Giorno: 22 aprile 2016

Viviana Scarinci, Il significato secondo del bianco

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Esistono, nei sistemi linguistici, categorie e termini che possiedono un “significato secondo”, già previsto e contemplato da quel codice della convenzione – mappa storica in continuo aggiornamento – dalla «opera naturale» degli idiomi umani. Penso in particolare ai verbi modali tedeschi, che possiedono, tutti e sei, un significato “oggettivo” e un significato “soggettivo”. Ebbene, nulla e nessuno può distogliermi, sia nella pratica corrente, sia nella riflessione metalinguistica su questi fenomeni, dal fare scorrere tra questi blocchi di significato canali e canaletti di raccordo, che, pur riconoscendo e accettando le differenziazioni nell’uso, pure ventilano ipotesi di vicinanza (affinità? analogia? salti senza passaggi?). Non ho potuto fare a meno di pensare a questi collegamenti nel leggere i 10 passi de Il significato secondo del bianco di Viviana Scarinci. Si pensa “bianco” e scatta – significato primo? – il testimone in direzione di “nitore”, di “assenza di colore”. E poi? Perché non basta a Viviana Scarinci (e a noi che la leggiamo) il “significato primo”? Perché il “significato secondo” si manifesta – il sottotitolo lo esplicita – come nostos, come ritorno? Ritorno a che cosa? Queste sono state le mie domande-timoniere nel percorrere i 10 passi, nel mondo della storia e del mistero, anzi dei misteri (iniziazione, furia, segreto fanno qui spesso capolino), della disambiguazione e della disgiunzione (la barra obliqua dell’incipit non è casuale), della salvezza e della dannazione, del sorriso sovrano delle cose, accanto e dopo il «vespaio» delle parole. Queste domande, insieme agli indizi lasciati ad arte e con amore, dalla citazione iniziale di Marianne Moore alla postfazione, hanno reso possibile un incontro inusuale, non timoroso di attriti e veri propri scontri, tra luce e materia. Che i colori possano essere corposi, è licenza, per ritornare alla coppia di aggettivi iniziale, prevista e contemplata dalla lingua italiana. Quanto corposo possa essere il caglio, quanto vera possa essere la caligine del non colore è il punto di partenza, motore alacre,  della ricerca di Viviana Scarinci ne Il significato secondo del bianco. Chi legge scoprirà quale è qui il punto di approdo e individuerà, molto probabilmente, quei sottili canali di raccordo tra significato primo e significato secondo.

© Anna Maria Curci

la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece

di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine.

Marianne Moore, da: In the Days of Prismatic Color

 

Il significato secondo del bianco
Storia di un ritorno in 10 passi (2014)

.

Introduzione

da una barca senza più barca sommerso ventila correnti il figlio nato senza salvezza. Troppo organica regna la sua successione troppo lontani dalla superficie i misteri officiati dall’evidenza come se ad averlo raccontato fosse stata soltanto una notte ferma per poco all’incrocio del sonno di tutti

.

1.

Incipit

interagire con una/o simile
che non sia quella/o la cui nomina più ragionevole consisterebbe
pur richiamandola/o attraverso riferimenti circostanziati e menzogneri
nonché supportati da un’unica fraudolenta timidezza
o dall’ipotesi di un contatto appena pronunciato
che mistifichi alla fine ogni cosa
come un vento che annuncia un terribile corso
il quale sottoporrà a ineluttabili cadute
estraneazioni precise e ripetute a non esserci nessuna/o
che voglia o dica se non che il convincersi a scrivere
una strada di ritorno da dove non c’è ritorno e tornare

. (altro…)

Orlando500: pro bono malum

Ariosto (nel frontespizio del Furioso 1532)

Ritratto di Ludovico Ariosto (“Orlando Furioso”, frontespizio edizione del 1532)

Le donne i cauallier’: l’arme gli amori
     Le corteſie: l’audaci īpreſe io canto
     Che furo al tēpo che paſſaro i Mori
     D’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto
     Seguendo l’ire, e i giouenil furori
     D’Agramante lor Re, che ſi die vanto
     Di vendicar la morte di Troiano
     Sopra re Carlo imperator romano..

Diro d’Orlando in vn medeſmo tratto
     Coſa non detta in proſa mai ne in rima
     Che per amor venne in furore e matto
     D’huom che ſi ſaggio era ſtimato prīa...

Non so se esista una classifica degli incipit più fortunati, folgoranti e immediati delle patrie lettere; sicura­mente dopo il primo verso della Commedia del sommo Dante, nella mia personalissima classifica, Ariosto segue a ruota, scalzando (e scalciando) di gran lunga il primo verso del primo sonetto dei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca. Ovviamente il gioco finisce qui, ma è innegabile che quel primo verso, tutto chiuso nel più bel chiasmo che poeta italiano abbia mai partorito, dove chiare si palesano subito sia le direttrici della «poetica del diletto», sia direttrici di segno opposto che consegnano il poema invece a una lettura ben più critica della civiltà rinascimentale, sospesa appunto tra sogno cavalleresco e guerre sanguinose (il 1527 non è poi così lontano dal 1516), sia uno dei motivi che hanno reso immediatamente l’Orlando fu­rioso un classico tra i classici.
È vero e noto che a tanto bel verso Ludovico Ariosto arrivò soltanto nel 1532, con la terza e definitiva edizione del suo poema (portato da quaranta a quarantasei canti), con le Prose della volgar lingua del Bembo pubblicate da sette anni e una nuova idea di lingua e stile che ancora, fortunatamente, non s’era fatta manierismo, ma che Ariosto sente necessaria per la sua opera, e non solo in virtù della moda petrar­chista già impostasi sul piano teorico con gli Asolani, sempre del Bembo, e sul piano poetico con gli Amorum Libri Tres di Boiardo.
Eppure quel primissimo attacco che compie oggi 500 anni, quel «Di donne e cavallier li antiqui amori» annun­ciava già nel 1516 tutta la modernità del poema, por­tando, e non solo accogliendo, le donne in primo piano, come protagoniste-eroine, e come lettrici-uditrici, con uno scatto in avanti ben più lungimirante degli illustri precedenti, dei quali il più illustre rimane il Decameron di Boccaccio; Ariosto metteva sullo stesso piano, in modo paritario, i due filoni della tradizione alla quale si attingeva a piene mani: quello delle gesta dei paladini carolingi, tutto incentrato sulla guerra contro l’infedele, e quello arturiano, legato agli amori, ai sentimenti, che per tutto il Medioevo mai aveva trovato casa in un’unica narrazione. E tutto già nel chiasmo del primo verso, in quel «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori» che unisce felicemente l’esordio di Boiardo («Signor e cavallier che ve adunati»), tutto rivolto ai fieri uomini di corte, e necessario tributo da pagare immediatamente con il diretto predecessore di cui si vuole continuare la narrazione, con un sorprendente, e forse inatteso, rinvio dantesco, che non si limita al solo recupero della figura retorica: «le donne e’ cavalier, li affanni e li agi» (Purgatorio, XIV 109). (altro…)