Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine

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Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine, Melville, 2016. € 16,50

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Le persone non lo sai quello che ti possono combinare. Le persone tu credi di conoscerle e invece la cosa più misteriosa al mondo, sono proprio le persone. La vita che sta dentro la testa delle persone è diversa da quella che sta fuori. Tu fai una vita e dentro la tua testa il film è un altro. Fa le scintille la vita dentro la tua testa, manda bagliori spaventosi.

 

 

Questo romanzo comincia dal finale, anzi comincia da un epilogo, perché un finale vero e proprio non c’è mai, il finale è soltanto per chi muore. Chi resta vivo muore continuamente, invece, e continuerà a morire anche dopo che avremo smesso di leggere. Chi muore dalla prima all’ultima pagina e forse dopo è Sandro, il protagonista. Deborah Gambetta ci dice subito cosa è accaduto, con un incipit splendido: Sandro uccide i genitori di sua moglie, sua moglie e – infine – Matteo, il figlio di tredici anni. Lo troveranno la mattina dopo gli omicidi, quasi congelato (siamo in pieno dicembre), scalzo e in camicia: «Camminava sull’argine di un torrente, il Sillaro. Aveva camminato tutta la notte. Tutta la notte fino all’alba. Quasi venticinque chilometri attraverso i campi». Cosa succede a un certo punto alle persone? Mi pare questa la domanda da cui partire per provare a raccontare questo romanzo bello e non facilmente catalogabile. (Non ho controllato nelle librerie, ma non mi stupirei se lo piazzassero tra i gialli, semplificare va per la maggiore. Se esistesse un reparto “Disagio” lo metterei lì, ma non esiste, questa è narrativa allo stato puro, punto). Alle persone e quindi a Sandro succedono molte cose, alcune grandi, altre piccole, ma tutte si accumulano, si stratificano, segnano, formano, mutano. Ogni fatto accaduto a Sandro è quasi sempre figlio di una rinuncia, di quello che lui vede come accettazione, ma non passiva, delle cose. Sandro vede nell’assecondare gli altri l’unica maniera di essere lasciato in pace. Eppure asseconda e accumula. Rinuncerà agli studi di veterinaria quando quella che diventerà sua moglie resterà incinta, farà il muratore per molti anni nella ditta del suocero, classico uomo che si è fatto da sé, che lavorerebbe anche il giorno di Natale e che crede solo in chi si “comporta da uomo”; prima di questo rinuncerà a soffrire sul serio quando suo padre morirà, farà a meno del pianto. Quando si separerà dalla moglie rinuncerà alle “cose”, che comunque non ha mai sentito sue. Inscatolerà tutto a caso e nasconderà a casa di sua madre, sceglierà di vivere in un appartamento anonimo e non parlerà con nessuno, eccetto un vecchio, altro bellissimo personaggio. Rinuncerà al figlio, perché non saprà come rapportarsi a lui, non saprà come avvicinarlo, non vorrà avvicinarlo. Non lascerà avvicinare troppo Eva, una ragazza conosciuta nella fabbrica dove ha trovato lavoro, non sarà in grado di tenerle aperta la porta.

Ogni rinuncia o scelta fatta/non fatta, fa somma, fa totale. Sandro va in accumulo, in un tempo che misura in maniera diversa dagli altri, che lo imprigiona e che non sa spiegarsi fino in fondo, un tempo dove tutto appare inutile e banale, si sbriciolerà, crepa dopo crepa, giorno dopo giorno. Gambetta è bravissima perché queste crepe, queste angosce ce le fa vedere una per una, le evoca se deve, le mostra se può, ma non esagera. Questo è un romanzo nero, cupo e violento; violento nelle sensazioni prima ancora che nelle azioni. Un ruolo importante dentro questa violenza lo svolge il paesaggio, la terra che sta tra Imola, Lugo, Ravenna, tutta quella campagna, via via risucchiata dalle case, che sa essere grigia e paurosa, ma anche bellissima, quando decide.

Hai visto te cos’hanno fatto? Lo sai te che là dall’altra parte – e fa un gesto indefinito a indicare – una volta non c’era niente? E per niente intendo dire campagna. Campi, alberi da frutto. Perché è così che oggi si chiama la campagna: niente. Cosa c’è lì attorno? Io la sento la gente quando parla, niente, dice. Mo come niente, mi verrebbe da dirgli, quello è grano, quelli sono peschi, là le barbabietole! E te lo chiami niente? Se non ci sono le case, allora è niente.

Gambetta si è fatta delle domande e cerca qualche risposta, costruendo un bellissimo personaggio che serve a noi lettori, serve per provare a capire, il come, non il quando, né il dove, ma il come che è diverso dal perché. Il come è una traccia, una ferita che non si rimargina si allarga ora dopo ora, e non si può fermare, non si può arginare e che si prenderà tutto. Dicevo all’inizio del Disagio, è una parola invisibile che usiamo spesso, anche ironicamente, ma che è difficilissima, il suo vero significato si realizza in persone come Sandro. Persone che non stanno bene nel mondo e che non sanno immaginarne un altro. Persone che si sottraggono a tutto e si concentrano solo su quel meccanismo che hanno creato – inconsapevolmente – qualcosa che sta dentro il cervello e da qualche altra parte, più nascosta. Luigi Bernardi ha raccontato, meglio di altri, il male come qualcosa che è qui, tra noi, più che mai presente; scriverne con lucidità e senza preconcetti è uno dei pochi modi in cui lo si possa affrontare. Gambetta fa questo e molto altro, racconta una storia di dolore, cerca di capire, le interessa l’essere umano molto più del crimine, perché l’argine è una sorta di confine ed è qualcosa che si rompe.

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© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

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