Giorno: 20 aprile 2016

I me medesimi n. 24: Serpenta

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Poverina, dice il collega, quello intelligente: è prigioniera. Di chi? Chiedono le altre, quelle che la chiamano bradipa o sfinge: quelle stronze. Di se stessa, risponde l’intelligente, guardatela: sembra il dipinto sul proprio sarcofago, avete presente?

Certo che anche lui, deve sempre fare l’intelligentone per ‘sti due libri che ha letto. L’ha detta giusta la collega anziana, la vecchia segretaria, quando l’ha chiamata: la serpenta. Oltre al fatto che è lunga e dritta, mica magra: solo senza forma, e bianchiccia, con una pelle che non sai che età darle, ha la faccia come se trattenesse in bocca un uovo. Così dice la vecchia, di quella generazione che ancora un po’ di campagna se la ricorda.

La serpenta le è rimasto. Non è mica schiva lei, anzi te la trovi sempre tra i piedi. Arrivi in mensa ed è lì seduta con gli altri. Inviti tre colleghe a bere il caffè e quando sei al bancone che ordini ti accorgi che c’è anche lei. Non è neanche vero che non parla, perché se le parli risponde e poi a volte ti punta quegli occhietti da serpente addosso e ti fa le domande. Quando le rispondi ti sorride, ma sembra sempre una cosa dipinta. La faccia non si muove.

Ogni giorno va tre volte in bagno e ci resta un quarto d’ora. Quindici minuti precisi ogni volta, qualcuno li ha misurati. Cosa ci fa in quei tre quarti d’ora? Le teorie si sprecano, figurarsi. Qualcuno ha provato a fare delle insinuazioni zozze, ma la serpenta che fa cose zozze non se la immagina nessuno. Allora prende psicofarmaci, forse è stitica, forse piange. Poi una delle colleghe stronze l’ha seguita, è rimasta fuori dalla porta e ha origliato. La serpenta si chiude in bagno a telefonare.

Altro giro di teorie allora. Non è che si sappia bene con chi viva la serpenta, per esempio. Qualcuno dice la madre, ma forse è solo facile immaginare che una così sia una zitellona. A parte che si fatica anche a darle un’età. Con quella pelle bianca e tesa, lievemente avvizzita e floscia ma senza una ruga. Potrebbe non aver preso mai un raggio di sole. Sposata non credono, le colleghe. È che tutti parlano sempre dei fatti loro, non c’è bisogno di chiedere.
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Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi

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Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi, Nottetempo, 2016 (traduzione di Stefania Marinoni); € 12,00, ebook € 6,49

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Ma l’arte non smette mai di essere un’illusione e, quando è verità, cessa di essere arte e diventa noia, perché la realtà è soltanto un insanabile, assurdo tedio. E così tutto si riduce a un vicolo cieco. La pura realtà mi annoia, l’arte mi sembra abile ma mai efficace, mai legittima. È solo un ingenuo stratagemma che certe persone disilluse, svergognate o malinconiche usano per mentire a se stesse o, cosa peggiore, per mentire a me. Io non voglio mentire a me stesso. Voglio sapere tutto di me.

Chi scrive è Miguel,  uno dei tre protagonisti di Chi di noi; malgrado la bellezza e la forza della frase che scrive, nel diario/confessione che ha deciso di tenere, si sta prendendo in giro. Miguel si è mentito per tutta la vita, lui sa molto poco di sé, anche quando crede di far chiarezza, scrivendo punto per punto, quello che ha capito della propria vita, della lunga storia d’amore con Alicia, e del rapporto che entrambi hanno con Lucas. Il problema è che Miguel non ha capito niente, pur essendo molto intelligente e sensibile, ha preferito costruire una storia sopra la storia vera, una storia che corrispondesse all’idea che si era fatto di sé, di Alicia, di Lucas e del loro rapporto. Miguel ha deciso come dovevano stare le cose e stupido e cosciente ha cercato di indirizzarle. Miguel quando scrive è talmente lucido che pare non possa sbagliarsi, in realtà sta facendo arte – si sta illudendo -, lui stesso è il proprio vicolo cieco. Miguel è un raro esempio di rinuncia alla felicità. L’uomo passa tutta la vita a costruire mondi immaginari e abbattere quelli reali, il punto è che quelli che abbatte sarebbero migliori di quelli che inventa. Questo è un punto fondamentale del romanzo, ma anche di tutta la scrittura di Mario Benedetti. Sorprende che fosse così maturo a soli 33 anni, talmente lucido da sembrare un settantenne che le avesse viste tutte, ma era uno scrittore e le aveva soltanto – perfettamente – immaginate.

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