Giorno: 16 aprile 2016

proSabato: Maria Pia Quintavalla, Il tram 19

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Il tram 19

I luoghi di Milano ho sempre pensato, e goduto con gli occhi, si vedessero in tram.
Il “19” io lo prendo spesso, muri di cinta proteggenti la vista dopo lo scorcio improvviso e calmo della darsena e laghi interni – porta Genova con le sue vie che ricordano scambi.
Lo sfrecciare del tram non è bello per ciò che si vede, ma per quanto e come si riesce a vedere. Tutto a Milano è protetto, interdetto e censito al tempo stesso.
Un orologio che sovrasta anche il non guardarsi delle persone, in solitaria decenza.
Quando capiti ad occhieggiare vetrine di corso Colombo, il guardare si rianima molto, anticipo sulle beatitudini metropolitane che in corso Buenos Aires dimorano.
Per intanto il sublime diffidare di sguardi a sé stanti della gente costeggia, impedendo il vedere e urta, niente complicità, sospinge e incalza. Si tace, si pensa a vivere più tardi nell’erotico correre di appuntamenti che saturano a calmano in qualche modo: nella notte, più al fondo, verso zone che desiderano ancora, ma quasi in sogno.
I sogni sono grigio-gialli, vetrine spuntano da binariate file, a piedi si può scappare, meglio.
Delle chiese e dei monumenti, un tempo sensuali asburgiche bellezze,  non si dice, perché sono qui, a nostra insaputa, visione perenne di sfida che c’è, o per lo meno nella vista inconscia, esistono.
Upim e Trony sono visibili e reali, mai si direbbe abbastanza concrete e sincere da sfondare bene.
Senza pensare ai borghi di Manhattan o parigini è di certo la spazialità ad essere ristretta o il tempo a correre male.
Il flusso regolatore della città riceve un colpo nella principale e cara piazza dove campeggia,  isolato come un panettone, il Duomo, sbocciando poi a gallerie e palazzi improvvisamente infittitisi e paralleli di corso Vittorio e di San Babila, vera oasi, ma promessa e poi interrotta, della modernità.
Alta geometria, da cerchi viennesi, a Via Dante verso un impensato insperato castello, così il ricco intreccio Orefici, Broletto riporta all’oro ed è bello, ma confortato da un altro tempo.
Cosa vedo nella gente che, spintonata, non cade mai sui tram? Anche tanta voglia di compassione, nella mancanza,  in certi vecchi e sogni dal guardare lucido.
Il castello, mobile miraggio che attende, è forse una tenace visione che irrompe da cieli e da altri tempi,  quasi astratta e concreta al tempo stesso,  là nelle vaste sale di isole e nel verde che circonda. (altro…)

proSabato: Anna Banti, Un sogno

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Un sogno

Attraverso le persiane chiuse il mare arriva con una brezza leggera e, smorzando le fiamme mattutine del sole d’agosto, si china a lambire, sul pavimento, le lame dei riflessi. Nell’aria pulita della cameretta quella brezza batte sulle mura bianche e rimbalza al soffitto, sollevando invisibili riccioli che s’impennano e ricadono a risucchio silenzioso sul letto dove Paola dorme supina, coperta fino al mento dalle lenzuola fresche. Frustatine di piuma, quelle colate di vento sulla fronte: il sonno ne diviene più liscio, quasi trasparente.
Il sole è già alto, ma nel sonno di Paola albeggia appena: bianco riposo che accoglie le immagini ma non se ne lascia guidare ancora e non le lega. Vi compare la sabbia grigia, e quella cara lievissima orma dell’onda; né mancano il brivido dell’acqua verdolina e il sospetto, dietro quel vetro, del sasso che brilla, della tellina, della sogliola opaca. La mano ricorda, da sola, come si scremi il pelo dell’acqua, e il peso denso che all’immersione si fonde in freschezza e in vacuità. Il respiro tranquillo batte il tempo al sonno e alle immagini.
Quelle larve si illuminano a un tratto, in prospettiva. Una pupilla mascherata si è scoperta, un sipario si è rialzato: nell’aria suonano le campane. Il sogno appena nato scivola sulla gran pianura marina che allarga e distende il suono. Coll’eco tocca la spiaggia deserta, la timida lingua delle onde e sorpassa le prime limpidità, scorrendo poi sul verde e sull’azzurro. E incontra quattro vele bianche, ma le guarda già vicinissime, di sotto in su, non cogli occhi del vento e del suono. Sono vele di forma strana, rigide e delicate, intatte e sensibili. «Sono ali bianche» riconosce Paola, convinta dalla realtà della sua posizione di dormente, dirigendo cauta il suo sogno. Due angeli che sorvegliano il mare, a prua e a poppa, e hanno i dorsi nivei ripidi come montagne. La legge del sogno ha già tolto alla dormente la vista delle acque. Distesa, essa ha gli occhi sul cielo tagliato da quelle grandi ali; e la mano appoggiata al bordo del vascello, riconosce lo scabro di un margine marmoreo. Del resto la memoria lavora per conto suo, liberamente, e suggerisce in un cantuccio: “San Giuliano traversò il mare in un sarcofago, portato dagli angeli alla sepoltura”: ma ormai il sogno è gonfio di verità e sfida ogni controllo.
Viaggia così, nel marmo miracoloso, una martire inedita, convinta, attentissima. Nel sogno è possibile esser martiri senza ricordo di martirio, e senza merito sentirsi su una palma divina, scelti per merito certo; e intanto distinguere con occhi di spettatore, nella tomba eccezionale, un nobile corpo di alabastro, un sangue che è corallo schietto, le lagrime, perle fine. Attenti a non muoversi, a respirar piano e profondo come in convalescenza. Il privilegio è sicuro, il trionfo solenne, ma la percezione di questi beni ha una pienezza un po’ fragile e tesa, un po’ pericolosa. E infatti: ecco la coscienza della brevità del sogno tingere di umana melancolia l’estasi della viaggiatrice: soltanto una viaggiatrice, ormai, turbata al pensiero del porto. Navigando navigando in qualche luogo si arriva sempre, ragiona la ragazza che si deve destare; e la memoria a insistere “portato dagli angeli alla sepoltura”. Allora il brivido della mortale allarma la sicurezza della martire che, ferma nella sua morte, si mette angosciosamente a pregare. Non prega Dio; prega gli angeli che son vicini e forse le daranno retta come due marinai obbedienti. Dice: “Angeli, voltatevi un pochino, anche senza guardarmi, e manovrate le ali verso il largo. Sento che la riva è vicina perché le onde si fanno più grosse. La sabbia sarà infocata, e sotto l’altare dove mi metteranno non c’è un filo d’aria. Voi che volate, queste cose non le sapete. Portatemi ancora un po’ per questo mare verde come i campi del paradiso: fatemi vedere il brillio del mezzogiorno, la bonaccia delle tre e un bel tramonto: un bel tramonto solo. Di notte ci si potrà anche fermare sotto la luna. E poi non ho visto bene, stamani, come si leva il sole…».
Gorgogliano le parole, opprimendo il silenzio; ma il vento si fa denso e attrae le vele con un risucchio sonoro. Un urto definitivo: e l’immobilità del primo istante è già durata un secolo. (altro…)