Giorno: 19 aprile 2016

Sandro Penna a Napoli da “Dadapolis” di F. Ramondino e A. F. Müller

250420101238Penna anni trenta

Sud. Sul golfo l’aria notturna restava calma. Brillavano i lumi entro di essa da una parte e dall’altra, e fitti nel basso salivano verso l’alto diradando. Io come nascosto nel buio della «Villa» guardavo la strada che seguiva il mare, bellissima e deserta. Lontani da me camminavano su quella due giovani di cui udivo chiaro il suono della voce. Si fermarono a un tratto sotto la luce di un fanale e vidi distintamente sul buio dei loro vestiti il bianco della mano cercare e trovare altro bianco: due lembi di carne apparvero, e le mani ritraendosi, restarono indifesi e teneri contro il fanale sotto la sua luce. Le parole s’erano fatte più basse ma restavano calme pure nel silenzio. Uno dei due giovani insisteva, parlava di quel suo lembo chiaro all’amico, mostrava poi come un particolare quando vedevo il bianco della mano riconfondersi all’altro bianco. Poi se ne andarono con passo lentissimo, entro il buio e la calma dell’ora. Sul golfo l’aria notturna restava calma e più lontano il cielo lampeggiava in silenzio.
Dopo aver fatto alcuni passi nel buio della villa, vidi un marinaio seduto su di un sedile e un altro marinaio seduto sul sedile seguente. Mi parve chiara la loro separata amicizia e mi divertii allora a sedermi accanto al primo dei due. Era un siciliano dall’espressione maschia e infantile, tutto luci sul volto. Finsi di di non sapere del suo amico vicino e con deliberazione infantile lo urtai d’improvviso quasi a tradimento. Egli rise come di un gioco, di un solletico, e poi subito ne ebbe un poco paura, ma non proprio per sé come si vedeva bene. Allora alzandomi chiamai io stesso il suo compagno e mi sentii felice di essere così semplice. Quando fui in mezzo ai due amici, divisi nello stesso tempo le mie braccia imparzialmente e mi pareva di essere come un contatto di loro due soli, io ormai invisibile presenza. Godevo del loro stupore e della simpatia che fra loro cresceva, io come assente sentendomi davvero felice.Ma ad un tratto saltò fuori un uomo dal mio secondo marinaio. Egli si alzò e disse freddamente di andare in cerca di una donna. Mi accorsi che ne aveva diritto. Prima non l’avevo bene osservato: era il contrario dell’altro. Niente luce infantile in lui: meno pronto meno vivido egli pesava la convenienza della sua voluttà. Non si lasciava sorprendere, non si abbandonava. Conosceva la convenienza dell’itinerario fissato. Quando sparve nel buio, questa volta davvero io e l’amico ci sentimmo soli. I lampi insistevano sul cielo ancora lontani, sebbene meno, e già si udivano lievi brontolii. Qualcosa di quella calma sembrava incrinarsi. Sussisteva la calma ma già un limite pareva voler ricordare lo scorrere del tempo. Poco dopo le prime gocciole rade caddero confondendosi alle nostre e noi fuggimmo in opposte direzioni. Io presi a salire verso la mia casa che mi pareva vicina, leggero sotto la pioggia fresca.
Ma la città sconosciuta senza l’aiuto del giorno con le sue luci e i suoi loquaci abitanti deluse la mia fiducia. Risalivo correndo i «gradini» che il giorno avevo discesi e riconoscevo. Mi fermavo quando lo scroscio dell’acquazzone si faceva più intenso, non so se udivo il calmo riposo attraverso i finestrini ben chiusi alle mie spalle, riprendevo la corsa come nello spavento di un peccato. Ero il solo a non dormire. E del peccato avevo infatti anche la gioia, un poco sfrenata e giovanile. Ma cominciai ad entrare entro vicoli davvero senza fondo. Di questo mi accorgevo solo alla fine e di ognuno dovevo rifare tutto il percorso, davvero come il peccato. Venne il momento in cui mi sentii perduto. bagnato fino alla carne che ormai tendeva a difendersi col calore del movimento come in un bagno freddo, stanco di correre e di correre in direzioni false, mi rividi con acre nostalgia nel gioco leggero dei due marinai, sotto la calma di quell’estate già lontana.

(1939-40)

© in Dadapolis. Caleidoscopio napoletano di Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller, Torino, Einaudi, 1989. Già in Sandro Penna, Un po’ di febbre, Milano, Garzanti, 1973 [La parola viva di Omero].

L’assedio di Famagosta, di Guglielmo Aprile

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Il re spodestato, rinchiuso/ nella torre più alta, da solo,/ sentitelo come delira!// Non ha con chi parlare, e sono mesi/ che ha rinunciato al sonno; e quante volte/ l’uccello bianco della follia, con la sua risata atroce,/ gli è balenato dinanzi! E lo tenta/a strangolare mentre dormono i suoi parenti,/ a versare liquido verde nei pozzi,/ a bruciare vivi senza giustificazione/ gli ambasciatori giunti a informarsi della sua salute;/ a tenerlo a bada è solo/ l’efficiente turnover dei carcerieri.// Lo hanno dovuto rinchiudere, si dice,/ perché fuori controllo, e il suo spettro/ viene ancora evocato per far paura ai bambini,/ anche se in tanti/ non l’hanno mai visto in faccia, e pensano persino/ che sia il frutto di una superstizione.// Il re, come delira/ dall’alto della sua torre! Fatelo tacere,/ vi prego, fatelo tacere/ o l’intero regno cadrà nello sconquasso,/ diverrà ingovernabile.

