le radici). Eppure anche le lacrime di un padre, come quelle di tutti, nascono da tiny ducts, da piccoli condotti chiamati appunto lacrimali. Ridurre il pianto alla sua essenza fisiologica è naturalmente un modo per svilirlo, per togliere importanza al dolore. Si arriva così a un finale paradossale nel suo ottimismo: la tristezza finirà, of course, senza dubbio. Siamo in piena negazione freudiana, si esagera per nascondere anche a se stessi la paura che questa tristezza, al contrario, will never end.
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@Andrea Accardi
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Cesare Viviani, Osare dire

Cesare Viviani, Osare dire (Einaudii)

Cesare Viviani, Osare dire, Einaudi, 2016. € 11,00, ebook € 6,99

di Mario De Santis

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Avevamo letto nel 2012 Infinita fine di Cesare Viviani, seguendolo nell’ulteriore tappa del suo lungo cammino di poesia, portare alle estreme conseguenze gli esiti e il senso di quarant’anni di ricerca. Ma se dagli anni Settanta agli anni Novanta questa medesima ricerca era ancora dentro il Novecento, seppure dopo la lirica, negli ultimi vent’anni Viviani ha iniziato un lungo esercizio di “uscita dalla recita”, come aveva già scritto nel libro del 1981, L’amore delle parti. Il libro del 1993, L’opera lasciata sola, fu il punto di svolta che arriva, con diverse trasformazioni, al libro del 2012. Già da allora Viviani affrontava i temi che gli sono cari, il rapporto tra vivente, la natura, e un soggetto che si confronta con ciò che sa per interpretarla, il divino, mondato da tutte le false presenze, così come il teatro delle forme della vita comune, dei saperi e dei linguaggi, compresi quelli della poesia e da cui emergeva anche un sentimento di pietas verso l’umano. Iniziava allora anche un progressivo abbandono del territorio della lirica, quasi radicalmente ponendosi sul confine di riconoscibilità (e di grande originalità) della poesia tutta, anche la più sperimentale e antilirica. Percorso estremo per ribadire che ogni forma d’espressione e interpretazione è ingannevole spettacolo. Da anni Viviani affronta una riflessione profonda che nasce dalla filosofia, dalla psicoanalisi, dalla meditazione in senso più ampio, e da un’intima indagine del rapporto con il mondo e con il divino, il silenzio di quest’ultimo nella storia. Se il Novecento ha scardinato certezze, e tolto fondamenta al Soggetto, al Vero, neppure la rappresentazione in arte di questo terremoto, della crisi, della nevrosi, dell’assenza, niente ha senso, né l’idea di un’Espressione o di una Creazione. È qui che Infinita fine – come il precedente Credere all’invisibile – prendeva su di sé questa riflessione praticandola, coerentemente, ovvero portando la poesia a un livello di rottura unico nel panorama italiano. La scelta allora degli attuali brevi testi affermativi – ma con un richiamo ad una sua lunga consuetudine di scrittore per aforismi – senza orpelli stilistici era quella annunciata proprio in alcuni versi de L’opera lasciata sola: «il racconto in prima persona/ con i virtuosismi/ è una spirale che ad ogni giro si restringe.» Ecco, al giro più stretto ora sono l’apoditticità, la sentenza e l’aforisma, il taglio liminale dell’epigrafe dei testi di Infinita fine: portata a un ground zero dell’espressione, per privarla di inganno e per assimilarla alla matericità del mondo, la parola, qualsiasi essa sia, poetica o della terapia analitica o della scienza, dei saperi umanistici, poteva avere ancora un qualche credito, è inevitabile per la natura umana, ma a patto sempre di svelarne il vuoto di sé e del tutto e puntare ad esso, al coraggio di confrontarsi con il silenzio dell’universo: scriveva in un verso che la «fede nella parola salva», ma, subito dopo aggiungeva con ironia, solo «la parola ‘paradiso’ salva», il resto non è nel dire. La parola, la sua bellezza ingannatrice, è al massimo “rimedio istantaneo agli insulti del tempo”. Dunque se il resto non è nel dire, perché continuare ancora? Il livello di riflessione attraverso il paradosso di una pratica antipoetica della lingua, della sintassi, della frase e della Dichtung nel suo complesso era così estremo che sembra davvero sul punto di un abbandono del fare poesia, all’ammutolimento di quella materia-natura chiamata sempre a unica appartenenza,  un consegnarsi, come scrive in Infinita fine, «senza corpo, senza volto, senza espressione» a un «oceano ondeggiante/ senza fine» dove tutto c’era tranne che ancora un opera del dire, un’opera dell’arte.
È quindi sorprendente, quasi uno scarto ulteriore, ma di lato, l’apparizione del libro del 2016, che già nel titolo riprende direttamente la questione e riporta anche evocazioni di una preghiera della parola e del nome: Osare dire. (altro…)