Giorno: 27 aprile 2016

I me medesimi n. 25: Antonio Cerantola

parigi foto gm

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Si presenta elegante, per uno che dorme al parco Sempione. Con quel maglioncino da donna nero indossato al rovescio sul petto nudo. Oggi dev’essere passato da qualche bagno perché è tutto bello pettinato e sbarbato. Non lo vedi arrivare perché non è uno di quelli che si trascinano da un cestino a un altro. No, lui va in giro senza borse, con il suo maglioncino da donna al contrario. Una camminata piratesca, da vascello.

Ti arriva davanti e ti dice: guardi che io non ho mica fame sa? Cosa gli vuoi rispondere a uno così? Ha forse sete? gli chiedi. Ti sorride come uno che ha trovato finalmente qualcuno con cui intendersi. Se ha gentilmente un euro mi prendo un bicchiere di vino, e indica il baracchino lì a tre metri. Tu sei seduto ad aspettare che ti facciano il panino, lo guardi e non ti passa neanche per l’anticamera di fare la solita sceneggiata del no no no.

Non ti vuol vendere niente, non ti chiede neanche l’elemosina. A lui, che ti arriva lì davanti, con la sete dei santi bevitori, e te lo dice pure, voglio dire: un bicchiere di vino glielo offri senza fiatare. Sull’unghia. L’euro scivola, animato di vita propria, dalla tua tasca alla sua mano. È un compare che cerca compari. Non gli vuoi essere compare? La stagione è bella e lui s’è fatto il bagno. Stare all’aperto a bersi un bicchiere. C’è di meglio?

Grazie, dice lui. Poi si fanno due parole di cortesia e lui si scusa ma adesso andrebbe a prendersi il suo bicchiere. Va verso il baracchino. Ma torno, assicura. Poi aggiunge: se posso. Ma certo, gli dici, la aspetto. Hai visto che era un compare? Solo i pirati camminano così. Ci si dà del lei certo: siamo gentiluomini, anche se di fortuna. Lei aspetta il panino? Ti grida. Gli fai sì con la testa. Aspetti che vedo a che punto siamo.

Poi torna con il bicchiere. Mi scusi, continua a dire. Prego, gli rispondi sempre. Tutti e due tic. Oggi sembra in forma. Bella giornata, continua a dire e si scusa se si ripete. Ha un accento milanese forte radicato nel naso, con le parole che sgocciolano agli angoli della bocca, in fondo alle mandibole. Ha sessantatre anni e da dieci dorme al parco Sempione, se piove: al Teatro Strehler. Conosco tutti gli attori e i registi, quando escono all’una alle due, io sono lì.

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Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine

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Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine, Melville, 2016. € 16,50

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Le persone non lo sai quello che ti possono combinare. Le persone tu credi di conoscerle e invece la cosa più misteriosa al mondo, sono proprio le persone. La vita che sta dentro la testa delle persone è diversa da quella che sta fuori. Tu fai una vita e dentro la tua testa il film è un altro. Fa le scintille la vita dentro la tua testa, manda bagliori spaventosi.

 

 

Questo romanzo comincia dal finale, anzi comincia da un epilogo, perché un finale vero e proprio non c’è mai, il finale è soltanto per chi muore. Chi resta vivo muore continuamente, invece, e continuerà a morire anche dopo che avremo smesso di leggere. Chi muore dalla prima all’ultima pagina e forse dopo è Sandro, il protagonista. Deborah Gambetta ci dice subito cosa è accaduto, con un incipit splendido: Sandro uccide i genitori di sua moglie, sua moglie e – infine – Matteo, il figlio di tredici anni. Lo troveranno la mattina dopo gli omicidi, quasi congelato (siamo in pieno dicembre), scalzo e in camicia: «Camminava sull’argine di un torrente, il Sillaro. Aveva camminato tutta la notte. Tutta la notte fino all’alba. Quasi venticinque chilometri attraverso i campi». Cosa succede a un certo punto alle persone? Mi pare questa la domanda da cui partire per provare a raccontare questo romanzo bello e non facilmente catalogabile. (Non ho controllato nelle librerie, ma non mi stupirei se lo piazzassero tra i gialli, semplificare va per la maggiore. Se esistesse un reparto “Disagio” lo metterei lì, ma non esiste, questa è narrativa allo stato puro, punto). Alle persone e quindi a Sandro succedono molte cose, alcune grandi, altre piccole, ma tutte si accumulano, si stratificano, segnano, formano, mutano. Ogni fatto accaduto a Sandro è quasi sempre figlio di una rinuncia, di quello che lui vede come accettazione, ma non passiva, delle cose. Sandro vede nell’assecondare gli altri l’unica maniera di essere lasciato in pace. Eppure asseconda e accumula. Rinuncerà agli studi di veterinaria quando quella che diventerà sua moglie resterà incinta, farà il muratore per molti anni nella ditta del suocero, classico uomo che si è fatto da sé, che lavorerebbe anche il giorno di Natale e che crede solo in chi si “comporta da uomo”; prima di questo rinuncerà a soffrire sul serio quando suo padre morirà, farà a meno del pianto. Quando si separerà dalla moglie rinuncerà alle “cose”, che comunque non ha mai sentito sue. Inscatolerà tutto a caso e nasconderà a casa di sua madre, sceglierà di vivere in un appartamento anonimo e non parlerà con nessuno, eccetto un vecchio, altro bellissimo personaggio. Rinuncerà al figlio, perché non saprà come rapportarsi a lui, non saprà come avvicinarlo, non vorrà avvicinarlo. Non lascerà avvicinare troppo Eva, una ragazza conosciuta nella fabbrica dove ha trovato lavoro, non sarà in grado di tenerle aperta la porta.

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