Il libro di Guglielmo Aprile, L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), fa riferimento, in maniera originale e allusiva, sin dal titolo, all‘assedio della città di Famagosta da parte degli Ottomani ai danni della Repubblica di Venezia; fu la battaglia decisiva che permise ai Turchi di impossessarsi dell’intera isola di Cipro. L‘assedio durò quasi un anno, dal 22 agosto 1570 al 4 agosto 1571. Famagosta venne assediata dall’imponente flotta turca ottomana capitanata da Lala Kara Mustafa Pascià. I veneziani erano guidati da Marcantonio Bragadin e da Astorre Baglioni e resistettero nonostante la sproporzione delle forze in campo e la certezza della sconfitta. Aprile dunque sceglie fin dal titolo l’archetipo narrativo dell’assedio, archetipo costitutivo della letteratura e della civiltà occidentale, basti pensare che il primo libro di cui abbiamo memoria l’Iliade narra di un assedio. L’assedio è la metafora dell’esistenza stessa, la ricerca o la difesa di un bene, spesso enigmatico e sfuggente, agognato e vagheggiato, al di là del suo reale valore. La vita è cinta d’assedio da un prima inconoscibile e da un dopo certo, minaccioso e incombente, è circondata da forze che la premono e che la incalzano sia dal di fuori che dal di dentro. L’originalità dell’opera di Aprile è data dalla forza magmatica del verso che emerge come un flusso inconscio che preme e si fa immagine, pensiero, discorso. Il sentimento che sembra prevalere è lo sgomento, la paura (Deve essere accaduto/ qualcosa, e di non poco conto, aprendo/ le pagine a caso del libro/ di Scienze o dando una semplice occhiata/ nella cassettina di latta/ conservata in soffitta,// che mi ha spaventato/ e costretto a fuggire: ed è da quando/ i pesci rossi ancora nuotavano/ nell’occhio dei semafori/ che scappo e ho paura), che trova ristoro in una memoria che si confronta e cerca di salvare ogni più piccolo dettaglio, trasfigurandolo e spesso rendendolo irriconoscibile; essa così si fa soglia tra il buio e la luce, tra la parola, che trova un appiglio per rimanere, e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un “prima” del dire poetico c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, è il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce, in questa prospettiva la storia individuale e la storia collettiva, l’ontogenesi individuale e la filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra (C’è un bambino in me/ che ripassa una vecchia filastrocca/ aspettando di recitarla in presenza/ del custode della vecchia scuola,/ se solo dimentica una sillaba è il ramo/ il cui scricchiolio annuncia una valanga). Questo continuo rimando tra storia individuale, che si trasfigura in tanti frammenti narrativi, e storia collettiva si riverbera anche sulla contemporaneità, non è un caso che nell’episodio storico che dà il titolo al libro si faccia riferimento a un evento in cui si delinea lo scontro tra due civiltà, in cui l’una considera l’altra barbara; il tema dei barbari alle porte ritorna spesso nel testo e dà il titolo alla seconda sezione del libro: Barbari alle porte. La capacità di Aprile è quella di tenere insieme questo sterminato materiale con una versificazione corposa, ma sempre controllata, che assume come metro di riferimento l’endecasillabo, con un linguaggio volutamente alto e ricercato, in cui, pur susseguendosi le immagini e le parole in maniera incalzante, mantengono sempre un filo conduttore che, pur in maniera labirintica, conduce a una conclusione che è, al tempo stesso, narrativa e morale. Vi è un’etica profonda in questi versi, la fiducia nella parola che più che nascondere mostra, per accenni, per tentativi, per sentieri lunghi e interrotti indica una strada, un nuovo umanesimo che porta dalla paranoia del potere – evidenziata dal titolo della prima sezione: Il tiranno nel suo labirinto – ad una possibile fratellanza, in cui l’altro, che si manifesta nelle pagine di questo libro e nell’epoca che viviamo, non sia più il nemico alle porte ma un possibile fratello (Organizziamo barricate, posti di guardia;/ a volte non si fanno vivi per giorni, sembrano/ tacere, essere spariti; ma a uno sguardo/ più attento balena ancora tra i rovi/ il pugnale delle loro pupille/ in agguato. Dobbiamo essere vigili, o forse/ tentare di venire a patti, di imparare a convivere// con i barbari fratelli dei confini?). Ultima suggestione che può illuminare ancor di più la comprensione del libro riguarda la città di Famagosta, infatti essa è da più di quarant’anni, dall’invasione da parte della Repubblica Turca di Cipro, una città fantasma a cavallo del confine che separa la parte turca da quella greca dell’isola. È un luogo in cui le tracce umane arretrano di fronte al trascorrere del tempo e al riaffiorare della natura, è come se fosse una pagina bianca della storia in cui, a dispetto delle intenzioni di chi l’ha resa un deserto, si può cominciare a riscrivere il destino dell’uomo.

© Francesco Filia