Giorno: 18 aprile 2016

Simone Ghelli, Sensible Soccer

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Simone Ghelli, Sensible Soccer

Quando cominciai a entrare nel giro degli help desk, alcuni anni fa, la mia postazione di lavoro constava soltanto di una scrivania con il telefono e un computer fisso, dove tra una chiamata e l’altra passavo il tempo a cercare di vincere il campionato di Sensible Soccer con un simulatore che avevo scaricato da internet – quello di cui vi sto parlando era stato in assoluto il mio gioco preferito durante l’adolescenza, all’inizio degli anni Novanta, quando andavo apposta a casa del mio amico Claudio, che aveva sostituito il vecchio Commodore 64 con l’Amiga 500, per giocare il vero campionato di serie A (per noi il vero campionato consisteva nel passare un’intera giornata preliminare, se non di più, ad aggiornare la rosa delle squadre, cambiando nome e cognome dei giocatori, così come comparivano nell’album di figurine Panini della stagione in corso).

Con il trascorrere dei mesi e il ripetersi delle telefonate, lì nella mia postazione, divenni sempre più intollerante alle procedure e ai dialetti, alle posture che attribuivo a una tonalità della voce o al modo in cui mi arrivava il respiro al di là della cornetta – non avevamo ancora le cuffie col microfono: quelle sarebbero arrivate dopo, in altri anni e altri contact center. Ben presto non sopportai più le pretese, le implorazioni, quelli che parlavano masticando, che ansimavano tra una parola e l’altra, che usavano il dialetto come se fossi stato un loro vicino di casa. Più di tutti non sopportavo quelli che dovevano informarmi del loro grado, del loro ruolo, delle loro idee sulla politica, l’economia e la vita in generale e poi degli stranieri, che indicavano come l’origine di qualsiasi problema.

In breve non sopportai insomma più niente se non Sensible Soccer, se non le sagome schiacciate dei giocatori che tagliavano il campo con lunghi lanci e che si prodigavano in eccezionali scivolate con cui atterravo gli avversari perché non sapevo come altro fermarli. In breve la mia testa fu totalmente occupata dall’assillo di dover imparare a costruire le mie azioni con corti passaggi in avanti, concentrata sulle contrazioni delle dita che dovevano dare un tocco leggero al tasto (perché non giocavo certo col mouse o con un joystick come all’età di quindici anni, ma con le frecce direzionali e i tasti con cui cambiavo anche il giocatore che comandavo).

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