Giorno: 21 aprile 2016

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #3

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

nano twin peaks

[Episodio due: Lo Zen o l’arte di catturare un killer]

Sometime ideas, like men, jump up and say “hello”. They introduce themselves, these ideas, with words. Are they words? These ideas speak so strangely. All that we see in this world is based on someone’s ideas. Some ideas are destructive, some are constructive. Some ideas can arrive in the form of a dream. I can say it again. Some ideas arrive in the form of a dream.
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Qualche volta le idee, come le persone, saltano fuori e dicono “ciao”. Queste idee si annunciano con parole. Sono esse stesse parole? Queste idee parlano in modo così strano. Tutto quello che vediamo in questo mondo è basato sulle idee di qualcuno. Alcune idee sono distruttive, altre costruttive. Alcune idee possono arrivare sotto forma di sogno. Posso ripeterlo. Alcune idee arrivano sotto forma di sogno. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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L’agente Cooper avrà le rivelazioni decisive per la sua indagine durante uno strano sogno fatto di tendaggi rossi, un nano ballerino e Laura Palmer ancora viva. Quel sogno sarà però compreso poco a poco, e per folgorazioni improvvise. Le idee nascoste al suo interno speak so strangely, com’è sempre nei sogni, che per dire hanno bisogno di nascondere, ma qui c’è di più: il sogno svelerà infatti cose che Cooper non poteva nemmeno inconsciamente sapere, e il surreale della mente sfocia così nel paranormale. Da Freud si passa insomma a Jung. Nello stesso episodio giunge a Twin Peaks Albert Rosenfield, agente dell’FBI dai modi bruschi e con una fiducia assoluta nel metodi scientifici. Cooper invece segue (anche) altre vie, che gli arrivano dalla spiritualità orientale, dal Tibet, e lo portano a usare tecniche strampalate ma straordinariamente efficaci (come il lancio di sassi contro una bottiglia per stabilire il grado di coinvolgimento di ogni sospettato). Prolungando la casistica della doppiezza fin qui stilata, ho però la sensazione che l’opposizione tra Occidente e Oriente sia solo un pretesto, e quello stesso soprannaturale sembra in fondo l’iperbole di aspetti reali della nostra vita psichica. Il vero confronto è piuttosto tra logica lineare, razionale, controllata, e logica altra, quella dell’intuito, dei presentimenti, dei sogni. Il sorriso di Cooper è anche un sorriso di gratitudine per tutte le volte che le idee, senza neppure averle cercate, saltano fuori e ci dicono: “Hello!“.
 
@ Andrea Accardi
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Anna Toscano, Una telefonata di mattina. Recensione

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, prefazione di Valeria Viganò, Milano, La Vita Felice, 2016, € 12,00

«Poetarum Silva» non è nuovo alla poesia di Anna Toscano, e anzi ha seguito tutto il suo itinerario poetico con grande attenzione. Dopo l’anticipazione dello scorso 4 aprile di alcune poesie dall’ultima raccolta, per entrarci facciamo un passo indietro, ritorniamo cioè al passato-futuro con le parole critiche di Fabio Michieli e di Giovanna Amato, che hanno dedicato alla precedente Doso la polvere due interventi da rileggere qui e qui. Già prima, nel 2011, lo stesso Michieli aveva definito questa rotta – che giunge quest’anno ad una quarta tappa toccata – un «percorso in controluce» che rifugge qualsiasi forma retorica, avvicinando Anna Toscano a Sandro Penna, Attilio Bertolucci e a Patrizia Cavalli, autori mai davvero abbandonati dall’autrice – ma qui, si legge ed è sottolineato anche dalla prefatrice Valeria Viganò, fa capolino pure l’uruguaiano Mario Benedetti. In Una telefonata di mattina un riferimento a quell’ironia leggera soprattutto di Cavalli è «dosata» nei luoghi, nei tempi, nel tu di riferimento, in Come vorrei: «Come vorrei esserti più vicina/ un caffè un cinema/ una telefonata di mattina/ per dire poi passo/ o per sentire/ prendo lo scooter/ e vengo da te./ Una vita, insomma,/ con dei perché.»
La scelta delle parole è per Toscano fondamentale, lo è sempre stata d’altronde, così come lo è la misura dei versi (talvolta prosastici) e non solo; se si pensa al gusto della rima, si avverte un senso musicale che si struttura in questo libro più che negli altri, diventando cifra. Nel titolo, di nuovo (ma si è abituati a questo; un caso è all’ora dei pasti, volume del 2007 per LietoColle, di cui ha parlato sempre Michieli qui), troviamo ‘un cosa’ e ‘un quando’, che in questo caso ammettono sin da subito un contatto con ‘il tu’, con l’altro, anche inteso come ‘il dove’ che nel titolo manca, che sono forse i tanti luoghi della raccolta, le città e i Paesi visitati, e che si rinnovano ancora rispetto al volume del 2012, o si tratta di un Portami dove: «Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata.»
Forse tre parole in grado di definire questa nuova prova sono il binomio “nostalgia-realtà”, che sopravvive nelle poesie di stampo civile – già approdo di Doso la polvere, come ha evidenziato Michieli – ma è anche centrale in tutte le altre, più intime e puramente liriche; poi c’è la parola “consapevolezza” del sé poetico che nel tempo è mutato senza perdere la limpidezza e la forza che l’hanno sino a qui guidato, come in Ora: «Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose». E questo “capo all’altro delle cose” (in cui vige un respiro interno, una dimensione, la ricerca di un senso già trovato forse) è fuggevole ma anche armonico, nel senso che comprende, ammette i volti, i tempi, i luoghi che l’io poetico vive o ha attraversato, e sono soprattutto le città di Venezia, Bologna, San Paolo; ci sono poi le dediche, le mancanze, le perdite e la dimensione del ricordo: «E poi ci sono le persone/ mia nonna ai fornelli/ ad esempio/ mica è andata via/ è qui/ come allora,/ con tutta la sua liturgia.» Ancora la nonna, nella poesia che segue: «[…] il sorriso di chi ce l’ha fatta,/ anche quest’anno./ La fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania.», dove “liturgia-epifania” non solo fanno rima, ma sono anche parole pregne di un altrove, in continuità fra loro. Ancora “consapevolezza”, che etimologicamente porta in sé la “complicità” di chi la esprime, la partecipazione, l’empatia, dunque.
Non può mancare, infine, l’utilizzo degli immancabili oggetti, com’è espresso nella poesia che apre la raccolta, Io con le parole: «Io con le parole faccio cose/ […] Con le cose faccio parole:/ scelgo un baule/ e lo riempio di sillabe nuove.»
A ben vedere ciascuna poesia del libro porta un titolo che segue una scansione pensata che ricorda – si può azzardare – un album di musica leggera o pop, esprimendo tuttavia anche un ritmo, quello dell’io poetico che “dice”, e nel suo «dire» c’è una chiarezza che coinvolge o meglio include, perché la levità della comprensibilità di Anna Toscano non ci lascia indifferenti e non può mai sospendere la nostra emozione.

© Alessandra Trevisan