Tre autori per Resistere: Pintor, Viganò, Chiodi (di Pierluigi Boccanfuso)

il sangue«Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari… Soltanto la guerra ha risolto la situazione.»

È questo lo snodo fondamentale nella vita di Giaime Pintor, riportato nel suo ultimo scritto, una lettera-testamento (che tale è divenuta nella posteriorità) inviata al fratello Luigi il 28 novembre ’43. Sarebbe morto, dilaniato da una mina nei pressi del Volturno l’1 dicembre, a soli ventiquattro anni.
E questo è il primo dato che salta subito all’occhio e che colpisce di più: era solo un ragazzo. Ma soprattutto Pintor, ancor prima della figura di letterato, è stato un antifascista e uno dei più rappresentativi partigiani nella storia della nostra Resistenza. Un patriota e, cosa ancora più sconcertante, con la ferrea volontà da sempre di voler esserlo. Anzi, il suo essere antifascista fu intimamente legato alle sue scelte in campo letterario, soprattutto come traduttore: le traduzioni da Schiller e da Trakl, per esempio, sembrano costituire le fondamenta sulle quale Pintor costruì i propri valori, la propria scelta di resistenza.
Altra cosa che colpisce parecchio è che, quest’ultima lettera, L’ultima lettera, sia indirizzata ad un altro giovanissimo, il fratello Luigi appunto, allora appena diciasettenne, che sarebbe diventato una personalità dominante del giornalismo italiano, fondatore de “Il Manifesto”.
L’importanza dello scritto sta anche un po’ nel riassumere la sua vita e spiega come mai decide d’impegnarsi nella guerra, compito che non spetta solo ai militari ma anche ai musicisti, ai letterati, agli artisti in genere proprio perché nei momenti di maggiore urgenza, tutti devono impugnare le armi.
Dunque un richiamo alla responsabilità e, nello specifico, alla responsabilità degli intellettuali. Un grande nome quello di Giaime della nostra letteratura, se solo fosse vissuto più a lungo. Sapeva perfettamente cogliere i problemi del suo tempo, capacità non comune a tutti. Frequenta Croce, Gentile, gli scrittori ermetici (con i quali entrerà in forte polemica), cioè tutta l’intelighenzia italiana e da tutta la sua produzione risulterà precocemente un personaggio particolare del contesto italiano dell’epoca nonché un giovane determinato.
Ma L’ultima lettera è anche uno degli ultimi scritti che va a comporre la sua opera più vasta, Il sangue d’Europa (1939-1943), tra i quali, al capitolo XXVII, ritroviamo L’ora del riscatto. Il colpo di stato del 25 Luglio, scritto a Napoli nell’ottobre del ’43. In questo bellissimo saggio con una lingua asciutta, fluida e chiara, analizza nella prima parte tutte le componenti che nella Casa Reale dei Savoia hanno contribuito alla destituzione di Mussolini mentre nella seconda, con una lucidità critica impressionante e coraggio da vendere, prima mette in luce l’ipocrisia delle masse all’indomani dell’arresto del Duce che «dopo la prima ubriacatura, tornarono ad una condizione di passività», e, sul finire, scandaglia le responsabilità del breve governo Badoglio, sottolineando senza se e senza ma, senza alcuna via di scampo né alibi, che la storia non può più reggere l’inettitudine dell’intera classe dirigente italiana:

Ma le responsabilità storiche che confluiscono in questa crisi di pochi giorni superano il gruppetto di uomini che si trovavano momentaneamente in primo piano; e la lezione diretta che noi possiamo trarne, oltre a un generico sdegno, è la certezza del fallimento della classe dirigente italiana: questo fatto, mascherato per anni dietro ogni sorta di equilibrismo, oggi scoperto e evidente come una piaga incurabile.

A Napoli verrà arruolato dagli alleati come patriota combattente e farà la sua ultima spedizione proprio con i servizi segreti inglesi, ma in fondo era semplicemente per andare a combattere e fare il partigiano. Di lui, nelle ultimissime battute del suo diario, rimane un orientamento anche politico che si esprime in un istintivo liberalismo e anti-totalitarismo. Con Giaime insomma comprendiamo a fondo il fenomeno della Resistenza, con efficacia analitica sì, ma lo guardiamo anche e, soprattutto, in maniera dolce, ‘furorica’, appassionata, eroica, come solo può essere la maniera di porsi al mondo e alla vita di un ragazzo di ventiquattro anni. Dice il nostro, in una solenne nota d’incitamento ad una guerra che sapeva non ancora finita: «Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento

agneseMa la data dell’armistizio dell’8 settembre ’43 segna anche l’inizio della militanza nella Resistenza di un’altra autrice, Renata Viganò. Nata a Bologna il 17 giugno del 1900, vi morì il 23 aprile 1976; fu scrittrice precoce. Quando aveva 13 anni pubblicò Ginestra in fiore, una raccolta di poesie e nel 1916 Piccola fiamma. Altri suoi libri dedicati alla Resistenza furono Donne della Resistenza (1955) e Matrimonio in brigata (1976).
Quando decise di impegnarsi nella guerra, lo fece come staffetta e infermiera e da questa esperienza trasse lo spunto per la sua opera più importante, il romanzo L’Agnese va a morire (1949) che s’inserisce benissimo nella tradizione della produzione neorealista e che le valse anche il Premio Viareggio.
All’indomani dell’armistizio, Agnese, che fa la lavandaia, incontra un giovane soldato e lo conduce a casa sua, dove l’attende il marito Palita, per sfamarlo. Ma i tedeschi stanno cercando i disertori: «tutti quelli che hanno fatto festa il 25 luglio li porteranno in Germania.»
Tenere in casa il giovane soldato è un rischio. Della ronda tedesca viene a riferirglielo la Minghina sua vicina di casa. “In casa mia tengo chi voglio.” È la risposta di Agnese.
E magari basterebbe già questa frase a delinearne, a grandi linee, il carattere umano, psicologico, poiché nella narrazione è costruita questa atmosfera di ferocia e di paura, è una tenaglia mortifera nella quale però la donna, senza temerne la stretta, è fasciata da una invulnerabilità che le si è impressa sulla pelle, in forza alla sua audacia e del suo sentimento di bene operare.
La scrittura asciutta, netta, disegna inoltre uno dei risvolti più crudeli succedutisi dopo l’armistizio che aveva illuso molti sulla fine della guerra, segnò invece uno dei periodi più tragici per le popolazioni civili. Durò poco più di un anno, ma bastò a spargere il terrore dappertutto.
Il romanzo esce a quattro anni dalla fine della guerra. Si avverte che il ricordo è ancora vivido, vive e lacera l’anima, così i sentimenti. Sulla scrittura, la malinconia effonde un delicato lirismo, frutto di un’esperienza drammatica ma corale e sentita al tempo stesso.
Agnese, dai “piedi larghi e piatti”, “larga, pesante”, “piuttosto ruvida e scontrosa”, riassume in sé la parte migliore della Resistenza, quella altruista, di completa dedizione, incurante dei pericoli, pronta al sacrificio (verrà uccisa dai soldati tedeschi; di lei non rimarrà che “un mucchio di stracci sulla neve”.) Una narrativa che solleva le coscienze, di valore e portata universale. Su quel ponte traballante tra la guerra (e dunque la possibilità di morire) e la vita, ci siamo anche noi. Lo stesso paesaggio che si muove intorno a lei è crudele e richiede sacrificio.
Un forte desiderio di testimonianza, in cui la figura del singolo travalica i confini della individualità per divenire parte integrante della storia di quegli anni. La Viganò scrive un’opera di valore anche letterario nel momento in cui la voce della sua storia individuale entra nella coralità di un momento fondamentale della vita democratica del nostro Paese. Fenoglio, Vittorini, Benedetti, Petroni, Tobino, per fare i primi nomi, formano con la Viganò una sola voce. È del resto la forza stessa del libro: la sua appartenenza alla Storia che ne fa una testimonianza di valore universale, insita proprio in quella capacità di farci vivere dal di dentro l’esperienza della stagione partigiana.
La sua è una dedizione totale, assoluta che traspare perfettamente nella protagonista, suo riflesso ideale: «Quasi tutti i giorni l’Agnese andava in bicicletta, con la sporta infilata nel manubrio: la bicicletta era vecchia, coi copertoni pieni di toppe. Spesso lei restava a terra in mezzo alla strada, e andava avanti a piedi, camminando per molti chilometri.»
Tutti i partigiani sono diventati suoi figli. La chiamano mamma Agnese (o mamma Renata, fa lo stesso!), ma solo lei li sente davvero come figli. Sono i portatori di una sofferenza che dovrà servire per un’Italia migliore.

banditi«Fuori si sentono voci tranquille di passanti e grida di bambini. Un terribile pensiero mi prende. Perché mi sono impegnato in questa lotta? Perché sono qui quando tanti più sani e forti di me vivono tranquilli sfruttando la situazione in ogni modo? […] Mi ricordo con precisione: una strada piena di sangue e un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto. Il cantoniere che dice: “è meglio morire che sopportare questo”. Si è allora che ho deciso di gettarmi allo sbaraglio. Avevo sempre odiato il fascismo ma da quel momento avevo sentito che non avrei più potuto vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, fra gente che non insorgeva pazza di furore, contro queste belve. Una strana pace mi invade l’animo a questo pensiero. Ripeto dentro di me: “Non potevo vivere accettando qualcosa di simile. Non sarei più stato degno di vivere”» (da Banditi di Pietro Chiodi).

Pietro Chiodi (classe 1916) fu filosofo, traduttore e partigiano italiano. Questo è un passo della sua opera scritta tra il ’45 e il ’46 e, a differenza di quanto scritto dalla Viganò, non è né un romanzo né una storia romanzata, ma un documento storico, nel senso che personaggi, fatti ed emozioni sono effettivamente stati.
Ottenuta l’abilitazione magistrale. Chiodi si trasferì a Torino dove si laureò in pedagogia con Nicola Abbagnano e, nello stesso anno, ottenne la cattedra di storia e filosofia al liceo classico di Alba, dove strinse amicizia con il collega di italiano Leonardo Cocito ed ebbe tra i suoi allievi Beppe Fenoglio. L’intima amicizia e la stima che quest’ultimo provava nei confronti del maestro fece sì che Chiodi comparisse come personaggio ne Il partigiano Johnny, alter ego dello stesso Fenoglio, sotto lo pseudonimo del professor Monti – almeno nella prima parte, dato che nella seconda viene ristabilito il vero nome Chiodi.
In forza degli ideali socialisti e antifascisti, Chiodi nel 1944 entrò a far parte della formazione partigiana Giustizia e Libertà. Durante l’esperienza di lotta partigiana, fu catturato dalle SS e trasferito prima a Bolzano e poi a Innsbruck. Ottenuto il rilascio per problemi di salute riuscì a tornare a casa, pur continuando la lotta partigiana mettendosi a capo, nelle Langhe, di un battaglione garibaldino intitolato allo stesso Cocito, impiccato dai tedeschi.
La sua unica opera, tornando a Banditi, era un diario di guerra e lotta partigiana, definita, non solo per il valore storico ma anche per la brillantezza letteraria, da Davide Lajolo “il libro più vivo, più semplice, più reale di tutta la letteratura partigiana.”
Analizzando invece la concezione che Chiodi aveva della Resistenza, che si distacca, ad esempio, da quella che ne dava Primo Levi, viene percepita come un’idea di resistenza che è essenzialmente quella che emerge nel Partigiano Johnny, che si riassume bene in uno dei passi del libro:

Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo. E tu, Johnny, sei l’ultimo passero su questi nostri rami, non è vero? Tu stesso ammetti d’aver avuto fortuna sino ad oggi ma la fortuna si consuma […] Dà retta a me, Johnny. La tua parte l’hai fatta e la tua coscienza è senz’altro a posto […]

“Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo, e questa sarebbe una maniera di dir si” “No che non lo è!” – gridò il mugnaio. “Lo è, lo è una maniera di dir si”. […] “Io sono il passero che non cascherà mai. Io sono quell’unico passero!”

Ecco, la scelta di Johnny di essere come quel passero sull’ultimo albero, la sua scelta di continuare a dire “no”, nonostante la disperazione, nonostante la consapevolezza che “anche se non c’è più speranza sarà comunque una disperata speranza” a mantenere quell’imperativo categorico di dire no, alle barbarie del nazi-fascismo. Non la visione del marxismo ortodosso, né quella di Primo Levi, è la visione del no di Chiodi, portato fino in fondo e fino all’ultimo, l’impegno a restare anche quando tutto intorno si consuma e si distrugge, l’impegno a rimanere sul ramo, anche dovesse essere l’ultimo ramo dell’ultimo albero rimasto in piedi. Fermo e ferreo, tale era lo spirito Chiodi, dalla volontà integerrima. Traspare fortemente l’elemento etico, elemento che è evidente ed è stato pienamente raccolto e sviluppato dal suo allievo più caro nelle pagine del partigiano Johnny.
Elemento che, ovviamente, si avverte in diverse pagine di Banditi, soprattutto nella scena dell’impiccagione del collega e intimo amico Cocito, che sfidò eticamente, guardandolo negli occhi, l’ufficiale che lo impiccava. “Ma cot’cordi?” cioè “cosa credi di fare?”. Così si rivolge, in piemontese, Cocito, all’ufficiale che lo sta per ammazzare. Cocito è ben consapevole di quello che gli starà per fare l’ufficiale incaricato di ucciderlo, ma è come se pensasse e gli dicesse: “puoi anche ammazzarmi, puoi annientare il mio corpo, ma non puoi davvero farmi niente, non puoi, anche facendomi tutto il male possibile, strapparmi il mio imperativo categorico, la mia legge morale.” Che, aggiungerei, mi impone, anche mentre sto per morire, di dirti ancora e sempre “No”.

© Pierluigi Boccanfuso

5 comments

  1. la domanda allora è:i letterati sono ancora ancorati alla realtà o sbrigano solo faccende di parole nelle proprie stanze?
    Pavese scriveva ne La casa in collina:-— Non sei mica fascista? — mi disse.
    Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. — Lo siamo tutti, cara Cate, — dissi piano. —
    Se non lo fossimo dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e
    s’accontenta, è già un fascista.-

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